Le variabili in gioco in Europa

La maggior parte di chi s’interessa di argomenti politici con un minimo di volontà di approfondimento, sa che l’importanza delle scorse elezioni Europee non si fermerà all’Europa come Stato sovranazionale, ma avrà ricadute anche sulle singole nazioni. Alcune osservazioni, quindi, per chi si sforza di “pensare high”.

Il cambio di pelle dei gruppi di potere

È fuor di dubbio, che il sistema dei Partiti basati sulle ideologie è arrivato a fine corsa. I gruppi che a livello economico e finanziario hanno in mano il potere reale, avevano per certo compreso da un pezzo tutto questo, preparando adeguate contromisure.

A scala locale spuntano come funghi le cosiddette “liste civiche”, cresciute sull’equivoco delle facce nuove e su un “certificato di nascita” – simile ai marchi dei prodotti “D.O.P.” – che ne qualifichi il localismo. Due falsi facilmente smascherabili, a chi lo voglia: perché queste liste sono facilmente riconducibili a quelle persone, che – all’interno dei Partiti o dei comitati d’affari cittadini o provinciali – hanno pilotato in tutti questi anni l’operato delle Giunte locali. Segnalo, a livello d’esempio, la presenza in uno dei maggiori Comuni polesano, di una lista che riunisce esponenti di PD, NCD, Forza Italia.

A livello nazionale e sovranazionale, le ideologie sono ormai soppiantate dalla figura del singolo e più o meno carismatico leader. Beninteso, il carisma personale è una componente indispensabile nella gestione del potere: ma qui intendo che il carisma è diventato il primo (e per qualcuno, l’unico) indicatore, da prendere in esame nella scelta della formazione da votare. Questo accade di fatto per tutte le collocazione politiche: forze “di destra”, “centro”, “di sinistra”; e pure di opposizione, se l’esempio di Beppe Grillo significa qualcosa.

La scelta che compie l’elettore si basa ormai solo secondariamente sul programma presentato; e nasce prima di tutto da un processo di identificazione, simile a quello che si mette in moto in chi s’immedesima nel personaggio di un romanzo o di un film, piuttosto che in un altro. Una scelta basata su una serie di dettagli, che passano attraverso gestualità, linguaggio (inteso come vocabolario usato), abbigliamento, ecc.: tutta la panoplia della comunicazione specie non verbale, fondamentale nei teatrini spacciati per momenti d’informazione, a iniziare dai “Talk-show”. Il che spiega a sufficienza il motivo dell’ostilità di Grillo e Casaleggio alla partecipazione degli aderenti al Movimento 5 Stelle a questa forma di propaganda politica.

Il “modello europeo” esportato a livello nazionale

Sempre chi si interessa alle vicende politiche con un minimo di attenzione, avrà notato la corrispondenza fra gli organi amministrativi europei e quelli che nascerebbero dalle modifiche costituzionali, che – non a caso con una fretta del demonio – si vogliono introdurre qui in Italia: il cui popolo – per ignoranza e mancanza di senso di responsabilità – è stato giustamente individuato come il più adatto, ad essere la cavia principale di questa trasformazione.

Il problema maggiore che si troverà ad affrontare chi sarà mandato al Parlamento Europeo, per far vera opposizione, sarà che detto Parlamento ha ben poco potere decisionale. I veri organi di potere sono altrove e possono intervenire quando e come vogliono, per stravolgerne o bloccarne le decisioni.

Con le recenti riforme anche l’Italia sta muovendosi in questa direzione: col progetto di una “Camera Bassa”, regolarmente eletta, e una “Camera Alta” formata da quelle persone che – elette o meno – già fungono da cerniera di collegamento fra i livelli più bassi dei centri del potere effettivo e gli organismi legislativi nazionali. È facile immaginare, che la “Camera Bassa” finirà con l’essere poco più che un organo ratificante le decisioni, prese da quello che sarà il nuovo Senato.

