Due terzi schiavo

Questo non vi piacerà. Per la verità, piace poco persino a me. Perché è… vero. Sono veri i numeri. Vere le emozioni. Vero il rimpianto. Vera la consapevolezza. Vero il successo. Vera la sensazione di libertà.

Come molti di voi ormai sanno, nel 2014 ho mollato un posto di lavoro prestigioso e dignitosamente retribuito, dopo quasi quindici anni trascorsi nel settore finanziario. A fare cose “serie”, diciamo. Delicate. Strategiche. Responsabilizzanti. Aggettivo ingannevole, quest’ultimo. Perché inevitabilmente… relativo. Relativo al contesto in cui mi trovavo. Io ero responsabile in quel contesto. Ma ero dannatamente irresponsabile in molti altri. Salto i passaggi intermedi (tutti raccontati nel mio libro), per dire che si arriva così al punto in cui, se alla mattina vuoi continuare a guardarti allo specchio senza abbassare lo sguardo, il salto devi farlo per forza. E infatti lo feci.

Con la fine del 2015, si sta chiudendo il primo anno interamente da outsider. Un anno in cui ho potuto gustarmi una nuova concezione della vita. Una dimensione in cui sono finalmente io a farmi le regole che possono servirmi. La prima e più importante di queste regole si chiama tempo. Non sono più gli altri a scandirlo adesso, ma soltanto io. Questa cosa è impagabile. E per molti aspetti indescrivibile. Credo che abbia intimamente a che fare con il concetto di libertà.

In questi giorni ho rimesso in fila le cose. Le ho ripensate. Rimuginate. Le ho valutate e rivalutate. Con occhi diversi. Con chiavi di lettura che fino ad ora avevo solo sfiorato. Adesso le ho quantificate. E ho paura, adesso. Paura a specchiarmi in ciò che sto per scrivere. Così come dovreste averla voi, paura. Per quello che è stato. E per quello che sarà. O che non sarà.

La questione è semplice: per chi, o per che cosa, si lavora.

Ho elencato tutte e sole le spese che nel 2013, l’ultimo anno intero in cui ho avuto un lavoro salariato, ho sostenuto per… lavorare! Che cioè erano strettamente dipendenti da quel lavoro. Perché funzionali ad esso. Spese piccole e grandi che ero costretto a sostenere per il solo fatto di trovarmi inserito in quel meccanismo. La famosa ruota del criceto, certo. Ho quindi convertito l’ammontare di quelle spese in ore e giorni di lavoro, banalmente dividendole per il mio guadagno netto orario. In pratica, ho applicato alla lettera la filosofia di José Pepe Mujica, in base a cui

quando compro qualcosa, non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che mi è servito per guadagnarli.

Vediamo quanto mi sono costate quelle spese necessarie a poter lavorare, allora:

• Bar. Al bar ci andavo tre volte al giorno (prima di entrare in ufficio, a metà mattinata insieme ai colleghi, e in tarda mattinata per un caffè volante), a cui va aggiunta una ricarica settimanale media di 5 euro sulla chiavetta per le macchinette. Nota (per prevenire obiezioni): la spesa del bar non è da considerarsi facoltativa, perché in certi ambienti il bancone del bar è un luogo di lavoro esattamente uguale – se non addirittura più mirato – alla propria scrivania, perché è dove si stringono relazioni con persone di altri uffici e si scambiano informazioni spesso basilari per la propria attività. Totale: 15,2 giorni di lavoro. Dovevo cioè lavorare più di quindici giorni all’anno, solo per potermi finanziare le colazioni al bar…

• Pranzi fuori. Spesa giornaliera eccedente il valore del buono pasto, moltiplicata per 220 giorni lavorativi. Totale: 11,3 giorni di lavoro.

• Cene fuori. Questa voce – è vero – non dipende tecnicamente dal fatto di lavorare: mia moglie ed io avremmo in effetti potuto cenare ogni sera a casa, preparandoci noi qualche manicaretto. Ma… alle dieci di sera? In quanto, rientrando dal lavoro molto tardi, non avevamo né il tempo, né la testa, né la voglia di metterci ai fornelli. I ritmi a cui eravamo sottoposti ci “costringevano” quindi ad andare fuori a cena in media un paio di volte alla settimana. Totale: 22,9 giorni di lavoro.

• Acqua minerale. Questa voce la metto perché all’epoca, sempre per ragioni di tempo, prendevamo l’acqua al supermercato e non – come avviene oggi – gratuitamente all’acquedotto. Totale: 2,6 giorni di lavoro.

