Siamo ancora in tempo

Ieri, lunedì 20 febbraio 2017, è stata per la mia storia personale – e indirettamente per il progetto LLHT – una giornata particolare. Molto particolare. Ho lavorato (soprattutto dentro) affinché fosse così. E, come quasi sempre accade quando si Vuole qualcosa, quella cosa comincia a muoversi verso di te. Così, quando meno te l’aspetti, te la ritrovi davanti. So che, per chi non ha mai sperimentato questa magia, una simile affermazione può sembrare pericolosamente new-age. Ma tu, proprio tu, sai che invece è davvero così.

Stanno succedendo cose strane, in questo 2017. Cose importanti. Definitive. Alcune di esse mi sono imposto di non comunicarle, tale è la loro forza. Altre le racconto, perché questo spazio è magicamente fecondo…

Una di queste cose è semplicemente cronaca: a distanza di sole due settimane, ho infranto per due volte consecutive il record di partecipanti a un evento a cui ero stato invitato. Trecento persone due sabati fa ad Abbadia San Salvatore, in provincia di Siena, per un grosso convegno dei comitati contro le trivellazioni speculative sul Monte Amiata. Quattrocentoventi persone ieri, per un intervento di un’ora e mezzo al termine della proiezione del docu-film Domani. Con un “piccolo” dettaglio, riguardo alle quattrocentoventi: erano studenti. Studenti di scuole superiori, dalla prima alla quinta. Licei, istituti tecnici ed istituti professionali.

La voce maliziosa, fuori e dentro di te, insinua: va bé dai, erano obbligati. E poi… niente lezioni, niente interrogazioni. Un lunedì coi fiocchi. Ce ne fossero…!

Innegabile. Senonché… la voce onesta, dentro e fuori di te, conosce la verità. La sa. Perché la può dimostrare.

Una verità fatta di eroi. A partire da Marinella, che suggerisce il mio nome a Equofrignano, l’associazione che ha già ospitato la presentazione di ciascuno dei miei libri e che per l’occasione affianca l’evento, organizzato da due Eroi con la maiuscola: MG e TT (i nomi li metterò quando saranno loro a parlare di sé). Due insegnanti che decidono che il momento è arrivato. Anche qui, in Italia. Il momento di alzare lo sguardo. E di gettarlo oltre i confini dei programmi ministeriali. Oltre la fuliggine omertosa dei polverosi cliché d’ordinanza. L’agenda della giornata prevedeva: proiezione del film Domani, intervento di Andrea Strozzi e testimonianza di due produttori locali. Con l’eccezione degli ultimi due interventi (preziosissimi, ma organici al territorio), il resto era eversione pura, almeno per la scuola che ricordavo io. Quella dei miei tempi.

Chissà in quante classi daranno l’adesione… si confabulava con MG durante la nostra prima telefonata. Ti so dire. Sì, più che altro per sapere l’età degli studenti, per capire come “tarare” i contenuti.

sala

L’euforia per il sold-out era tangibile già alle 7:15 parlando con Lucio, il supremo tecnico di sala, mentre testavamo i collegamenti del pc nel cinema ancora vuoto e buio, prima che arrivassero i ragazzi: “Il cinema così pieno era da tempo che non si vedeva”, mi confida. “Ma a proposito… come mai sei già qui? Non si era detto alle 7:40?”. Non vedevo l’ora, rispondo. “E così tu sei per la decrescita? Anch’io e mia moglie ci crediamo.” Poi parliamo in scioltezza. Curiosità. Perché certi dettagli sono rivelatori più di qualsiasi altro: tutti i collegamenti funzionano alla perfezione fin dal primo tentativo. Pc, mixer, microfoni (sia a filo che radio), proiettore, cavetti di collegamento (uno dei quali non era mai stato usato in precedenza), distanza per il telecomando di avanzamento delle slide (il pc era a metà sala)… tutto funziona perfettamente al primo colpo. E’ un segnale. Lo sappiamo entrambi. Non ce lo diciamo.

Alle 8 arriva l’altro personale del cinema. Poco dopo i primi docenti. Poi gli studenti. C’è disciplina. Tutto fila liscio. Si parte alle 8:32.

Vedo anch’io “Domani” per la prima volta. Il film è notevole. Apprezzo in particolare la scelta di non indugiare sul catastrofismo. E’ un film operativo. Un film che non rigurgita diagnosi – ormai già note e stranote a chi non si nasconde nelle trincee del negazionismo – ma terapie. Un film che si espone. E che… espone. Totnes. Reykjavik. Detroit. Copenaghen. Rob Hopkins. Pierre Rabhi. Jeremy Rifkin. L’immancabile Vandana Shiva (il cui iper-presenzialismo in questo genere di iniziative risulta, a mio modestissimo avviso, inversamente proporzionale all’autenticità che è capace di esprimere…). Le monete alternative. Gli orti urbani. Le energie rinnovabili. La mobilità sostenibile. Politiche ambientali virtuose. Alto e basso. Tanto e poco. Visione e azione. Il mix è perfetto. Prendo molti appunti. Verso la fine del film, penso a ciò che non avrei mai voluto… dovuto pensare: e io che gli racconto, adesso?

Venti minuti di intervallo. Mi chiedo quanto spingere. Mi chiedo quanto alzare ulteriormente le fiamme. Sulle pareti vedo gli estintori. Allora non cambio la mia scaletta mentale. Non cambio cioè il Cosa. Cambio il Come. Cambio… me. Faccio gentilmente uscire dal cinema il relatore, lo rimando a casa. E faccio accomodare Andrea. Quello che ha da raccontare una cosa che nel film non c’era, e che non poteva esserci: il mio, di Perché.

