Non qui e non ora

Non qui e non ora è il passaggio più inquietante e disperato della lettera che incornicia il gesto di Michele. Un passaggio perfetto, in una lettera perfetta, in un gesto perfetto. Ma la perfezione, si sa, non è di questo mondo. E infatti c’è qualcosa, fuori da quella cornice, che secondo me perfetto non è. Vediamo…

[1]

L’ho riletta tre volte, quella lettera. Sia perché la perfezione di quel non qui e non ora è una carica di tritolo posizionata alla base del messaggio stesso di LLHT e, implicitamente, di ciò in cui credo (buttare l’occhio sull’orologio qui a sinistra, se mai ci fosse ancora bisogno di spiegazioni), sia perché c’era qualcosa che non mi tornava per niente, in quella lettera. Per tre volte, al termine della sua lettura integrale, era un po’ come se nella mia testa risuonasse Smells like teen spirit, ma con il finale affidato a un assolo di Gigi D’Alessio. C’era qualcosa di stonato, in quella che sembrava a tutti gli effetti un’opera d’arte. E alla fine l’ho trovata, quella cosa. Fuori da quella lettera, che per il suo stile ineccepibilmente spigoloso e tagliente ha evidentemente richiesto un lunghissimo lavoro di ricerca formale (come peraltro dimostra la prolungata inquietudine del giovane), c’era l’indizio che non potevo ulteriormente trascurare: il post scriptum. Eccolo lì, proprio in extremis, l’iceberg che fa inabissare la prua…

[2]

Il post scriptum originale è “Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi“. Sorvolerò sulla “encomiabile” scelta del Corriere (e non solo) di omettere le ultime tre parole, nel rispetto di chissà quale paleolitica policy editoriale. La domanda che mi è ripetutamente rimbalzata nella testa è: perché autosvilire la potenza del suo gesto con questo riferimento collaterale a un piccolo esponente di una piccola politica? Se al posto di Poletti ci fosse stato – che so – Giovanni Gentile, il tuo gesto avrebbe forse meritato meno attenzione, Michele? Avrebbe forse avuto un significato inferiore? Certo che no! E allora perché “regalare” alla pochezza della politica nostrana la propria… vita? Perché, Michele, hai dato il tuo solenne gesto in pasto agli sciacalli e agli avvoltoi che lo strumentalizzeranno per inutili scorribande propagandistiche, esclusivamente funzionali alle loro piccole cause? Questo, sinceramente, è uno scivolone che – nella perfezione stilistica di quella cornice che avevi costruito – mi fa per lo meno dubitare della tua “scaltrezza comunicativa”. Con quel post scriptum, Michele, rischi di trasformare (e temo tu lo abbia già fatto) un titanico gesto di denuncia storica e sociale in un’invettiva politica di cui fra una settimana ci saremo già tutti dimenticati. E allora mi chiedo e ti chiedo: chi eri, Michele? Un fragile gladiatore nato in un posto e in un’epoca sbagliati, oppure uno dei tanti giovani pieni di risentimento, ma con qualche capacità espressiva in più?

[3]

E proprio a questo interrogativo sulla fragilità del gladiatore si collega la mia terza e ultima riflessione, quella sulla sua… impermeabilità alle tendenze. Quella sul suo essere… sopra, fuori, altro. Lo eri, Michele? Eri davvero… sopra, fuori, altro? Quanto era pura la tua invettiva, Michele? Quanto scollegata dai condizionamenti degli stili di vita di questa infernale post-modernità? Quanto eri… sopra, fuori, altro? Perché è soltanto ed esclusivamente qui, al di là del bene e del male, che il nostro urlo insurrezionale può levarsi in tutta la sua inattaccabile purezza. E’ solo qui, dove quotidianamente sconfessiamo gli imperativi della morale comune, che risultiamo invincibili. Perché… alti. E altri.

Perché ti dico questo, Michele? Te lo dico perché, dopo la mia sincera devozione per la micidiale portata di quel non qui e non ora e dopo quell’incomprensibile scivolone del post scriptum, scrivi la cosa più imperdonabile di tutte, quella che – almeno ai miei occhi – fa crollare l’intero castello di carte:

Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

E’ in questo passaggio che tutto si rivela per quello che tragicamente è. Mi riferisco alla inconsapevole sudditanza a un sistema di valori, a un’idea di mondo, a un modello culturale, a un’immagine di sé… fuorvianti. L’insostenibilità dei NO (denunciato nella frase successiva) rivela l’acerba subordinazione al potere che gli altri esercitano immancabilmente su di noi. I nostri SI, quelli che dichiariamo di saper urlare in faccia al nostro imperturbabile destino, sembrano allora dipendere passivamente dai SI di qualcun altro. Io urlerò il mio SI se qualcuno concederà prima a me il suo: è questo il perverso meccanismo instillato nei meandri della nostra psiche dal modello culturale post-illuministico. Un modello che ha soggiogato il potere del Sé sottomettendolo al dominio della téchne, che ha smorzato la primitiva forza generatrice di donne e uomini, fino a diluirla in una (spesso inconsapevole) subordinazione etica allo strapotere dello strumento, primo fra tutti quello mercantile. In altri termini, è al mercato che deleghiamo la facoltà di elevarci con un SI o abbatterci con un NO. L’essere umano svanisce al cospetto del funzionamento della macchina. E, se non riesce a sentirsene partecipe, se non riesce lui stesso a farsi merce, soccombe.