• Vacanze. Tema delicato, questo. In quanto, come per le cene fuori, nessuno ci obbligava tecnicamente a fare vacanze dispendiose. Ma, ancora una volta, quando si vive in un certo contesto le vacanze diventano purtroppo un modo per dimostrare di farne legittimamente parte. Una specie di certificato di appartenenza. Ricordo che una volta facemmo un bellissimo giro a piedi di alcuni giorni su un antico tracciato del nostro Appennino, spendendo una cifra irrisoria: il risultato fu che, al lunedì mattina, provai una certa vergogna a comunicare agli altri tale scelta. Ai fini di questo calcolo, considero quindi una vacanza “corposa” all’anno e tre weekend in giro per l’Italia, per un totale di 40,3 giorni di lavoro.

• Abbigliamento. Una delle regole non scritte era un abbigliamento formale piuttosto decoroso. Considero quindi, in media ogni anno, 3 camicie, 2 completi giacca+pantalone, 3 cravatte, 2 paia di scarpe, 1 giaccone o soprabito. Tutto di qualità media o medio-bassa e preso rigorosamente in saldo. Totale: 13,2 giorni di lavoro.

Subtotale fino a questo punto: 105,4 giorni di lavoro.

Poi c’è tutta un’altra serie di altre voci che, sebbene assorbissero importi inferiori, concorrevano sensibilmente a gonfiare la cifra complessiva. Mi riferisco per esempio a: previdenza integrativa (quota della mia retribuzione girata al fondo pensione), carburante per tragitto casa-lavoro (fortunatamente nel mio caso abbastanza modesto), lenti a contatto (possedevo un paio d’occhiali con una montatura del 1992 e, per le ragioni sopra esposte, oltre al dress-code esistevano anche delle convenzioni estetiche), alcuni farmaci o parafarmaci (per piccoli malanni che, guarda caso, da quando non vado in ufficio non mi colpiscono più), quotidiani e riviste (necessarie per aderire – almeno formalmente – a un circuito informativo mainstream, necessario per non sembrare dei disadattati), più altre voci di spesa inferiori.

Bene: includendo anche queste voci, il totale di giorni lavorati soltanto per “finanziare” la mia appartenenza a quel meccanismo sale a 148,7 giorni.

Detta in altre parole, dei 220 giorni lavorativi annuali, circa 150 mi servivano soltanto per restare inserito in quel modello. Senza che mi venisse in tasca niente di più. Niente di cui avessi effettivamente… BISOGNO.

E qui entriamo nella parte più drammatica. Che provo a illustrare aiutandomi con un grafico.

Grafico e CricetoVisivamente fa paura. Dei 220 giorni che la vita mi mette ogni anno comunque a disposizione e che io avevo scelto di dedicare al lavoro salariato, oltre due terzi (67,6%) erano funzionali a mantenere in moto quella ruota! Niente che servisse a me, alle persone che amo, ai miei bisogni, alle mie passioni, alla percezione di un Senso, di un Significato…

Per due terzi del mio tempo, vivevo per lavorare. E ve l’ho appena dimostrato.

Fermatevi, adesso. Fermiamoci un attimo. Ok, ora è perfettamente naturale: in alcuni lettori potrebbe scattare qualche legittima barriera di autodifesa, potrebbe persino sembrare giusto aggrapparsi alle possibili incongruenze dei miei calcoli. Vi risparmio la fatica: ci sono sicuramente delle incongruenze! Come altrettanto sicuramente le mie misurazioni sono state in qualche caso approssimative. Se non altro, in quanto frutto di una valutazione soggettiva. Certamente, la mia condotta non è stata irreprensibile. Certamente, ho ceduto su molti fronti. Avrei potuto evitare qualche cappuccino, qualche cena fuori e persino quel weekend a Volterra. Però adesso domandiamoci: di quanto si sarebbe abbassato l’istogramma rosso, senza quelle incongruenze? Davvero credete che si sarebbe abbassato a sufficienza per… non farci vergognare dei gerani che comunque tutti noi, nel corso degli anni, appendiamo alle sbarre della nostra cella? Se anche quell’istogramma rosso scendesse dal 67% al 50%, potremmo forse ritenerci soddisfatti?

