Minimi sistemi

C&HE chi l’ha detto che bisogna parlare sempre dei massimi sistemi? Mi sono imbattuto in Calvin & Hobbes, per la prima volta, a quarant’anni suonati! E questa striscia, stupenda nella sua semplicità… “è” LLHT. Ciao.

18 risposte a “Minimi sistemi

  1. Grazie degli spunti di riflessione .
    Andrea tu fai una distinzione tra amici e persone ma nella vita normale questa non è così netta. Con un vero amico chissenefrega se fargli un regalo o no ma nella maggior parte dei casi le persone che frequentiamo non sono categorizzate in modo così netto. Usualmente sono brave persone, oneste, con cui passiamo del piacevole tempo insieme e che non vorremmo eliminare dalla nostra vita. Se ci sottraessimo all’imperativo quota-regalo (in realtà in qualche occasione è successo) diventeremmo meno “amici” e più “conoscenti”? Boh probabilmente andrà proprio così.
    E’ purtroppo vera l’attitudine a monetizzare ogni cosa. Le marmellate da noi regalate a Natale la prima volta sono state gradite(almeno credo)… Poi mi è successo di regalare dei frutti raccolti nella mia campagna e di sentirmi dire :”ah ok grazie..eh si tanto voi li avete gratis”! Come se essermi recato in campagna, aver curato personalmente le piante e zappato la terra, aver raccolto i frutti ed averteli portati personalmente per farti un regalo fosse una cosa da nulla, tanto…io li ho gratis! Nè più nè meno di un guidatore che dà un passaggio ad un autostoppista tanto…la strada è quella!

    Poi c’è un’altra cosa che non mi convince: le vie di mezzo in questo caso non ci sono. Nell’opinione comune chi lavora ma risparmia, non spende soldi a vanvera, ripara tutto da sè, fa l’orto ecc. è uno sfigato. Chi invece ha lasciato il lavoro e risparmia, non spende soldi a vanvera, ripara tutto da sè, fa l’orto ecc è un figo che ha capito tutto della vita! C’è qualcosa che non quadra…

    Sono d’accordo, facebook è uno strumento, come dice Marco, diabolico. Due anni fa mi è successo di scoprire per caso due colleghe che pubblicamente in bacheca sottolineavano in modo negativo il mio non voler lavorare di più. Leggendo un commento del genere era ipotizzabile avere di me l’opinione di uno scansafatiche. In realtà a lavoro sono preciso e coscienzioso, ma mi rifiuto categoricamente di sgobbare ulteriori ore rispetto quanto stabilito. Eppure quei commenti (poi rimossi dopo mia minaccia di denuncia) potevano mettermi in cattiva luce di fronte all’utenza.
    La cosa buffa è che l’anno seguente l’autrice di quei commenti mi ha imitato ed ha cominciato a lavorare meno, a dire di no ad ulteriori richieste di lavori non retribuiti ecc. Insomma…un manicomio.Nonostante alcuni aspetti positivi (poter sapere cosa fanno amici di ogni parte del mondo, condividere e commentare momenti passati insieme ecc.) sto seriamente valutando di chiudere per sempre l’account.
    P.S. per me le risposte lineari sono più immediate e comprensibili. Se voglio rivolgermi direttamente a qualcuno gli scrivo @qualcuno e l’insieme resta più leggibile

  2. Personalmente ho smesso di pensare troppo a quello che possono dire gli altri, pensare gli altri, approvare o disapprovare gli altri. Ho iniziato a fare le cose di cui sono convinta io. E’ vero che qualcosa si perde e qualcuno si allontana ma è anche vero che molto si trova e molti altri si avvicinano.

    Poi, certo, dipende anche da come si è. Ci sono persone che non sopportano di ritrovarsi da soli. Che non riescono a considerare il tempo in solitudine come un tempo prezioso e che devono necessariamente riempirlo, sempre e comunque, con qualcun altro. Non importa tanto chi sia il qualcun altro. Vale per gli amici, vale in coppia. L’ho visto intorno a me decine di volte.

