Fratelli d’Europa, stringiamoci a corte…

Perroux

Franҫoise Perroux
(1903-1987)

Possiamo parlare dell’Europa per ore ed ore. Possiamo scrivere interi terabyte di post. Possiamo considerare la crisi da un punto di vista “allargato”. Possiamo consultare gli storici. Possiamo considerare, assai più vicino a noi, la gente che non ce la fa più. Oppure i licenziamenti in massa in Grecia. Le rivolte in Spagna. I suicidi in Italia (di cui, da quando c’è il governo Letta, magicamente nessuno parla più…). Le nostre imprese che chiudono. Oppure l’Inghilterra, che vuole indire un referendum per uscire dalla Comunità Europea (oltre già a non appartenere all’unione monetaria). La Spagna, che ha promesso di fare altrettanto. La Grecia, che non ha potuto farlo solo perché le oligarchie finanziarie europee hanno destituito Papandreou, sostituendolo con l’ectoplasmatico – ma graditissimo – Samaras. L’Italia stessa, che – pur di “imbalsamare” Beppe Grillo e dieci milioni di italiani che non ne possono più – si è inventata questo Frankenstein governativo, in base probabilmente a qualche accordo deciso a Berlino subito dopo le elezioni: nessuno, infatti, ci ha ancora spiegato cosa si siano raccontati il Presidente della Repubblica Italiana e la Cancelliera Angela Merkel quando, a spoglio praticamente ancora in corso, Giorgio Napolitano si fiondò come una saetta a Berlino, tra il 26 e il 28 febbraio di quest’anno…

eurocrisis

Disegno di Mattia Massolini

Ma possiamo soprattutto documentarci su cosa sia, davvero, l’Unione Europea. Possiamo così scoprire che il documento che ne sancì la creazione fu chiamato “Trattato di Lisbona” e non “Costituzione Europea”, per non dover essere assoggettato a una consultazione popolare (come si conviene alle Costituzioni). Poi, se proprio vogliamo approfondire l’argomento e renderci inattaccabili, possiamo studiare un poco sui libri di storia, scoprendo che il progetto europeista prese forma nell’immediato Dopoguerra, “grazie” a un asse franco-tedesco capitanato da influenti economisti (Monnet, Schuman, Perroux, Attali, Delors, Issing, Weigel, per citare i principali), col preciso scopo di “togliere agli stati periferici la loro ragion d’essere” (Franҫoise Perroux), deprimendo i redditi del sud Europa per delocalizzare in esso manodopera industriale a basso costo, a esclusivo beneficio delle istanze capitalistiche e neomercantili delle superpotenze centrali e privando contestualmente Spagna e Italia della possibilità di attuare svalutazioni competitive (per una disamina più articolata, si veda l’articolo “Presidente Berlusconi, per il bene dell’Italia NON si dimetta” di P. Barnard).

Separatore

Bene, dopo esserci posti tutte queste considerazioni, possiamo fare un’ultima cosa. Osservare cioè, attingendo ad una fonte assolutamente autorevole (la stessa Commissione Europea!), come stia evolvendo la percezione dell’Unione Europea da parte dei cittadini degli stati membri.

Come forse qualcuno di voi ricorderà, in un paio di post di qualche mese fa (“Prospettive” e “Back to Basics“) avevamo già buttato un occhio al parere dei cittadini sull’Unione Europea, scoprendo che non erano proprio tutte rose e fiori come i nostri politicanti da bancarella vorrebbero farci credere…

Bene, qualche giorno fa è uscito l’aggiornamento semestrale dell’Eurobarometer (scaricabile qui) e, ovviamente, sono corso a vedere se e come fossero cambiate le cose.

Le cose, in effetti, sono cambiate. Se e come lo lascio giudicare a voi…

Questo grafico indica come hanno risposto i cittadini europei alla domanda:

Per favore, ci dica a che livello è d’accordo o in disaccordo con l’affermazione “La mia voce conta qualcosa all’interno dell’Unione Europea”

Eurobarometer 01

Linea blu: “Totalmente d’accordo”. Linea rossa: “Totalmente in disaccordo”. Linea grigia: “Non so”.