E ora sferriamo il colpo finale. Estendiamo cioè il ragionamento, passando dal particolare all’universale. Dalla vicenda personale mia e di molti di noi ad una sua dimensione sistemica. Guardate, sempre in quel semplicissimo grafico, a cosa corrispondono veramente le due aree: quella rossa (che – ripeto – serve solo per tenere in piedi il meccanismo) e quel surplus verde (che corrisponde al tempo di lavoro con cui ci guadagniamo i soldi da destinare ad altro):

Garfico PIL

Circa un terzo del tempo che dedichiamo al lavoro serve effettivamente per consentirci di acquistare il cibo, pagare le utenze domestiche, la cultura e, qualora avanzasse qualcosa, mettere due soldi da parte: in pratica, sono i beni di prima necessità.

Ma – ed è qui che vengono i brividi – i due terzi rimanenti servono esclusivamente a mantenere in moto la megamacchina produttiva. Ad alimentare, cioè, il fantomatico PIL! Servono esclusivamente a fornire linfa a quel sistema perverso, autoreferenziato ed autoportante che si chiama libero mercato. I benefici di quei 148,7 giorni di sforzi non erano destinati al mio benessere, ma soltanto a… preservare il sistema.

Ed ecco perché tremano i polsi: perché, su un arco temporale di quasi quindici anni della mia vita, ne ho usati dieci solo per… nutrire il mio carceriere! Fisso quel grafico. E lo fisso ancora. Quasi inebetito. Fino a pietrificarmi. Non riesco a farmene una ragione. E in quanti ci siamo dentro, penso.

Oggi ne sono uscito, è vero (per essere dentro a qualcos’altro). Oggi il mio unico obiettivo è garantirmi l’equivalente monetario di quel surplus verde in alto, quello che cioè serve ad assecondare i bisogni primari miei e della mia famiglia. E’ un obiettivo che sto costruendo pezzo dopo pezzo. Un obiettivo che, soprattutto se alleggerito delle “zavorre rosse” che ci sono sotto, si rivela essere un traguardo assai più raggiungibile.

Lo so, è un pessimo post per concludere l’anno. O forse è ottimo, chi lo sa. Perché la consapevolezza è come al solito il primo passo, se davvero lo vogliamo, per passare poi all’azione.

27 risposte a “Due terzi schiavo

  1. sono al terzo anno senza auto.. il mio reddito si è abbassato molto, ma i miei consumi si sono abbassati molto di più. Avere l’auto piccola a metano e fare carpooling non mi basta. Non promuovo la decrescita felice dell’economia, promuovo una crescità felice dell’Umanità. Il PIL cala comunque. Ma il parametro per misurare la vita è la qualità non il tenore. Cito per chi l’ha visto il discorso tipico della schiavo https://www.youtube.com/watch?v=5YANjIKfNEo 4 minuti e 20 di Silvano Agosti e il pensiero di Tiziano Terzano sull’economia di soli 3 minuti… https://www.youtube.com/watch?v=uQTg-AHlvhI entrambi i video sono da rivedere più volte… Mi accingo a lasciare l’Italia per vivere in un paese del terzo mondo con un sacco meno di stress, farò l’orto tutto l’anno !! Tenore di vita? fosse per me starei al limite della sussistenza… In ogni caso sobrietà per scelta e non austerità imposta da Bilderberg al mio governo e dal mio governo a me.. qui facciamo il 76% di raccolta differenziata… punto a ridurre a zero il rifiuti residuo.. ed abbassando il tenore di vita aumenta il tempo da passare con le persone amate… Il tempo ha valore… ma molti continuano a dargli un prezzo.. Guido 50 anni (Bergamo)

  2. Sono d’accordissimo infatti anche io ho scelto di prendere il controllo del mio tempo e della mia vita . Vita ne abbiamo una sola e non possiamo passarla a lavorare per qualcun altro.

  3. Pingback: Criceti nella ruota | il gatto nero e la luna·

  4. Ciao Andrea,
    provo ad aiutarti a risolvere il dubbio che esprimi nell’ultimo paragrafo… o almeno esprimo il mio parere… questo post non è pessimo bensì ottimo sia per concludere che per iniziare l’anno! Non ho mai fatto calcoli precisi come i tuoi ma ragiono spesso su queste cose. Al di là delle spese per il tragitto casa-lavoro, i soldi per i vestiti che dobbiamo indossare in ufficio, ecc. concordo con te sui soldi per le cene fuori e i weekend in giro…. spesso si tratta di “distrazioni necessarie” per cercare di alleggerire il fardello di un lavoro che non ci fa stare bene….. una volta eliminato quel fardello è molto più facile rinunciare o comunque ridurre sia i ristoranti che i viaggi…. perché non se ne sente più il bisogno. Davvero è necessario concentrarsi sulla parte verde del grafico, sui bisogni primari. A volte però siamo frenati dalla paura di non riuscire a soddisfarli pienamente uscendo da questo maledetto sistema…. però gli esempi di chi ce la fa non mancano…. grazie per gli stimoli! 🙂