    Capisco molto bene quello che dice Marco. Bisogna chiedersi, però, che cosa davvero ci fa stare bene, cosa ci fa sentire più liberi, cosa ci fa più avvicinare a noi stessi.

    Ogni scelta va bene. Basta esserne consapevoli.

    Per qualcuno, però, tipo me, per esempio, non si è trattato neppure di fare scelte. E’ stato un cambiamento naturale. Un’evoluzione, anzi. Di conseguenza molto, ma molto, più semplice.

  3. @Andrea, tu parli (dovrebbe essere implementato un modo meno contorto di gestire le risposte ai commenti) di “amici vs persone” ma le nostre sono relazioni liquide, cioè soltanto semisignificative e precarie come i nostri beni ad obsolescenza programmata, i nostri lavori a termine, i nostri amori liofilizzati istantanei e le nostre vite “just do it”. E dunque abbiamo prevalentemente conoscenti o compagni di uscite, cioè semiamici. Costoro sono ottime persone se prese in sé e migliorano le nostre vite, sebbene in modo meno efficace (ma anche meno impegnativo) dei legami per cui vivere e morire che, ci insegna il Sistema, sono cose vecchie che sanno di muffa. Già è difficile trovare semiamici, via via poi che si cresce e non si sa dove trovarli (al lavoro, forse? Non più alla scuola e magari al lavoro si va al massimo insieme per un birra e poi ognun per sé). Trovare amici di prima classe è qualcosa di assurdo, invece. Che fare dei semiamici: rinunciarvi, anche se nulla ci fanno di male e in fondo ci sono di ottima compagnia?

    PS Molti sono stati condizionati a svalutare il regalo non monetario. Effettivamente è meno flessibile e a volte anch’io preferisco ricevere buoni o soldi, specie se so già cosa prendere o voglio prendere più cose e non tutte assieme. Però il contributo non monetario viene ancor più deriso del regalo non monetario: se uno dice che preparerà il buffet vengono valutati gli ingredienti dal buffet e i loro prezzi (le loro “quotazioni”) al mercato (di mercato?) e non il reale valore. Il tempo nostro è inflazionatissimo e ci insegnano a svalutarlo, non parliamo dei beni culturali.
    Facciamo degli esempi, alcuni ipotetici, altri quasi veri
    -Se do ad un bambino piccolo un buon gelato non mi chiede quanto l’ho pagato, mi dice se è buono o fa schifo. Se lo do ad un ragazzino di otto o dieci anni già inizia a chiedersi se è il gelato del discount o se è il gelato Algida/Motta/Whateveryawant (io da piccolo ero terribile su questo, volevo tutto di marca, per me era il segno di attenzione autentica, paradossalmente se avessi avuto cose fatte su misura le avrei disprezzate, non parliamo di cose economiche poi)
    -Non ho una lira o voglio risparmiare il poco che posso, se regalo ad una persona conformista il frutto del lavoro di tre giorni, che ne so un quadro, un portaoggetti, non parliamo se è un racconto o una raccolta di poesie, non importa quanto belle o quanto ben presentate, mi sputa quasi in faccia. Se gli regalo un regalo “spiritoso” di similplastica dei mercatini cinesi la prende maluccio ma già meglio. E’ il pensiero che conta, purché sia…un pensiero “merceologico”. Il plasticone pechinese mi vale meno di dieci euro cioè circa un paio d’ore di lavoro di bassa retribuzione, molto meno di quanto mi costa, di tempo e di cuore, un quadro o un racconto. Anche lì c’era il pensiero, a ben pensarci, ma era un pensiero “gratis” dunque senza valore.
    -Persino i mendicanti sono “monetizzati” e forse non sono così affamati, in senso stretto. Può capitare che un mendicante, per farti pietà, ti dica che tu puoi permetterti un panino e lui no. Ma se tu a quel punto gli compri lo stesso tuo panino lui si concede il lusso di rifiutarlo e vuole (magari per darlo come profitto al suo schiavista) l’equivalente in denaro del panino.