L’unica via di fuga è allora – non mi stancherò mai di ripeterlo, anche a costo di apparire io per primo uno sciacallo – nell’altra metà del nome di questo progetto, che da divulgativo che era, sta diventando sempre più formativo: vivere basso. Accontentarsi proprio di quel minimo. Perché è solo nel piccolo, nel poco e nel limite che potremo esprimere la nostra gigantesca pienezza. E anche, se saremo fortunati, la nostra temibile potenza.

– – –

La reazione che adesso alcuni di voi potrebbero avere è: ma lui non aveva semplicemente “poco”, lui non aveva proprio “niente” (proprio perché tutti gli dicevano NO). Se reagite così, mi spiace, ma vi consiglio di scegliervi un altro blog. Perché Michele, come tutti noi, aveva invece tantissimo. E, nella complessiva perfezione di quella lettera, lo ha pienamente dimostrato. Semplicemente – purtroppo per lui – lo ha affidato alle “fauci” della cultura sbagliata. Quella che, infatti, se l’è divorato.

PS. Non l’ho ancora letto, ma vedo adesso che anche Marìca ha scritto per il quotidiano online il Cambiamento un pezzo sulla stessa, tragica vicenda: sono certo che sia bellissimo, vado subito a leggermelo anch’io.

PPS. In via del tutto eccezionale, questa volta i commenti sono aperti.

4 risposte a “Non qui e non ora

  1. Mi rendo conto che inserire un commento che non apporti niente di costruttivo ancor di più se con lo scopo di fare dei complimenti sia praticamente inutile ma non riesco a trattenermi e voglio dire “Grazie” ad Andrea e a chi mi ha preceduto nei commenti.
    Grazie per la sensazione di “pacata lucidità”, di “intelligente normalità” e di “compagnia intellettuale” che mi avete dato leggendovi su questo argomento ( e non solo, per quanto riguarda Andrea ) quando si è immersi in considerazioni assurde nelle migliori delle ipotesi passando per l’idiozia e sfociando nella totale malafede delle ipotesi peggiori

  2. “come tutti noi aveva tantissimo”…

    Vero! Come vero che il sistema ci soggioga così tanto da impedirci di vederlo quel “tantissimo”.

    Che questa morte non sia vana.. che con umiltà si possa ciascuno continuare a camminare in direzione contraria.
    Grazie Andrea!
    Ma

  3. Ottimo approfondimento in questo articolo.
    Rimango colpito dal gesto scellerato di questo ragazzo per due motivi: uno è che mi stupisco ancora (ma probabilmente sbaglio a reagire così) di quanto le persone non siano in grado di mettere in dubbio le proprie vedute/credenze e quanto non si vogliano abbastanza bene per farlo, anche quando stanno profondamente male. Piuttosto che ammettere l’errore e sottoporre i propri “limiti” al dubbio e alll’analisi, scelgono di morire. Il secondo motivo è il coraggio che comunque serve a suicidarsi: tanto coraggio decisamente male impiegato e che sarebbe servito a superare con successo quei confini che lui non ha mai osato discutere e che ha sempre considerato dogmi.
    Purtroppo questo modo di pensare (tipico dell’ esecutore puro, che spesso è anche presuntuoso) è molto diffuso fra i trentenni di oggi, quelli cioè della mia generazione…

  4. Caro Andrea, come non essere d’accordo sulla tua attenta riflessione. Purtroppo il dramma di Michele e della sua famiglia accomuna moltissime persone, in balia di un sistema che è gia affondato da tempo, ma che qualche ben pensante fa credere possa essere rianimato !
    E’ una realtà massacrata dall’essere “primi” a tutti i costi, soggiogata dal “dio denaro”, senza nessuna “attenzione” verso il problema vero della società moderna, che nonostante il mio ripetermi in continuazione è da ricercare nella mancanza di valori fondanti !
    Questa settimana parlavo con una mia amica, la quale mi raccontava di vergognarsi nel dover dire ad altre persone il genere di lavoro che attualmente svolge, la domestica o donna delle pulizie, come dir si voglia…
    Allora chiedo a te e a tutti gli amici del blog. È una crisi economica questa ? Balle ! e permettetemi di dire, neppure raccontate bene !

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