Conti

Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro. (F. Sabino)

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Ieri ho pedalato ancora. Per molti, molti chilometri. Martedì e giovedì piscina; lunedì, mercoledì e venerdì bicicletta. Piccole leggi quotidiane. Nuove ore di provvidenziale solitudine. Pensavo a quello che mi sta accadendo. Riflettevo soprattutto su quello che io sono, in raffronto a quello che altri potrebbero pensare che io sia. La melmosità dei pensieri stanchi ci crocifigge ai cliché: credo sia inevitabile, quando le nostre scelte cominciano a rimbalzare nelle coscienze altrui.

E poi pensavo che anche tutto questo, un giorno, non ci sarà più. Subiremo un’altra muta, è inevitabile. Perché tutto sarà nuovamente diverso. Si sarà… evoluto. Nel corso di tutta la nostra vita, noi non siamo che tremule ombre di ciò che stiamo diventando. Diventare diventanti, ricordi?

Pensavo a come sarà stato bello, quel giorno, aver di nuovo cancellato la lavagna. Perché ci sbarazzeremo anche di tutto questo, è inevitabile che accada. Credo che sia esattamente questo il senso profondo di ogni precedente pienezza: considerarla come l’ineludibile corridoio emotivo per lo stadio successivo. Disinteressarsi dei concetti di arrivo e di fine. E, simmetricamente, dei loro speculari: partenza e inizio. Togliere le tappe, sia quelle intermedie che soprattutto quelle estreme: è solo in questa prospettiva di circolarità che si può ridurre l’affanno. Non ci si arriva facilmente, no. Soprattutto in questo puntiforme e sequenziale Occidente. Ma accorgersi di questo processo e riuscire a farsene sedurre è una sensazione inebriante. Chi c’è stato lo sa. Chi c’è stato ha potuto farci i conti. E, forse, sussurrare il risultato.

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7 risposte a “Conti

  1. Ciao Andrea, a volte leggo in ritardo i tuoi post ma difficilmente me ne faccio scappare uno… “Disinteressarsi dei concetti di arrivo e di fine”. Questo pensiero è secondo me bellissimo… high thinking…. 😉 E’ proprio vero, a volte ci poniamo degli obiettivi lontani (anche dal nostro modo di essere) quando invece dovremmo concentrarci su noi stessi, sui cambi che possiamo fare…. In questo modo i risultati arrivano…. e forse non quelli che ci eravamo prefissati ma altri ancora più veri e più in sintonia con quello che siamo veramente… chapeau.

    • Quasi sempre gli obiettivi ci distraggono, impedendoci di gustarci la pienezza dei momenti. Anche perché, nel 99% dei casi, gli obiettivi provengono dall’esterno. Non sono cioè i nostri, quelli che sappiamo servirci. Dovremmo ripristinare una sana distinzione tra gli obiettivi funzionali al nostro benessere e quelli che dobbiamo assolvere per accontentare qualcun altro…

  2. Ciao Andrea. Bello e pregnante il concerto di circolaritá, é inebriante il sólo pensarci. Ma mi ha colpito molto un piccolo passaggio: “provvidenziale solitudine”. Ecco in due parole uno degli aspetti fondamentali, il rieducarsi a stare con noi stessi per imparare a sentirci, conoscerci e capirci.

    • Fondamentale, infatti. Per affrontare scelte come la mia, saper stare da soli con se stessi è un requisito essenziale (oltre che, per i motivi che giustamente dici, molto piacevole). A proposito della solitudine, Sartre disse: “Se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia”.

    • Ciao Serena. Sì… è vero che ogni tanto gli obiettivi intermedi, se raggiunti, danno appagamento e nuova spinta. Ma molto spesso, invece, riuscire del tutto a eliminarli rende il percorso complessivamente più agevole. Ricordo un vecchio motto che diceva più o meno così:
      If you focus on results, you will never change.
      If you focus on change, you will get results.

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