La città e la forma

Mi dà fastidio la voce che ricorda il nome delle stazioni in arrivo. Perché ho bisogno di essere in viaggio e di guardare il mare dal finestrino per essere in contatto con me stessa. E’ come se i pensieri, sulla superficie di tutto quello spazio, si liberassero un po’ e non si rincorressero più per poi affastellarsi e sovrapporsi come spinti dalla forza d’inerzia del treno in frenata.

Tra una fermata e l’altra, invece, torna la chiarezza, torna lo spazio interiore, la verità del sentire essenziale. Come se questa fosse possibile solo dallo spazio e dal movimento. I pensieri si srotolano di nuovo, recuperano ognuno il suo spazio e li guardo aprirsi. Calmi, separati, ordinati. Provo ad osservarli e a cercare di chiarirli, capirli, interpretarli. Uno per uno.

Mi piace viaggiare in treno. Perché è, stranamente, come fermarsi pur essendo in movimento. E’ come recuperare il presente per lo spazio di poche ore. E’ come osservare senza sentirsi in colpa di perdere tempo. Sempre occupati a passare oltre, a lasciare andare.

Guardo arrivare la città fuori dai finestrini, ignara di chi mi sta intorno. Dal calore e la bellezza profonda di blu di questa mattina il salto sembra quasi immorale. Sono presa, risucchiata dalla monotonia come se l’uomo avesse cancellato i colori dalla faccia della terra e avesse ridotto la vita a una scala di grigi, specchi della sua stessa anima perduta. E’ ormai intollerabile al mio sguardo. Il blu e il verde sono durati per poco. Poco spazio e poco tempo.

Come se le forme varie e infinite fossero state assoggettate e imprigionate, compresse, addomesticate in un susseguirsi di angoli e linee rette. Come se l’uomo si fosse ingenuamente illuso di poter sottomettere il caos multiforme della vita all’ordine seriale della morte. Come se non avesse ancora compreso il concetto semplice di pulizia e spazio vitale necessario sacrificandolo in nome di una civiltà che in nulla rispecchia l’umanità profonda ed essenziale che ci rende esseri viventi.

Sono sottoposta in questo periodo a una serie di forze soprannaturali: il dolore, l’amore, l’attrazione e la repulsione, il desiderio di vita, la contemplazione della fine. Sono tutte forze di trasformazione. Come quando si sente che l’organizzazione delle proprie cellule sta cambiando come per un rinnovamento profondo. Così il mio sguardo sulle cose sta cambiando.

Sono impegnata a disimparare in questo momento. E’ la cosa che mi costa più attenzione e impegno. Sto facendo spazio man mano che disimparo.

Il treno mi porta a destinazione. Ma la città è grande. Il treno rallenta e sotto il ponte faccio in tempo a squarciare la vita della gente che ci vive sotto. Nella loro casa senza pareti, senza calore, senza l’essenziale. E con tutto il superfluo che ci può star dentro. Come se il superfluo arrivasse prima dell’essenziale. Esiste l’inutile, lo scarto, il di più senza il meno, senza il necessario. Ne siamo coperti fino all’inverosimile. Al punto tale da avere l’inutile senza prima quello che sarebbe necessario.

Prima il mare, poi il verde delle campagne coltivate: spazio, uccelli, colori, ricchezza del vuoto, aria, forme di vita. Poi a piccoli morsi la città che divora lo spazio come fosse un mostro insaziabile. Via l’aria, poi la luce, poi i colori, poi la ricchezza e le forme estese. Tutto si comprime, involve, ingoia se stesso.

Scendo dal treno e sono, ormai, una straniera.

5 risposte a “La città e la forma

  1. “Sono impegnata a disimparare in questo momento. E’ la cosa che mi costa più attenzione e impegno. Sto facendo spazio man mano che disimparo.” Leggendo queste parole trovo un’assonanza incredibile con il mio, unico ma impegnativo, buon proposito del 2016: svuotare il bicchiere.

    La fine del 2015 mi ha portato a sentirmi come un bicchiere pieno d’acqua in cui continuavo a versare liquido, che inevitabilmente traboccava. Io, quel bicchiere pieno, fatto di tutto quello che sono, che penso, che credo e a cui continuavo ad aggiungere cose (corsi, letture di ogni genere, viaggi, esperienze) sento che lo devo svuotare, o come dici tu, devo disimparare. Ed è difficilissimo.
    Il mio buon proposito ora mi porta a fermarmi a pensare, a mettere in dubbio tutto ciò che c’è nel bicchiere, a chiedermi il perchè di tutto, a disimparare, a fare le cose in un modo nuovo. Insomma devo svuotare il bicchiere, fare spazio, per poterlo poi riempire pian piano: forse ancora di acqua, ma chissà che non sia invece ambrosia…

    • Bello, Laura, grazie. Credo anch’io che quel processo sia difficilissimo però quando diventa un’esigenza si viene portati quasi spontaneamente su quella strada. Quel bicchiere in effetti si può riempire di molte cose diverse oppure addirittura restare vuoto e noi godersi lo spazio.

  2. L’essere “stranieri” è una condizione essenziale, per comprendere e imparare. Perfino il Positivismo – col suo assioma (si dice così?) sperimentale del “sistema inerziale” lo conferma. E sì che parliamo del Positivismo, sorta di Monoteismo che ha fatto della vita col paraocchi una bandiera…

    Sì, capacità di estraniarsi, lentezza (o calma, se si preferisce) sono fondamentali per imparare, disimparare, comprendere… Insomma crescere.

    Buon cambiamento, Marica: finché si è capaci di cambiare, si è vivi.

  3. Decenni di “cattiva alimentazione” hanno prodotto intossicazione del corpo e annebbiamento della mente. E’ difficile da metabolizzare,e ancor di più lo è rendersene conto!Gloria a te,ad Andrea,a tutti quelli come noi che stanno dissipando queste nebbie o lo hanno già fatto!GRAZIE.

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