The Way of Council, la via verso l’ascolto e il benessere

Non tutti conoscono the Way of Council. Eppure è una pratica antichissima usata dai nativi americani, da molte culture tribali, conosciuta e adottata nel mondo islamico e già nell’antica Grecia. Al centro di questa via c’è l’ascolto e l’attenzione all’altro, di cui abbiamo sempre più bisogno in una società veloce e spesso distratta alle necessità profonde e autentiche delle persone. Nella nostra vita quotidiana, l’apertura e la condivisione profonda delle nostre sensazioni ed emozioni è spesso difficile, conflittuale o confinata all’interno di modalità di comunicazione che non rispettano le nostre esigenze di accoglienza e comprensione. Nel Way of Council si impara a mostrarsi di più, a costruire relazioni e collaborazioni, a risolvere conflitti in modalità di comunicazione nonviolenta, a creare connessioni. E’ stato dimostrato che il Council ha un’efficacia sul benessere delle persone, sulla loro intelligenza emotiva e capacità di empatia. E’ stato sperimentato, con risultati positivi, in scuole, carceri, comunità e dove le persone vivono situazioni di disagio e difficoltà. Tuttavia, è una pratica che può essere applicata in molte altre realtà, dal gruppo di amici, alla famiglia, alla coppia o dovunque si senta il bisogno di darsi attenzione o di affrontare conflittualità e tensioni non risolte.

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Ne parliamo con Enrico Chiari, 32 anni, di Pordenone, facilitatore.

Che cos’è il Way of Council?

Letteralmente significa il “metodo del concilio”. È un metodo di ritrovo e comunicazione in cerchio che si rifà a diverse tradizioni popolari.

Se ne parla già nell’Iliade, veniva attuato nei monasteri tibetani e nel mondo islamico. Ma è soprattutto nella tradizioni dei Nativi Americani che ritroviamo il Way of Council come pratica sacrale, tramandata di generazione in generazione.

A che serve e per cosa veniva usato?

I Nativi Americani avevano una grande connessione con la natura e con la spiritualità. Questo per loro era un modo con cui la comunità si radunava attorno al fuoco e si raccontava.

La comunità era la tribù e l’intento principale era entrare in connessione e comunicare, non soltanto per raccontare di sé ma anche per prendere decisioni importanti. C’era quindi anche una finalità strettamente politica, caratterizzata da una partecipazione collettiva.

Chi ha portato questa pratica in Europa e quando?

Non ci sono molte informazioni al riguardo.

In California esiste uno dei centri più importanti al mondo. Si chiama The Ojai Foundation ed è un istituto no profit che ha la missione di sostenere pratiche che risveglino la connessione con il proprio sé, gli altri e il mondo naturale.

Da quanto tempo esiste?

È attivo dal 1975, grazie alla direzione tracciata dall’antropologa Joan Halifax. Negli ultimi trent’anni il Council è stato promosso, praticato con costanza e divulgato.

Come funziona il Way of Council?

Ci sono diverse modalità, ma sicuramente la base è rappresentata sempre dalla forma del cerchio. Al centro c’è un fuoco o una candela che lo rappresenta.

Il facilitatore/la facilitatrice del Council svolge un ruolo essenziale, così come è fondamentale la presenza di un oggetto parlante (talking piece): è l’unico strumento, infatti, che dà il diritto di parola a chiunque decida di tenerlo tra le mani.

Questo è un elemento differenziante, dove la sacralità dell’oggetto impedisce che chi parla possa essere interrotto (amo il Council soprattutto per questa caratteristica, che molto spesso viene a mancare nelle comuni conversazioni).

La forma del cerchio che cosa significa?

Ha a che vedere con l’unione. D’altronde, quando partecipiamo a incontri in cui l’aspetto dell’unione e del contatto sono fondamentali, ci mettiamo in cerchio.

Ha un significato anche simbolico e ti permette di guardare tutti gli altri componenti del gruppo come fossero parti di te. Quando tu racconti qualcosa di te e io ti sto ascoltando nel profondo, ho la sensazione di essere io a pronunciare quelle parole. È davvero molto potente.

Si crea quindi una connessione energetica tra i partecipanti?

Esatto, è come se entrassimo in una connessione molto più intensa del solito. È come se l’energia che si viene a creare fosse superiore alla somma delle energie delle persone che vi partecipano.

Quando facilito i Council, mi emoziono per questo.

Tu che cosa usi come oggetto parlante?

Io uso una vecchia chiave, che per me rappresenta l’apertura di quelle porte che ancora teniamo chiuse. C’è chi porta un sasso, un bastone o altro ancora. Per ciascuno l’oggetto può avere un significato particolare e simboleggia la forza della possibilità di parlare al gruppo.

Quali sono le regole del Way of Council?