Questo grafico indica come hanno risposto i cittadini europei alla domanda:

Per favore, ci dica se è a favore o contrario a: un’unione europea economica e monetaria con una singola valuta (l’Euro).

Eurobarometer 02

Linea blu: “A favore”. Linea rossa: “Contrario”. Linea grigia: “Non so”.

Guardate i trend, non i valori assoluti. E considerate che a divulgare queste statistiche è la stessa Unione Europea (quindi, se dovessero per caso essere “drogate”, lo sarebbero certo a loro favore!).

Spero che ora facciate due cose, due soltanto:

  • Quando qualcuno proverà a raccontarvi che il progetto europeista è “a prescindere” l’unico rimedio per uscire dalla crisi, gli rispondiate per le rime;
  • Divulghiate questo articolo a quante più persone possibile: la consapevolezza nasce solo dalla conoscenza.

Buona fortuna.

22 risposte a “Fratelli d’Europa, stringiamoci a corte…

  1. Le statistiche citate sono formidabili. Il sogno di unità culturale (fin dall’inizio artefatto, a voler sentire gli economisti del novecento che citi) semmai ha avuto forza si è comunque trasformato in qualcosa di esclusivamente economico, in una nuova concentrazione di potere decisionale grazie ad una moneta che non possiamo più coniare. L’opinione pubblica, me compreso, c’ha messo tanto ma, complice la crisi, se ne sta ben accorgendo

    • Grazie Marco!
      Le statistiche che cito, però, hanno un grave problema: che… le cito solo io!
      Cioè, vengono diffuse solo da un piccolo blog che, sebbene si stia pian piano facendo strada (in una cerchia di fedelissimi illuminati), non ha purtroppo alcuna visibilità massiva.

      Mettere oggi in discussione i presupposti fondanti dell’Unione Europea è infatti considerato peggio di una bestemmia. Si rischia quasi la scomunica. E’ un affronto, quasi blasfemo!

      Se invece lo si fa con cognizione di causa, con materiale documentale a supporto, argomentando le proprie tesi in modo inoppugnabile… ecco che, da blasfemi, si diventa pericolosi.

      Non mi sono mai vergognato di professarmi un antieuropeista convinto, fin dai tempi di Maastricht. Allora si trattava di poco più di un’intuizione. Oggi, purtroppo, le intuizioni sono diventate evidenze.

      Come sempre, quando ce ne accorgeremo tutti quanti, sarà troppo tardi. Ciao.

      • Pian piano ma ci stiamo arrivando. Comunque Andrea non sei la sola goccia nel mare, diverse persone stanno aprendo gli occhi, alcuni economisti basandosi su dati ufficiali criticano la moneta europea, ad esempio Alberto Bagnai (non so se posso, comunque lo linko, questo il blog http://goofynomics.blogspot.it/) le cui analisi sono sempre molto interessanti.

        • Ti risponderò con calma in un prossimo post, Ale.
          Quanto alla citazione del blog di Bagnai (di cui parlerò), non c’è alcun problema: qui non c’è censura…! 😉

  2. A me preoccupa non solo quanto tempo ci vorrebbe per (ri)costruire un’Europa “dal volto umano”, ma quali sarebbero le possibili alternative.

    Mi sembra che per il momento quelle proposte, tornino indietro a un modello “nazionalistico di destra”, piuttosto che a una vera rivalutazione del concetto di Popolo. Mi riferisco per esempio a quanto sta accadendo in Ungheria, con un governo che picchia duro sulla troika, ma che – dal punto di vista sociale – fa un po’ accapponare la pelle… Penso alla Grecia dove – anziché a una rivoluzione, come ci si sarebbe potuto aspettare dalla tradizione storica di quel popolo – ci si sta trovando dinanzi a un’ascesa dei nazionalisti più biechi e a un’ondata di xenofobia, di fronte alla quale Borghezio sembra un boy-scout.