Il mio solito paio di giochetti per entrare nello “stato” e… via, si parte. La presentazione della professoressa è esageratamente commovente, di quelle che ti fanno sentire importante (forse perché ancora non sa che non te ne frega niente). Allora cavalco la sua enfasi e, allargando le braccia, esordisco con un’iperbole: alla fine, chi vuole, potrà persino… toccarmi!!

Il mio intervento è lo stesso che avevo preparato nei giorni precedenti da casa, ma la voce narrante è quella di una persona che nemmeno io conoscevo. Perché sapevo – dentro di me ne ero assolutamente certo – che quella di ieri fosse la prima finale dei mondiali che stavo giocando. Non era il numero di persone (ormai, che siano trenta o trecento, non la sento più la differenza). No, era la loro età. Ed era la mia responsabilità nei loro confronti, nella mano di colore che avrei inconsapevolmente dato al loro futuro. Quale colore avrei scelto? Avrei mai potuto dirgli – come peraltro scrivo in Vivere Basso, Pensare Alto – che durante uno dei miei primi assessment mi sentii dire, tra l’ironico e il vagamente intimidatorio, Se vuoi fare carriera qui dentro, fai finta di non essere laureato? Potevo dirgliela, una cosa del genere? Non l’ho fatto. Perché l’ho detto: era la loro età a spaventarmi. Un anno fa avevo fatto una lezione in un master post-universitario, e alla fine il severissimo giudice che se ne sta sempre accovacciato sulle mie spalle mi aveva dato, oltre a un sonoro ceffone, un bel quattro: impacciato, autoreferenziato, eccessivamente reattivo, puntiglioso. Ma ieri, dopo solo pochi minuti, quell’odioso pennuto se n’è volato via in un fruscio di piume: il cinema era mio.

Perché le controprove ci sono sempre. E la prima di quelle prove sono state le loro domande. Domande che, per la prima volta da quando tengo conferenze, mi venivano appoggiate su un vassoio d’argento. Attenzione: domande difficilissime, sia chiaro. Ma, per la prima volta, nessuna di esse (e ieri sono state in tutto una dozzina) era viziata da quella vena di malizia che qualche volta, in altre occasioni, mi è capitato di avvertire. C’era apprensione, in quelle voci. Impazienza, in quegli sguardi. Più preoccupati di quelli dei loro genitori. Sì, cari miei genitori. Lasciatevelo dire: i vostri figli vi danno dieci a zero, quanto a sociocentrismo. La ragione è semplice: loro, a differenza vostra, hanno capito. Perché loro, a differenza vostra, lo stanno vivendo. Voi, cari genitori, per quanti sforzi possiate fare, per quanto vi sbattiate per ascoltarli (lo fate davvero?), non siete strutturati per percepire l’urgenza del momento. Perché avete meno vita davanti. Perché siete stanchi. Perché la piccolezza delle vostre liturgie quotidiane oscura la grandezza dei loro sogni. Voi, genitori, siete banalmente occupati. I vostri figli invece sono PREoccupati. Fatevene una ragione. O, se non ci riuscite, fatevi da parte. I vostri figli hanno comprato molte copie di Solo la Crisi ci può salvare, che uno dei loro insegnanti aveva addirittura usato in classe per introdurre la questione della sostenibilità. Ma vi rendete conto??? Io ancora no…

Ieri sera, mentre ancora volavo (a proposito: nessuna traccia, lassù, del… giudice alato: deve essersene proprio andato per sempre… 😉 ), prima di andare a dormire mi collego a Facebook. Vi dico solo i fatti. I commenti li lascio a voi. Ho smesso di contarle, le richieste di amicizia! Mai viste, tante in un colpo solo. Come faccio sempre, prima di invitare a seguire la pagina, do un’occhiata a ogni singolo profilo. Erano tutte ragazze e ragazzi presenti in sala. Vi giuro che, mentre rispondevo, avevo gli occhi lucidi. Qualche battuta, con alcuni di loro. Unitevi, fatevi promotori di una iniziativa locale. Ricordatevi l’ameba di cui vi ho parlato stamattina… da soli non ce la farete. Ottimizzate gli sforzi. Grazie. Grazie. Grazie.

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Questo che avete appena letto è il post più ottimista di tutti quelli che ho scritto fino ad ora. E lo concludo in modo stupidamente semplice. Ma tremendamente potente, credo: siamo ancora in tempo.

PS. Mi rivolgo a MG e TT. Lasciatevelo dire da chi, nell’ultimo anno e mezzo, ha fatto 86 date in tutto il Centro-Nord, incontrando alcune tra le punte di diamante dell’associazionismo etico disseminato sulla penisola: ieri voi avete spalancato un portone. Non è retorica, la mia (non lo è mai). La mail che vi avrei scritto privatamente è diventata questo post. E allora ve lo dico così, fuori dai protocolli (se non posso permettermelo con voi, con chi potrei?): vi scriverò nei prossimi giorni per imbastire quella specie di intervista a cui abbiamo accennato a voce, di cui questo post potrebbe essere il prologo. Decideremo poi insieme, se vorrete, fin dove farla arrivare. Credo che sarebbe bello che la voce degli Eroi venisse ascoltata da quante più persone possibile. Io ce la metto tutta. So che non li deluderete.