    Mentre scrivo questa canzone la mia radio a caso trasmette una canzone italiana le cui strofe sono “solo il denaro conta veramente: abbiamo tutto e non abbiamo niente”. Non la conosco, è un caso.

    • Dunque, Marco. Parto dalla fine. Il caso e le coincidenze non esistono. Quindi, se la radio ha trasmesso quella canzone mentre scrivevi, un motivo deve per forza esserci.

      Venendo all’oggetto della questione, io non ho mai detto che sia una cosa facile. Come ho scritto nella risposta ad Attila, infrangere le consuetudini imposte dalla morale comune, specialmente quando si tratta appunto di consumismo e di valore merceologico dei beni scambiati, è un’impresa che richiede un’enorme presenza di spirito e integrità morale. La ricompensa però, lo anticipo fin da subito, è IMMENSA. Certo, qualcosa lo si perde per strada… (ti ricordo a questo proposito alcuni post che scrissi neanche tanto tempo fa: “Le cose che perdi e quelle che trovi” e “Rumore di fondo“). Tutto dipende dalla risposta che siamo in grado di dare a questa domanda:

      Cosa siamo disposti a perdere?

      Personalmente, sono disposto a perdere tantissimo. Ma questa è una mia scelta, che non deve quindi per forza essere condivisa da nessun altro.
      Quanto agli esempi che fai, rischierei di ripetermi con quanto già detto poco fa e nella risposta ad Attila. Effettuare oggi certe scelte di emancipazione da un modello dominante è un gesto più rivoluzionario di ogni altro, perché di fatto condanna l’unico dogma a cui tutto l’Occidente ha scelto di giurare fede: il neoliberismo (fondato sul consumismo). Che altro aggiungere? Che dobbiamo averne paura? Che dobbiamo piegarci ad esso? Per carità, chiunque è libero di fare come crede. La scelta, come sempre, è solo nostra.
      Se però facciamo vincere i valori monetari, non possiamo più parlare di “Low living”. Quindi, questo blog diventa automaticamente il posto sbagliato. Se invece facciamo trionfare (o almeno ci proviamo) i valori non monetari, quelli intangibili, relazionali, fondati su dinamiche non liquide ma solidissime… bè, allora LLHT potrebbe essere invece il posto giusto.

      Qui di foglie di fico non ce ne sono, Marco. Il 29 gennaio di quest’anno io ho detto addio al mio posto di lavoro prestigioso e ben remunerato. I miei rischi me li sono presi. L’ho scelto. E mi sono buttato. E alcune cose le sto facendo, come scrivere su già tre testate (due delle quali nazionali) ed essere invitato a molti convegni. Altre cose, invece, non riesco a farle. Ma ci sto provando. Per la mia famiglia. E per dimostrare che le cose che dico non sono solo belle parole. Poi, certo… come sempre sarà solo il tempo a decidere chi avrà avuto ragione e chi torto.
      Ma, in fondo, è bello così.
      E’ bello crederci. E comportarsi di conseguenza.
      Ciao!

      PS. L’unico modo per gestire in modo ottimale i commenti, è rispondere al singolo commento. O, come fai tu, usare gli @ per indicare a chi il commento è destinato.

      PPS. Il fatto che tu dica che “le nostre sono relazioni liquide”, permettimi, è un’altra nostra scelta. Giustissima la tua osservazione sul capitalismo relazionale. Ma anche quella di piegarvisi è solo una scelta. Molti lettori di questo blog mi hanno scritto privatamente per chiedermi se potevano fare due chiacchiere al telefono. Detto fatto. Alcuni li ho personalmente incontrati (meno facile, ma possibile). Se vogliamo, possiamo sottrarci alle regole che non ci piacciono. Se vogliamo.