    Dagli altri Paesi maggiormente in crisi, non vedo segnali significativi: sull’Italia meglio sorvolare; di Portogallo e Irlanda non si sente nulla e anche dell’Islanda non si capisce più a che punto siano. Resta la Spagna, con le sue volontà più o meno separatiste (Catalogna, ma non solo); però non si capisce cosa potrebbe nascerne: un “ciascuno per sé e Dio per tutti”, o un embrione di quella che potrebbe essere un’organizzazione un po’ più federalista – e quindi rispettosa delle varie etnie – degli Stati; a futuro modello per un’Europa diversa. Nebbia fitta e avanti in ordine sparso…

    Io continuo a confidare su quanto può accadere a livello locale; ma se dovesse acuirsi davvero la crisi – e magari prendere una deriva apertamente dittatoriale, come qualcuno sta caldamente augurandosi – non so quanto singole realtà puntiformi, potrebbero restare a galla; e non solo in Italia, purtroppo.

    • Concordo pienamente, come argomentato più volte, sulla soluzione a livello locale.
      Talmente… locale, da implodere nel… singolo (come dico da sempre).

      Ignoro invece quali potrebbero essere le reazioni ad una deriva totalitaria. Che, però, faccio sinceramente fatica ad immaginare, visti gli equilibri di forze in campo (sia sul suolo nazionale, che europeo).

      Ciao

  3. Pur condividendo molti degli spunti e delle considerazioni espresse.. resta una perplessità sulle conclusioni: il fatto che cali il senso di fiducia nelle istituzioni europee, non comporta necessariamente che soluzioni migliori alla crisi possano venire al di fuori della governance europea. Infondo quando le cose vanno male la gente diventa generalmente scettica nei confronti del sistema di governo.. non credo che in Italia sarebbe diverso se avessimo ancora la lira…
    Quanto alle conclusioni del tuo precedente post sulle tre italie che possono andare alle urne… mi hai angosciato: vorrei non appartenere a nessuna delle tre… vuol dire che è la mia ora di emigrare?
    Un saluto a tutti dall’ ombrellone.
    per non rovinarmi il fegato vado a fare un vulcano con mio figlio…

    • Sì, vero: quando le cose vanno male, di solito si assiste a un calo di fiducia nei confronti del policy-maker. Tuttavia, non va dimenticato che queste rilevazioni campionarie sono condotte su TUTTA l’Europa. Comprese le meno depresse economie del Nord, ormai palesemente stanche di essere zavorrate ai PIIGS. Qualcuno sostiene che, dopo la caduta del muro che divideva l’Europa in due, tra Est e Ovest, ora stia sorgendo un nuovo muro, che taglia l’Europa orizzontalmente, tra Nord e Sud.
      La verità, a mio modo di vedere, è che di fronte al FALLIMENTO di questo progetto, nessuno come al solito vuole assumersene la responsabilità, lasciando che a pagare siano i soliti…
      Così nascono le rivoluzioni. Di solito.

      • Il problema è: se sembra improbabile mettere insiemw un progetto sano delle istituzioni europee… con che vantaggio possiamo ritirarci noi Italiani, su una nuova dimensione nazionale, quando per tua stessa ammissione, la classe dirigente (e la base elettorale) dell’Italia è fatta sostanzialmente di:
        – criminali
        – collusi e clientelisti
        – falliti ed esclusi, incapaci di trovare un
        disegno comune su cui ricostruire il disegno di
        un progetto civico?
        Già quest’afa non accende nessun entusiasmo… ci vuole qualche disegno di speranza!!

