Stato d’arresto

Chi è che si deve pentire per primo, adesso? Chi deve abbassare lo sguardo? O modulare il tono di voce per compiacere l’interlocutore? Chi dei due sarà quello che scommette e chi invece quello che… sa (perché sente)? Chi è che, ostinatamente rifugiato nella più scivolosa e segregante omologazione, ostenta sicurezza? E chi invece può distrattamente aderire a una qualche forma di omologazione proprio perché, al contrario, è intimamente… sicuro?

Di cosa sei sicuro, oggi? E per che cosa invece t’imbarazzi? Sei sicuro della tua vita, o della tua vita ti senti piuttosto comprimario? Magari vergognandotene persino un poco. O nascondendo, in un moto di insofferenza, quella innaturale ma ineluttabile arrendevolezza. Avverti ma non dici. Intuisci ma non comprendi. Sfiori ma non afferri. Vibri ma non ti muovi. Il motivo è semplice: sei in arresto.

E non vale il solito alibi dei privilegi altrui: sarebbe solo un altro mezzo giro alla ruota del tuo supplizio. Benché inesplorata (e inattuata), la tua supremazia potrebbe infatti essere totale. Ma non vuoi convincertene. E allora ti arresti.

Sai bene di cosa parlo. Sai soprattutto a quale parte di te parlo. Ti (ri)conosci, lo so perfettamente. E conosci soprattutto i tuoi silenzi… mentre ogni mattina, magari incolonnato nel traffico per raggiungere l’ufficio, firmi di nascosto la tua solenne giustificazione. Firme quasi sempre false, manco a dirsi. Imitando la grafia del tuo Orgoglio, su quel libretto che ogni sera, prima di coricarti, consegni sbrigativamente alla tua Volontà. La quale, pur sapendo benissimo che quella firma è falsa, la accetterà comunque, fingendo di non accorgersene. Perché sa perfettamente che anche domani ne arriverà puntualmente un’altra…

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Anche qui si firmano giustificazioni, certo. Ma la firme, almeno, sono autentiche. E a compilarle non è l’Orgoglio, ma un’altra brutta bestia: l’Incapacità. E non le consegniamo alla Volontà, ma alla sua sorella maggiore: la Morale. Tempi duri, per i duri di spirito…

C’è di bello almeno che qui non esistono intertempi. Non ci sono i cronometri, i giudizi, gli obiettivi. Al di fuori di quelli che scegliamo di darci da soli. E già questo, sono pronto a scommetterci, ti sta facendo impazzire. Perché il metro di misura è questa volta pericolosamente intangibile. Non si chiama denaro. Non si chiama lavoro. Non si chiama carriera, successo o prestigio sociale. Non ce l’ha, un nome. Ma sappiamo benissimo entrambi cosa sia.

Impazzisci perché sto parlando di qualcosa che conosci bene, ma che ti appare (ancora) lontano, inafferrabile, evanescente. E’ come sostenere di conoscere un luogo solo perché se ne sono ammirate milioni di fotografie ad altissima risoluzione. Ogni minimo dettaglio meticolosamente scansionato. Ingrandimenti. Zoom. Nulla è scappato a quell’obiettivo. Tranne una cosa: il… profumo. Rassegnati a vivere in un mondo di massimi dettagli (perché distraggono), ma privo di profumi (perché sintetizzano).

E allora svestiti. Spogliati delle tue presunte certezze. Perché è proprio di quelle certezze che sono forgiate le manette con cui ti sei arrestato da solo. E mettiti a nudo. Torna bambino. Esponiti alle intemperie. Non ti ammalerai. Perché gli elementi ti rispetteranno, riscoprendo in te uno di loro. Torna ai primordi. Scrollati di dosso le sovrastrutture con cui sei stato astutamente zavorrato. Da creatura che sei, torna ad essere creatore. E prima o poi arriverai persino a pentirti di aver atteso così a lungo.