      • Tu avevi conoscenze e capitali quando hai deciso di rinunciare ad una vita sul binario, io non ho neanche quelli (di mio). Mi sono formato proprio per il mondo dello stipendio, quello annullato dalla Crisi e sostituito dal precariato spinto. Non mi sembra di avere le risorse e gli strumenti nemmeno per essere “contro”, stando che “con” non mi vogliono…ma neanche a me “loro” piacciono (ma non ti saprei dire se mi offrissero un buono stipendio stabile cosa farei. Probabilmente accetterei, poi accumulerei e sognerei di mettermi in proprio alla fine della vita…un mondo per i vecchi, ecco!)
        Quanto alla “vita liquida” avrei dovuto dire “loro” e non “noi”? Ma non ci siamo dentro tutti? Non stiamo tutti nello stesso sistema unico e pervasivo, forse, anche quando ricaviamo deboli eccezioni singole?
        La tecnologia. Ci sono persone che hanno deciso di farsi vive (anche aziende o contatti professionali, per economia, il ché è grave) solo su Facebook e se obietti qualcosa ti dicono che loro fanno così e se vuoi li chiami, sennò no. Ci sono altrettante persone che usano Facebook Social Net 0.0 (Chiacchere in piazza) o Google Social Maps 0.0 (Chiedi al passante e ti fa la mappa su una cartina) o Offline Poker 0.0 (le carte sono vere, il premio è un piatto di prosciutto).
        Però la musica la tecnologia l’ha benedetta: la radio, YouTube, i CD, usati bene fanno una bella serata da soli quanto una festa in cento (se solo la SIAE capisse che non è uguale ad un concerto di Ligabue e la smettesse di ragionare solo per individui col metro dei mercanti…). Idem per i film: una volta non avremmo mai potuto concentrare tanta disponibilità di stimoli (Internet stesso è una iperenciclopedia) e questi potranno diventare carburante per una comprensione più stretta ed olistica di tutti i nostri problemi, se ben sfruttati. Ciao

        • Conoscenze e capitali??? Non riesco a replicare altro che con un emoticon: 🙂
          Fidati: sarebbe sminuire ingenerosamente la portata della mia scelta. Senza rancore. Ciao!

          PS. A meno che, con “conoscenze”, tu non intendessi “competenze”. In questo caso, sì.

        • Ah, meno male! Scusami, allora! Ma sai com’è… qui in Italia la “conoscenza” spesso è intesa come “amicizia”… 😉 Ciao e come sempre grazie per gli ottimi spunti. Non so se te l’ho mai detto, ma tra le mille statistiche di WordPress, ce n’è anche una che dà la classifica dei commentatori più assidui e longevi: bè, tu batti tutti! Ciao.

  4. Io mi sono trovato nella spiacevole situazione descritta da Marco a proposito di… regali!
    Quest’anno tra compleanni di amici, nascite di figli di amici, compleanni di figli di amici (oO), matrimoni ecc. mi sono trovato quasi settimanalmente a dover mettere soldi per la quota regalo. Per me che ho intrapreso un percorso di riduzione del lavoro, autoproduzione, riciclo, limitazione massima di spese e consumi, questo “obolo” è stato un vero fastidio… soprattutto sapendo che la maggior parte dei soldi verranno spesi in sciocchezze inutili, specie per i bambini.
    A me e alla mia compagna non va di essere additati come i taccagni che non scuciono un euro per cui abbiamo sempre partecipato.
    Soluzioni? Non ne vedo molte…Non frequentare più determinate persone non è una soluzione. Dire apertamente che non si vogliono spendere soldi inutili può essere socialmente accettabile solo se si è perso il lavoro; ma se si ha un lavoro e si fanno discorsi del genere purtroppo si suscitano solo ironie.

    • Ciao Attila,
      la questione (la tua, come quella di Marco) è indubbiamente molto delicata. Ha a che fare con le cosiddette “minacce da valutazione sociale”: cosa succede, se faccio o non faccio…? cosa mi dicono, se mi comporto in quel modo…?
      Come tale, mi rendo conto che richieda la massima attenzione. Proverò quindi a risponderti con alcune considerazioni, partendo come sempre dal presupposto che non esistano comunque soluzioni preconfezionate, ma che occorra sempre un “salto qualitativo” che parta dal soggetto…