        • Sarò come al solito ripetitivo e, quindi, noioso.
          Siamo su uno spartiacque: da un lato c’è una concezione della vita (e i conseguenti impianti normativo-istituzionali) basata sul sistema della delega, dall’altro lato c’è un paradigma che muove esclusivamente dal singolo e che, conseguentemente, ha il singolo come fine ultimo e – udite udite! – come unico intermediario.
          Sul primo versante c’è l’ostinazione nel credere che qualcosa o qualcuno, al posto nostro, dovrà prima o poi risolvere i nostri problemi, in quanto deputato a farlo. Sul secondo versante ci sono, forse, gli idealisti; ma sono però quelli che, facendosi guidare dalla luce delle proprie idee (giuste o sbagliate che siano), hanno deciso di rappresentare un modello di integrità per sé e per gli altri, perché convinti che solo da tanti esempi individuali possa nascere un cambiamento collettivo.

          Non è, come qualcuno potrebbe obiettare, roba da eremiti o da isolazionisti impenitenti. No.
          E’ piuttosto il rifiuto della cieca accondiscendenza a meccanismi sovra-individuali per la regolazione delle sorti dell’uomo! E’ il rifiuto di considerare la presenza dominante di “criminali, collusi, clientelisti, falliti ed emarginati” come una barriera insormontabile alla costruzione di un’esistenza fieramente autentica! E’ una trasvalutazione di valori: dal collettivo all’individuale, dall’oggetto al soggetto, dai fabbisogni ai bisogni. E’ il primato dell’intelligenza sull’opportunità. E’ l’intimo (ma urlato) orgoglio, per esempio, di sentirsi – oltre che di dichiararsi – davvero… resilienti.

          Sono tutte queste cose, non altre, a decretare chi è in grado di imprimere alla propria vita un senso nuovo e fondante, perfettamente coerente con i propri valori, e chi invece – in un modo o nell’altro – si ritroverà sempre costretto a piegarsi agli effetti di leggi non volute da lui. O, più prosaicamente, alle leggi dell’omologazione.

          “Vivere low” non è mai stato e mai sarà facile, non ne ho mai fatto mistero. Ora meno che mai. (Nonostante proprio oggi Saccomanni stia urlando ai quattro venti che siamo alla vigilia di un’inversione di tendenza… sigh!)

          Ciao.

  4. Un Europa di questo tipo non piace a nessuno, o quasi, ovviamente…
    Ciò non vuol dire però che non si può costruire un’Unione Europea. Le basi e le finalità del progetto sono sbagliate, ma se si riuscisse ad immaginare un’Unione Europea basata sulla cooperazione (vera, non come quella di adesso che altro non è se non una competizione, l’opposto quindi…) e sulla valorizzazione delle diversità nazionali, sarebbe tutta un’altra storia

    • Pienamente d’accordo, Stefano. L’unico, piccolo problema è che, per partorire questo obbrobrio, ci sono voluti più di cinquant’anni.
      Quanti ne serviranno, invece, per costruire un progetto sano?

      • Ne servirebbe tantissimi di più di anni…le grandi “evoluzioni” si misurano con lassi di tempo molto elevati. Anche perché, contestualmente, si dovrebbe costruire la Cultura che sorregge questa visione…
        Nel frattempo? Boh, non saprei se conviene ancora continuare ad insistere con questo tipo di Unione Europea oppure no.

    • La cooperazione dovrebbe essere la base da cui ripartire, non solo a livello europeo.
      Ogni singola persona, volendo, può nel suo piccolo cercare di rianimare quello spirito di mutualità che era presente nelle piccole comunità di una volta.
      Diversamente temo che chi detetiene il potere non farà niente perché la situazione cambi.

      L’attuale organizzazione socio/economica, è incentrata solo e soltanto sulla competizione, sull’individualismo e sul consumismo… e purtroppo ne stiamo “ammirando” i frutti!

      Forse la faccio un po’ troppo semplice, ma prima Bretton Woods, poi il liberismo e il Mercato: è stato scelto un modello economico e finanziario, assunto come dogma dalla classe politica e divulgato dai media mainstream come unica possibilità di organizzare questo nostro mondo.