  5. Sono uno studente universitario del secondo anno di Economia e da quando ho iniziato i miei studi non passa giorno in cui mi chiedo se è giusto il modo in cui ci insegnano le cose. Per esempio, in questo periodo sto preparando l’esame di Macroeconomia dove tra le tante cose viene proposto un modello di crescita. Un modello di crescita basato su produzione, capitale ecc; ma chi ha detto che il PIL vada di pari passo con la felicità delle persone? Perché non ci viene proposto un modello di crescita economica “basato sulle persone” in cui i fattori non siano capitale, occupazione e il cui scopo non sia il PIL ma, per esempio e banalmente, la felicità delle persone? Ho molti dubbi sulla reale utilità dell’economia, o meglio, ho molti dubbi su come l’economia viene e sui pilastri/scopi su cui è basata. Forse il fine ultimo non dovrebbe essere “di più” ma “di più per tutti” (classico trade-off efficienza-equità, e qui si potrebbe parlarne per giorni mi sa) ma tenendo conto di molte altre cose che i modelli economici non inquadrano come inquinamento ambientale, tempo ecc. O questo non incide sulla qualità della nostra vita?
    Ovviamente ora tutto è basato sul fatto che le persone abbiano un lavoro retribuito ecc e andrebbero cambiate molte cose a partire dal sistema di istruzione ecc. Non è semplice ma bisogna capirlo e provarci, complimenti per l’articolo.

    • Ciao Paolo,
      grazie per le tue parole e soprattutto per gli stimoli.
      Posso solo dirti… benvenuto nel mondo della Bioeconomia! Il cui scopo primario, nelle stesse parole del suo fondatore, è “il benessere delle persone”.
      Fai un esperimento: leggiti qualcosa qui su LLHT, o dove preferisci, su Nicholas Georgescu-Roegen e sulla Bioeconomia (nel link, tutti i post a tema). Poi, all’esame di macro, prova ad accennare questo genio e la sua disciplina al tuo professore e vediamo come reagisce. 😉
      Poi, se vuoi, raccontaci tutto: LLHT è a tua completa disposizione. Dai, sono curioso…

      Se può interessarti, a breve esce un mio pezzo piuttosto articolato proprio su questa disciplina. Così avrai qualche freccia in più al tuo arco.

      Ti saluto. E ti ricordo che l’Università che davvero ci serve non è quella per cui paghiamo le tasse universitarie. E’ tutt’altra…

      • Ciao,
        innanzitutto grazie per la risposta. Purtroppo l’esame, data la falsariga di quelli precedenti, probabilmente sarà esclusivamente basato su degli esercizi ma se fosse possibile le assicuro che lo accennerò 😉 Lo farei perché ritengo sia doveroso almeno provare a cambiare le cose, soprattutto se sono temi che toccano ogni persona, perlomeno per sentirsi in pace con se stessi.
        Per il resto le assicuro che continuerò ad informarmi e leggerò con molto piacere il suo articolo dato che, a mio avviso, questo è uno dei maggiori temi/problemi su cui la società di oggi deve riflettere per un futuro migliore e più equo. Basta vedere il nostro pianeta che dopo non molti decenni di “crescita” smoderata già chiede pietà e non ce la fa più… e prima o poi tutto torna indietro.

    • Ciao Paolo,
      L’insegnamento tradizionale dell’economia è UN modo di vederla e insegnarla, non IL modo. Anche in ambito universitario le cose stanno cambiando, anche in Italia. Ti consiglio di dare un’occhiata qui: http://progetti.unisi.it/core-econ/
      Non sono un addetto ai lavori, ma questa iniziativa internazionale e i materiali prodotti promettono molto bene.
      E ricorda: l’economia è troppo importante per lasciarla al “nemico”! Quindi, non scoraggiarti. Studia e rimani onestamente critico! Il mondo ha bisogno di persone così. 🙂

  6. Bene, finalmente un Economista serio, preparato, intelligente e che fa i ragionamenti giusti e sani. Questi sono i fatti, praticamente inconfutabili in cui è chiaro come il sole che stiamo letteralmente buttando via montagne di soldi per poi dire che non ne abbiamo mai abbastanza e che la colpa è sempre di qualcun altro, politici, banche, extraterrestri, congiunzioni astrali, la sfiga, etc etc. Fate studiare queste cose nelle facoltà di economia e date subito una cattedra al Dott. Strozzi, altro che minchiate sulla crescita…
    Paolo Ermani