      1) Emanciparsi dal dogma del consumo – come le tue parole purtroppo confermano – è ormai rimasto l’unico, vero atto RIVOLUZIONARIO che la modernità ancora considera come tale. Tutto il resto, in un modo o nell’altro, è socialmente accettato. In qualche caso, persino incentivato. Puoi cambiare partner, cambiare lavoro, cambiare Paese di residenza, cambiare idee politiche, cambiare perfino sesso, e… stai pur sicuro che nessuno ti dirà nulla. Anzi. Ma se solo ti azzardi a cambiare modo di consumare, bè… preparati alla Santa Inquisizione! (E in molti casi può non essere solo una metafora…)

      2) Poiché parli prima di amici, poi di persone, mi fai venire in mente che può essere una differenza fondamentale. Poiché già questa distinzione potrebbe rivelarsi una buona… palestra. Per mia moglie e per me, almeno, è stato così. Nel caso si tratti infatti di “persone”, potrebbe essere il punto di partenza per cominciare a vedere che effetto fa (su di noi) sottrarsi all’imperativo della quota-regalo. Una sorta di… auto-educazione alla minaccia che il giudizio altrui rappresenta. Nel caso invece di “amici”, qui le cose sono più semplici. Perché, se di veri amici si tratta, non dovrebbe esserci alcun problema ad affrontare apertamente con loro il discorso: stai facendo una scelta di vita e, conseguentemente, certe spese “non essenziali” sono le prime ad essere depennate. Ripeto: se di veri amici si tratta, potrebbe essere un ostacolo assolutamente superabile. In ogni caso, ripeto: so benissimo che non si tratta di scelte facili.

      3) Chiudo con un ultimo suggerimento. In qualche caso, noi ci siamo affidati a una soluzione di compromesso: abbiamo cioè regalato non la classica quota in denaro, ma un dono autoprodotto. Marmellate, cioccolatini, piccole confezioni sartoriali, insomma… qualcosa che non ti fa fare la figura del “braccino corto”, ma che anzi testimonia i valori in cui credi, includendo peraltro nel regalo stesso una quota… del tuo tempo: il bene più prezioso per tutti!

      Ciao, Andrea

    • @Attila Estendiamo la discussione al “capitalismo relazionale” o, come preferisco chiamarlo io, delle emozioni? Ho scoperto che se vuoi tenerti una cosa per te e per i tuoi amici su Facebook sembra che tu possa semplicemente gestire le modalità di visualizzazione a seconda della confidenza. Ma se un amico più (chiamiamolo Piero) espansivo di te ti tagga in un post e dice cose del tipo “Marco oggi con me ha fatto, ha visto, ha pensato, insieme a Pinco, Pallino, Caio e Sempronio” quel post, se l’amico lo imposta in un certo modo funziona quasi da delatore o da chiacchierone di piazza, nel senso che il post lo vedono non solo gli amici degli amico ma tutti gli amici (anche i semplici conoscenti) tuoi. Che magari non sapevano, sono gelosi o semplicemente non erano fatti loro. La soluzione sembra o troncare col tipo, che magari sarebbe ottimo se non avesse questo megafono internettiano. Oppure togliersi del tutto da FB e privarsi di opportunità oppure andare da FB a lamentarsi dell’amico, rischiando di metterlo nei guai o di litigarci. O non fare niente con lui. Non sono soluzioni.
      Ma non è finita: tu ti ritrovi a doverti giustificare anche con i più riservati Pinco, Pallino e Caio per il fatto di avere come amico Piero, visto che il post di Piero lo vedono anche tutti i contatti di Pinco, di Pallino, di Caio, così, a cascata. E questo persino se Pinco, Pallino e Caio sono amici tuoi ma non di Piero! Diabolico…

  5. @Marìca Coi bambini sei tu che insegni uno stile di vita, loro dissentiranno e sceglieranno cosa ricevere in eredità ma non ti faranno mai sentire un escluso o un inadeguato come un gruppo di amici in cui si sottintende che tu *ovviamente* vada a quell’evento imprescindibile altrimenti sei pessimo. Indipendentemente dal fatto che il suddetto divertimento sia magari caro o semplicemente per te e i tuoi gusti non valga un prezzo gonfiato. Come quelli che fanno gli splendidi e comprano il gelato al bar (confezionato) a 2 E l’uno quando ho scoperto che al supermercato te ne danno 6 per 2 E, praticamente identici a quello del bar.