      Perché non c’è un dibattito pubblico su pregi e difetti di questa UE, su soluzioni alternative rispetto a quelle attuate fino ad adesso (che hanno solo peggiorato la situazione)?
      In particolar modo in Italia, sembrano argomenti tabù… per fortuna che almeno sul web si trovano spunti di riflessione…

      • Credo che sull’informazione mainstream non si parli di questi temi per il “semplice” fatto che in Europa – forse nel mondo – non esistono più donne e uomini in grado di… stabilire una nuova rotta. Ci si culla sul passato. Poco importa se queste ultime idee, affrettatamente prese all’indomani della Seconda Guerra Mondiale (quando le istanze socio/economiche necessarie per lo sviluppo dell’Europa erano radicalmente diverse) si stiano ormai rivelando fallimentari!
        Oggi non c’è più nessuno – almeno tra quelli titolati a farlo – in grado di prendere in mano le redini della situazione e dirottarla verso un nuovo orizzonte. Ripeto: ci si culla sul passato. In attesa di non so che cosa…

        C’è un passo di Nietzsche che adoro e che mi hai fatto venire in mente. E che, in parte, credo possa rispondere alla tua domanda (e a quella di altri che hanno commentato questo articolo):

        Noi, che abbiamo una fede diversa noi, per i quali il movimento democratico rappresenta non soltanto una forma di decadenza dell’organizzazione politica, ma anche una forma di decadenza, cioè d’immeschinimento, dell’uomo, un suo mediocrizzarsi e invilirsi: dove dobbiamo tendere “noi”, con le nostre speranze? Verso “nuovi filosofi”, non c’è altra scelta; verso spiriti abbastanza forti e originali da poter promuovere opposti apprezzamenti di valore e tra svalutare, capovolgere «valori eterni»: verso precursori, verso uomini dell’avvenire che nel presente stringono imperiosamente quel nodo che costringerà la volontà di millenni a prendere “nuove” strade. Per insegnare all’uomo che l’avvenire dell’uomo è la sua “volontà”, è subordinato a un volere umano, e per preparare grandi rischi e tentativi totali di disciplina e d’allevamento, allo scopo di mettere in tal modo fine a quell’orribile dominio dell’assurdo e del caso che fino a oggi ha avuto il nome di «storia» – l’assurdo del «maggior numero» è soltanto la sua forma ultima -: per questo sarà, a un certo momento, necessaria una nuova specie di filosofi e di reggitori, di fronte ai quali tutti gli spiriti nascosti, terribili e benigni, esistiti sulla terra, sembreranno immagini pallide e imbastardite.

        Oggi non c’è più nessuno.

        • Verrebbe da chiedersi se Nietzsche si riferiva alla democrazia rappresentativa (o a quella cosa chiamata democrazia, nata dalla Rivoluzione Francese), a quella greca (che democrazia non era, ma tanto andava di moda fra ‘700 e ‘800 nei circoli culturali tedeschi), o a quella diretta o di base che di r si voglia. O a tutta la democrazia in quanto tale.

          Ricordo solo che la democrazia di base ha funzionato egregiamente nelle cosiddette “società acefale”, almeno finché non sono sorte società prevalentemente guerriere: l’evoluzione (o forse sarebbe meglio dire, involuzione) delle società Zulu è significativa, anche in considerazione che lì gli Europei non c’entravano.

          Il punto potrebbe essere: la democrazia diretta può applicarsi – ai giorni nostri – anche a organismi estremamente complessi come gli Stati nazionali e federali? O – con buona pace di chi crede al potere della rete – deve rimane confinata a società o a gruppi giocoforza limitati numericamente, anche se più vasti delle reti tribali che ancora oggi ci possono venire in mente?