Più che da regole, questa pratica è sostenuta da 5 intenzioni.

La prima è parlare dal cuore: significa scegliere quelle parole che rappresentano i nostri sentimenti. Un saggio della tribù degli Hopi diceva: ”L’uomo bianco pensa con la testa, noi pensiamo col cuore”.

La seconda è ascoltare dal cuore: significa che, se l’altro sta parlando, il mio contributo sarà ascoltare in modo autentico e mettere a tacere quelle voci interiori legate a preconcetti, convinzioni errate, ecc.

La terza è essere sintetici: non posso parlare per mezzora di fila, perché andrei a “sporcare” la qualità del Council.

La quarta è essere spontanei: nel momento in cui si ascolta, si deve cercare di non pensare a ciò che si vorrebbe dire dopo. La spontaneità consiste nel restare nel silenzio, sapendo che nel momento in cui ci si sentiremo pronti a parlare, quello sarà esattamente il momento in cui il cerchio avrà bisogno delle nostre parole.

La quinta è accettare la confidenzialità: tutto quello che viviamo nel Council rimane lì. Non vieto a nessuno di raccontare all’esterno cosa ci siamo detti, ma il modo in cui ci parliamo nel Council è unico. Non è riproducibile.

L’ascolto autentico di cui parli è simile, quindi, alla modalità “Orecchie da Giraffa” della Comunicazione Nonviolenta?

Esattamente. E’ un tipo di ascolto che lascia fuori dalla porta il giudizio e “abbraccia” la persona che sta parlando.

Quanto dura un incontro di Way of Council? E in quante persone si fa?

Dipende dal numero di persone. Io ho sempre fatto Council con all’incirca 10 persone, con una durata che oscilla tra un’ora e un’ora e mezza. Secondo me questo è un tempo adatto a un Council con quel numero di partecipanti.

Di cosa si parla?

Il facilitatore sceglie un tema e lo propone. Il Council è in sostanza un insieme di interventi che hanno a che fare con sensazioni e con rivelazioni personali, non tanto con opinioni.

Di solito ci si passa l’oggetto parlante da persona a persona. Chi vuole parlare, lo fa. Se no, passa l’oggetto al vicino.

Io però preferisco porre l’oggetto fin dall’inizio al centro del cerchio, vicino al fuoco. Se dunque si vuole parlare, ci si deve alzare, andare a prenderlo e tornare al proprio posto. È un semplice rito, ma molto significativo.

Sono possibili temi come l’amore, Dio, la morte o… le tasse, i soldi, il cibo?

Sono tutti argomenti possibili. Personalmente, tendo a evitarli. Ritengo che le persone, se vogliono arrivare a parlare di quello, lo fanno da sole. Anche se il tema è differente.

Supponiamo che si parli di un argomento come l’amore o la morte. Si tratta di tematiche che possono far emergere sensazioni di dolore, angoscia, tristezza profonda. Come riesci a contenere le reazioni possibili dei partecipanti in situazioni che possono sfuggire?

Io non mi sento ancora pronto per proporre argomenti di questo genere. Mi piacerebbe farlo, ma al momento ho bisogno di competenze maggiori. Cerco di non andare a toccare queste tematiche.

Quello che posso fare in questi casi è esserci fisicamente e spiritualmente, ma non ho strumenti professionali. Ho però strumenti “umani”.

Comunque, proprio per questa ragione, sono alla ricerca di percorsi di collaborazione con altri soggetti (vedi psicoterapeuti, educatori, ecc.).

Le persone che partecipano al Council si conoscono?

No. Nei gruppi che facilito io la maggior parte della gente non si conosce prima dell’incontro. Credo che dimostrino grande coraggio e apertura nel partecipare a eventi di questo genere.

I gruppi normalmente come sono composti?

C’è una prevalenza femminile e l’età media è sui 35/40 anni circa. C’è una certa difficoltà a raggiungere i giovani anche se negli Stati Uniti, per esempio, ci sono diversi progetti nelle scuole, oltre che nelle carceri. Qui sono stati riscontrati grossi benefici.

Che differenza c’è con i normali gruppi di psicoterapia?

Sottolineo il fatto che il Council non sia una terapia. Detto questo, io intendo ricreare delle condizioni in cui le persone possano far parte di una comunità (il cerchio, in quei momenti, lo è).

Quali sono i benefici di questa pratica?

E’ stato dimostrato che il Council ha un’efficacia sull’intelligenza emotiva e sulla capacità di empatia delle persone. Conoscendosi meglio, si abbattono pregiudizi e preconcetti.

Hai mai avuto feedback negativi?

Una persona mi ha detto testualmente che “questa cosa non faceva per lei”, declinando il mio invito. Una mia amica, al termine di un Council, mi ha detto di non aver capito esattamente cosa aveva vissuto.