  7. caro Andrea,
    due dubbi:
    1. le 220 giornate non sono sottostimate? (tenuto conto che parli del rientro dal lavoro alle 10 di sera).
    2. “far crescere il PIL” non permette il lavoro … ai baristi, ai ristoranti, ai lavoratori delle località di vacanze ecc.? Non sono ancora riuscito a convincermi del tutto che la decrescita faccia solo del bene alla società. Quanta gente lavora per creare degli “inutili” beni di consumo?
    Se togliessimo qs lavoro, sicuramente il PIL diminuirebbe così come l’occupazione … mah, ai posteri l’ardua sentenza (se mai succederà).

    Anche io negli anni scorsi ho provato a fare qs conti, sull’onda di quanto fanno i “bilancisti di giustizia” e ho spostato i consumi da quelli “inutili” a quelli “giusti”.
    Oltre a ciò ho sempre dato molto valore alle relazioni umane, a volte anche a discapito del lavoro.
    Un mio problema è … che tengo famiglia (oltre alla moglie, due figlie di 19 e 26 anni) e che le scelte fatte, assieme alla mia consorte, che cercano la sobrietà, sono vissute dalle figlie come povertà!
    Ma non per qs ci rinuncio. Vorrà dire che le loro saranno diverse e poi vedremo se si sentiranno più felici e a posto con la propria coscienza.
    Grazie a Dio dalla fine dell’università ho fatto sempre un lavoro che aveva un senso anche sociale e ambientale (sono tecnico in agricoltura biologica) e che mi ha gratificato e mi ha dato molte soddisfazioni.
    Certo le scelte fatte a volte si pagano, ma il prezzo pagato non vale niente in confronto alla soddisfazione di sentirsi a posto.

    Comunque mi complimento per la tua scelta, che spero sia sempre più seguita in modo da cambiare “qs sporca società”.

    Enrico

    • Sì Enrico, tecnicamente hai ragione. Anche il mio netto orario (il parametro per stabilire il tempo di lavoro necessario a finanziare quei consumi) l’ho però calcolato COME SE le giornate fossero 220 e di 7,5 ore. Se aumentassi il 220, diminuirebbe il mio compenso orario e tornerebbero quindi a crescere anche i 148,7 giorni, col risultato che alla fine il 67,6% (148,7 / 220) non cambierebbe. Ciao.

  8. Una decina di anni fa, ben prima della crisi, avevo scritto degli appunti per una “Rifondazione dell’economia” in cui suddividevo le spese in 4 categorie (senza essere economista): bisogni primari (per sopravvivere), bisogni secondari (per lavorare-la tua colonnina rossa! ci siamo!), opzionali per il benessere (che tu consideri giustamente verdi, insieme ai primi) e bisogni indotti NOCIVI (tutto il frutto del consumismo e della pubblicità che porta a vizi e cattive abitudini, e conseguentemente a malattie, … produzione e smaltimento di rifiuti, … azioni antisociali di furto e abuso verso i più deboli e svantaggiati, …). Fatti i conti arrivavo a definire che solo il 40% del totale era “verde”, che i vizi valevano altrettanto e potevano essere eliminati, e che con un po’ di impegno e condivisione (sharing, dono, baratto, autoproduzione, …) si poteva ancora economizzare almeno un terzo della somma “verde” + “rossa x lavoro”.
    Anche un elfo autosufficiente dovrà impiegare una quota parte del suo tempo lavoro a riparare attrezzi, scambiare eccedenze, fare lavori comunitari, insegnare ai figli, farsi curare ecc… quindi non sono del tutto comprimibili; tuttavia mi sento in piena sintonia sul fatto di ridurre a ZERO la quota di PIL legata ai NOCIVI, che tra il tuo 65% ed il mio 40% cubano comunque una montagna di … vita.
    Nel mio piccolo, pur ancora legato mani e piedi ad una banca (mutuo) ed ad un’attività di esattore delle tasse (perchè un libero professionista svolge principalmente quel ruolo da “sostituto d’imposta”), cerco di affrancarmi sempre più almeno da quel modello ed aiutare chi sogna l’autosufficienza, non solo energetica, a costruirla.
    Auguriamoci un Buon 2016