        • Molte tribù degli indiani d’America affrontavano le questioni che riguardavano la comunità con un metodo semplice, ma efficace: seduti in cerchio intorno al fuoco, l’indiano più anziano concedeva la parola a tutti coloro che ne chiedessero facoltà, li ascoltava, li valutava silenziosamente e, solo alla fine, dall’alto della sua saggezza proferiva il suo parere (che teneva ovviamente conto delle soluzioni proposte dagli altri).
          Alla fine si votava e, naturalmente, la proposta più apprezzata veniva adottata all’unanimità.

          E dire che… non sembra difficile!
          Noi avremmo praticamente tutto: il tee-pee, il fuoco, il membro più anziano, le mani per votare, le orecchie per ascoltare… tutto.
          Manca solo una cosa: la comunità.

        • Andrea concordo
          E’ il metodo del cerchio e del bastone della parola. Sembra che qualcuno stia continuando ad usarlo, ad esempio negli ecovillaggi.

        • Manca solo la comunità?
          Anche il saggio, l’indiano più anziano, all’orizzonte non riesco ad inquadrarlo, lo vedo lontano.
          E gli attuali rappresentanti della comunità si sono venduti, si vendono … o si venderanno; proprio per questo non sono in grado di votare all’unanimità alcunché se non inutili e generiche dichiarazioni di intenti sui diritti fondamentali o prese di posizioni ovvie per chiunque.
          Non è in questo modo che si gettano le basi per il futuro della tribù!

        • Ecco, trovo questa tua chiusa molto interessante; ricorda molto il quesito “viene prima l’uovo o la gallina”?

          E non lo dico per sminuire: il quesito potrebbe essere riproposto come “viene prima l’individuo o la comunità”? In pratica le comunità ci sono ancora, ma non sono immediatamente visibili: sono i gruppi di ritorno alla terra, i tentativi di cohousing, e così via; così che l’individuo, quando c’è (ed è questo il punto: quando è “Individuo”, con una personalità sufficientemente equilibrata da comprendere dove finisce il proprio tornaconto e deve iniziare il “bene pubblico”), fatica a trovare un punto di riferimento o di partenza.

          Come hai scritto sempre tu, nella risposta all’altro mio commento, “si implode nel singolo”: così che l’unica soluzione sia essere quella di far girare più informazioni possibile, di modo che chi vuol fare abbia qualche possibilità per muoversi. Sperando che il suo “muoversi” non sia solo utile a lui stesso, ma anche a far ripartire la comunità in cui si trova.

        • E’ il sottile e fragile equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo che per esempio distingue, a mio modo di vedere, le società del Nord da quelle del Sud Europa (Italia in particolare).
          Mentre, per esempio, nei paesi scandinavi – o anche solo in Francia e in Germania – la popolazione sembra realmente persuasa che dal benessere collettivo discendano necessariamente vantaggi per i singoli individui, così non è per la società italiana, evidentemente dominata dalle pulsioni – patologiche per la civitas – esclusivamente finalizzate al benessere individuale.

          Non è, credo, una banale dicotomia tra egoismo ed altruismo. Non credo infatti che i norvegesi, per esempio, siano particolarmente più altruisti di noi: semplicemente, un abitante del nord europa è, appunto, una persona che “abita” il suo territorio. Come tale, lo considera una risorsa e fa quindi di tutto per preservarlo e valorizzarlo. Perché, se vogliamo anche “egoisticamente”, egli capisce (a differenza nostra) che dal benessere del contesto (quindi, della collettività) può trarre egli stesso un vantaggio individuale. Per sè e per i propri figli.

          E’ dunque solo una questione di scaltrezza, non di altruismo…

        • E qui si tocca il punto: nel nostro paese un comportamento “virtuoso” (disponibilità, altruismo, rispetto delle regole) è concepito come una virtù privata nel senso più bieco, cioè come una virtù che è una semplice scelta del singolo a spese del singolo stesso. In altre parole, una scelta che non solo costa ma non merita premi. E ciò che costa e non viene premiato, stando a criteri egoistici ed economici, è una perdita netta

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