Imparo molto, riflettendo su questi feedback.

E’ un’esperienza per tutti?

Penso che sia più adatto per chi ha già iniziato ad entrare in contatto con le proprie emozioni e con le proprie sensazioni. E per chi non è in imbarazzo col silenzio.

Senza presunzione, ritengo che non sia “per tutti”, semplicemente perché non ci troviamo tutti allo stesso livello di consapevolezza.  Perciò non lo propongo a tutti.

Come e dove si formano i gruppi?

Mi rivolgo ad associazioni che hanno spazi adatti e possono comunicare ai loro iscritti gli incontri di Way of Council. Ovviamente uso strumenti digitali per comunicare e per dare la possibilità di iscriversi, senza che sia necessario contattarmi direttamente.

Esiste una formazione per i facilitatori?

Personalmente non ho seguito un percorso di studio per facilitatori e, che io sappia, non c’è una scuola ufficiale di Council in Italia.

C’è un portale web che si chiama European Council Network, dove si possono trovare informazioni sulle pratiche, su eventi internazionali e sui più esperti formatori in Europa (tutti formatisi nel centro The Ojai Foundation).

Tra questi c’è Rob Dreaming, con cui ho fatto un’intera giornata di workshop sul Council quando vivevo in Portogallo.

Il Council è solo per gruppi o anche per coppie?

Anche per coppie. E’ consigliato anche proprio come modalità di aiuto anche nelle famiglie.

Per quale motivo provare almeno una volta a partecipare a un Consiglio?

Il benessere, senza dubbio. Le persone si sentono bene perché qui vengono ascoltate per davvero.

Noto che spesso, alla fine degli incontri, la gente sorride e si saluta anche abbracciandosi. E’ una grande opportunità per stare insieme e i momenti più belli sono quelli in cui, dopo gli incontri, c’è spazio per qualcos’altro: una cena o un tè.

Il fatto che la gente senta il bisogno di venire a un Council per essere ascoltata, con persone sconosciute e un facilitatore, non significa un fallimento della società in cui viviamo?

Penso che se un qualcosa non c’è e noi lo desideriamo, siamo destinati a crearlo. Le persone hanno bisogno di empatia e ascolto, ma spesso non trovano luoghi per soddisfare queste esigenze. Ad ogni modo, come dici tu, ritengo che sia lo specchio di una società disorientata e parecchio disumanizzata.

Esistono incontri senza tema, in piena libertà di parlare o il facilitatore decide sempre un argomento? Può esistere, inoltre, un Council senza facilitatore?

No, un Council deve avere sempre un tema. Può riguardare la condivisione, la risoluzione di conflitti, l’esplorazione di una problematica precisa. Ma chi facilita deve sempre dare un’indicazione.

Per quanto riguarda la facilitazione, beh è “semplicemente fondamentale”. D’altronde è necessaria una persona che gestisca il gruppo con occhio esterno, facendone parte al tempo stesso. Questa era, tra l’altro, la funzione svolta dall’anziano (elder) nelle tribù di nativi americani.

Quali devono essere le doti del buon facilitatore?

Essere accogliente, cercare di trasmettere tranquillità e serenità, spiegare il Council con chiarezza e precisione. Inoltre, deve saper decidere quando è necessario interrompere un intervento che risulta troppo lungo o irrispettoso verso gli altri.

Perché lo fai?

Perché mi piace moltissimo. È un incontro tra esseri umani che si danno l’opportunità di fare una cosa che normalmente non si fa e che in alcuni luoghi non è mai stata fatta.

Penso che sia un metodo straordinario e utile per elevare la qualità delle nostre relazioni.

Come ti ha cambiato diventare facilitatore del Way of Council?

E’ cambiato il mio rapporto col silenzio e con le parole che uso. Mi ha insegnato ad approcciarmi di più all’ascolto e all’attenzione, mi ha aperto canali di osservazione nella realtà in cui vivo.

A volte mi capita una cosa curiosa: esco a bere una birra con amici e si vengono a creare situazioni che sono dei veri e propri Council non formali. Cioè lì c’è un ascolto autentico che si ritaglia uno spazio nella frenesia quotidiana.

Quanto costa partecipare a un incontro di Council?

Sinceramente, ora io sto imparando. Il ritorno umano che ricevo da questi incontri è grandissimo e non ho ancora chiesto denaro ai partecipanti. A breve, però, il Council diventerà una delle mie attività professionali e posso immaginare un contributo di circa 15 euro a persona.

Chi volesse partecipare a un Council organizzato da te, dove può rivolgersi?

La mia mail é enrico.chiari@baustelleplatz.com

Il mio blog personale è Passione Sostenibile

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L’articolo è uscito in contemporanea anche su Il Cambiamento