È per me evidente, che tali novità intendano portare gli ormai ex o quasi ex Stati sovrani, verso forme di governo sempre meno democratiche e sempre più oligarchiche e corporative. E questo passo potrebbe fornire l’opportunità, a chi davvero ci governa, di disinnescare uno dei rischi più grandi, che possano correre in un sistema democratico: un’invalidazione per eccesso di astensioni.

È chiaro infatti che c’è astensione e astensione: una parte di chi si astiene, agisce comunque in maniera molto propositiva e alternativa al Sistema: costoro (chi lavora nei Centri Sociali, pur con tutti i limiti ideologici che tali strutture hanno; chi ritorna alla Terra in forme associazionistiche solidali; chi è davvero impegnato nel sociale, ecc.) hanno maggior senso civico e di responsabilità della maggior parte di chi delega; figurarsi di chi si astiene “perché tanto sono tutti uguali”. Sarebbero quindi molto pericolosi, se riuscissero finalmente a coordinarsi e agire insieme.

Non mi stupirei, quindi, se l’inserimento di organi legislativi non eletti, desse il destro a chi ci governa, per uscirsene prima o poi con un “vedete, il Paese funziona lo stesso: la democrazia rappresentativa è in via di superamento”; e immaginiamoci cosa penseranno di quella diretta o di base…

Il “modello somalo”: il modello definitivo per l’Europa?

Sempre ai più attenti non sarà sfuggito, che tutti gli interventi messi in campo dalla NATO per “esportare” democrazia e libertà, hanno gettato i Paesi beneficiari di tanto zelo in uno stato di caos politico e sociale. Questo è accaduto molti anni fa con la Somalia ed è proseguito nei Balcani e poi con Iraq, Afghanistan, fino ad arrivare all’Africa Mediterranea. Così che sarebbe utile chiedersi: la prima volta è stato un esperimento ed è normale sbagliarsi; la seconda si saranno preparati meglio, ma avranno sottovalutato qualche variabile: capita. Ma le altre?

Allora la persona molto, ma molto attenta, va parecchio indietro nel tempo, torna all’epoca del colonialismo del XIX Secolo: e scopre che gli Stati coloniali sono stati formati, avendo cura di mettere sotto la stessa bandiera etnie di solito ostili l’una all’altra. Un bell’esempio lo si ha dando un’occhiata a quelle piccole nazioni presenti sulle coste atlantiche come Togo, Dahomey e via dicendo.

Perciò questa persona, tornando ai giorni nostri e alla crisi ucraina, non può che chiedersi: non è questa la “soluzione finale” che stanno pensando per l’Europa, almeno nel caso in cui non siano ben attestati al governo locale le loro teste d’uovo? Cosa c’è di meglio controllabile, per le lobby che hanno come unico obiettivo il proprio tornaconto economico e di potere fine a se stesso, di un Paese frammentato e in preda al caos, nel quale è facilissimo trovare chi faccia il lavoro sporco per qualche briciola di quello stesso potere. E contro il quale – una volta diventato “troppo ingombrante” – sia possibile usare qualcun altro, con lo stesso meccanismo?

Di fronte all’accusa di terrorismo, rivolta tanto nel piccolo a chi contesta il sistema finanziario che ci sta schiavizzando (come i NO-TAV), tanto a più grande scala a quei popoli che decidono per la loro autonomia, sarebbe il caso di riflettere un po’.

Alberto Rizzi

2 risposte a “Le variabili in gioco in Europa

  1. È facile immaginare, che la “Camera Bassa” finirà con l’essere poco più che un organo ratificante le decisioni,

    Ma coi berlusconici decreti legge (usati comunque anche da altri) in Italia è già un po’ così…

  2. Lo leggo dopo con calma, però questa

    La scelta che compie l’elettore si basa ormai solo secondariamente sul programma presentato; e nasce prima di tutto da un processo di identificazione

    è semplice, efficace, vera. Applauso

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