  6. @tutti Il problema non è nemmeno la disponibilità economica, è la sensazione, dopo, di aver speso per qualcosa che si poteva evitare o che non mi interessava granché. Anche una milionata se si tratta di qualcosa di duraturo ma non una milionata, che ne so, a Las Vegas a vedere il Casinò o a fare il giro del mondo magari di corsa. Sto estremizzando perché i milioni non ne ho e anche quando spendo spendo veramente poco ma è per far capire

  7. Ciao Marco,
    in questi casi si possono trovare dei punti di incontro. Invece di dover cedere sempre in santa e pacifica rassegnazione, infatti, si può provare a proporre qualcosa di diverso e a vedere se alla fine ci siamo divertiti lo stesso.

    Non è solo un problema in coppia. E’ quello che succede, spesso, per esempio, con i bambini. C’è una continua trattativa in corso praticamente su tutto. Si parla, si discute, si cede anche (certo) ma in cambio si chiedono anche esperienze diverse, salvo poi, alla fine, fare il punto insieme e vedere che ci si è molto divertiti.

    Stessa cosa con l’uso dei soldi per divertirsi. Puntualmente faccio notare che usare i soldi in quel certo determinato modo (che chiedono in quel momento) non ha senso, il perché, il percome, i musi lunghi e tutto il resto. E ha invece senso usarli in un altro modo. Parliamo sempre di divertimenti e svaghi, ovviamente. Qualche volta mi va male ma più spesso, alla fine, mi danno ragione. E la cosa più importante è che iniziano a ragionare, a criticare, a osservare in modo autonomo molte cose intorno a loro.

    Piccoli semi, certo. Prima o poi, però, magari quando meno te l’aspetti, qualche germoglio esce.

  8. @Andrea Il guaio è quando si vuole fare qualcosa insieme e lui invece di un giro nel parco ti vuole proprio portare chissadove (e a chissaquanto) e a te fa lo stesso del giro nel parco anche se spendi il triplo e in realtà ci vai per vedere lui o lei e non tutto l’ambaradam. Però, visto che la struttura dei nostri divertimenti è rigida e potenzialmente obbligante l’ambaradam, per amor della relazione, te lo cucchi tutto

    • Allora, se l’oggetto del “contendere” non è un maglione ma un’esperienza, e se non ci si riesce a mettere d’accordo altrimenti, il problema è proprio lo… sterco del demonio. Cioè i soldi!
      Perché, se non ci fosse la disponibilità economica per andare “chissadove pagando chissaquanto”, la questione non si porrebbe: si andrebbe al parco. E, stando insieme, ci si divertirebbe ugualmente. Garantito.
      So bene che non è facile, ma lo dico dall’inizio di LLHT: il consumismo, con le sue seduzioni e i suoi sottilissimi condizionamenti psicologici, è il vero avversario da sconfiggere. Perché ci costringe a lavorare sodo, per guadagnare i soldi, che servono per consumare cose che non ci rendono felici. Ovvio a questo punto che, quante più sono le disponibilità economiche, tanto più è difficile resistere…
      Ciao, buona domenica! (Spero al parco)

  9. E che fare se quelli attorno a te non si accontentano delle cose semplici, identificano a volte o anche spesso il divertimento con l’acquisto o collo spendere e tu tieni a loro e per starci assieme ti tocca stare a queste logiche quando preferiresti (anche avendo soldi) il proverbiale prato?

    • L’obiettivo è sempre uno soltanto: il benessere. O, come insegna il fumetto, la felicità. Se, come dici, non è fortunatamente una questione di soldi, non puoi costringere chi il benessere lo trova in un maglione di cachemire a indossare un pile Quechua. Quindi, perdonami l’esempio, ma lascia a lui il cachemire e tieniti per te il gusto (e il calore) di un capo che costa un centesimo di quel maglione.
      Non mancando, però, di comunicare che tu, comunque, il freddo non lo patisci! Anzi…

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