Le regole del gioco

“Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà e il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?” (Antonio Gramsci)

Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui. (Ezra Pound)

L’unica sfida ancora possibile – su cui abbia senso investire le ultime risorse – è la sostituzione di una cultura antropocentrica con una cultura biocentrica. (A.S.)

Nella variegata galassia culturale delle sensibilità ecologiste, si riconoscono fondamentalmente due posizioni.

La posizione di chi, incarnando e narrando un amore viscerale per la Natura, vi si immerge totalmente, emancipandosi dalle contaminazioni della polis e rischiando così di inscrivere la propria saggezza in una dimensione ascetica più seducente che efficace.

E la posizione di chi, a una narrazione illuminata preferisce una azione illuminata, mettendo passione, competenze ed energie a disposizione di una progettualità avvincente e inesplorata che, in ultima istanza, potrà persino tutelare, ricomprendendola, la legittima diffidenza dei primi.

Sono due forme ugualmente nobili di testimonianza: l’una ispirata all’idea che cambiando se stessi si cambi il mondo; l’altra ispirata alla convinzione che, per cambiare il mondo, occorra prima sabotarne le regole di funzionamento, per poi riscriverle.

Perché è verissimo che, più che cambiare le regole del gioco, occorra… cambiare gioco. Ma è altrettanto vero che anche il nuovo gioco avrà bisogno di nuove regole (e, verosimilmente, di chi sappia riscriverle).