    • Anche se da caso a caso quelle percentuali possono oscillare, la sostanza purtroppo non cambia e il grosso del tempo di vita lo dedichiamo ad attività non direttamente funzionali al nostro benessere. Qualcuno passa una vita intera senza accorgersene (perché abilmente indotto a ritenere essenziali quei bisogni fittizi), qualcuno se ne accorge ma non si reputa in grado di fare nulla per uscirne e qualcuno, infine, ha raggiunto la consapevolezza e deve far di tutto per ottenere la libertà.
      Se ci domandiamo quale delle tre categorie passa una vita più spensierata, la risposta potrebbe non piacerci. Anche perché sono gli stessi che, con le loro prassi, la rovinano agli altri e, soprattutto, al pianeta.
      Il fatto è però, caro Claudio, che noi abbiamo gli occhi ormai aperti e siamo destinati a pensare alto. E, non potendo più chiuderli, possiamo solo cercare di aprirne il più possibile.
      Ricordo sempre le parole di Gramsci, a questo proposito:

      Bisogna educare il popolo, ma bisogna anche imbavagliare le sirene.

      Un abbraccio

      • Premesso che “educare il popolo” si è rivelata una fatica di Sisifo (guardate i risultati, dopo più di mezzo secolo che ci si prova; oppure, provate voi stessi…), mi sento di fare un ulteriore ragionamento sulle spese per il lavoro.

        Si dovrebbe distinguere fra quelle indotte dal o necessarie a rimanere nel meccanismo, da quelle per un lavoro che ci gratifica davvero, o finalizzate all’autosufficienza. In questo senso non si possono considerare allo stesso modo le spese e il tempo che un Elfo (visto che sei partito da quest’esempio, Claudio) dedica a riparare un utensile o a vangare il proprio orto; e quelle che ha elencato Andrea, nel suo periodo di vita in banca.

  9. Ok, le assurde spese che uno fa, coi soldi guadagnati lavorando, per lavorare. Hai dimenticato due voci: il mantenimento di un’automobile e le tasse (a fronte di un servizio pubblico che ne vale appena la metà di quelle stabilite)

    • Il mantenimento dell’auto è una spesa (bollo, assicurazione e tagliandi) che purtroppo sosteniamo ancora, quindi non l’ho considerata apposta. Quanto alle tasse, ho fatto tutti i calcoli al netto.

      • Io le includerei nella schiavitù le tasse: non calano a fronte di un chiaro programma di disimpegno statale dal prendersi cura dei cittadini, dunque o prima si faceva troppo (dubito) oppure oggi sono spese pretestuose con forza di legge, le cui somme non si traducono in alcuna utilità per il cittadino. Leggasi: schiavitù.

        • Nel post mi interessava concentrare l’attenzione sulla perversione del “sistema lavoro”. La fiscalità è un ulteriore “cappa” – hai ragione – sotto cui stanno però sia il singolo che le imprese. E qui volevo astrarmi da essa.

    • Bene, mi fa piacere che tu lo trovi utile. Anche per me fare quella ricostruzione lo è stata. Viste anche le numerose richieste che mi sono arrivate, penso che svilupperò il ragionamento affiancando ulteriori valutazioni, se non altro integrandolo con un confronto con quanto spendo ora. Ciao

  10. Tanto per peggiorare (o migliorare?) il tuo post, se parliamo di schiavi, pensa a quanti – qui e nel mondo – ne abbiamo letteralmente al nostro servizio, per permetterci di mantenere un certo tenore di vita…

    E non è che le cose migliorino di molto, anche se ci si sforza come matti a vivere in maniera alternativa: anche se vado in un supermercato a prendere solo prodotti biologici, a chilometro zero, ecc., basta pensare a quei poveretti, che vanno in giro in bici a riempirci le cassette della posta con la pubblicità di detto supermercato… O credete che siano a paga sindacale?

    L’unico modo per essere del tutto fuori da questo gioco, sarebbe l’autosufficienza totale, “stile Elfi” per capirci.

      • Certo, Andrea, nessun alibi comunque. Noi sappiamo, che l’importante è muoverci nella direzione giusta: ognuno farà ciò che potrà, alla sua misura.

        Ed è stato stimato, che basterebbe un cambiamento nell’attitudine mentale dell’1% degli abitanti di questo Pianeta, per dare il via a un cambiamento nella direzione in cui si muove il Pianeta stesso. Parlo di direzione in senso etico, naturalmente.

        Niente alibi, quindi. Proprio per niente.

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