Ghiande speciali

In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata. (C. G. Jung)

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Non so che ora è. Potrei saperlo semplicemente abbassando gli occhi nell’angolo in basso a destra dello schermo. Ma ora non è tempo per farlo. Ho sette o otto cose che si calpestano nella testa e devo metterle giù, in fila.

Credo sia tardi. Ma non così tardi (mia figlia dorme e non si è ancora svegliata). Sono andato a letto presto. Poi mi sono svegliato. Ho accantonato il libro di Tiziano Terzani che stavo leggendo (Un altro giro di giostra) e ho afferrato quello che oggi avevo portato in giro con me. Senza però mai aprirlo. Quasi volessimo entrare in confidenza, passando una mezza giornata insieme. E’ un libro con la copertina flessibile di un acceso blu notte, leggermente e piacevolmente setata al tatto, che riporta una tavola di William Blake in cui si vede una ragazza danzante trascinarsi dietro la Luna, avvolta in una specie di drappo giallastro. Un’altra tavola di William Blake – contenutisticamente non dissimile da questa – è una delle immagini che da sempre incarnano l’essenza stessa di LLHT, e che finora non ho mai pubblicato per una mia forma di devozione quasi religiosa nei confronti della sua perfetta rappresentatività del messaggio del blog. Le coincidenze non esistono, lo sappiamo no? Non esistono mai.

Ho sentito parlare per la prima volta di questo libro diversi anni fa. Poi buio. Silenzio. Circa un mese fa lo ha pubblicamente citato una persona che non nominerò, ma che so benissimo si riconoscerà subito in queste mie righe (so infatti che, da quando ci siamo conosciuti, nonostante i suoi mille impegni mi legge con assiduità). Una persona che, sentendomi nominare per la prima volta Ivan Illich, ha chiaramente mostrato un bagliore incoraggiante negli occhi, subito accompagnato dall’ammissione “No… non lo conosco, ma voglio approfondirlo”. Una persona che, principalmente per questa ammissione, ho subito capito che avrebbe giocato un ruolo importante nella mia vita. Proprio perché chi, soprattutto al giorno d’oggi, al primo incontro ammette con disinvoltura di non sapere qualche cosa passa automaticamente nella mia lavagna dei buoni.

Il libro è Il codice dell’anima di James Hillman.

James Hillman è l’ideatore della teoria della ghianda, una teoria in base alla quale – mi si perdoni la necessaria approssimazione – ogni persona, proprio come una ghianda, è fin dalla nascita in possesso di tutto il patrimonio informativo e dei requisiti per svilupparsi e trasformarsi in una magnifica quercia (il suo daimon); il fatto che questo processo si compia oppure no, però, dipende dalle condizioni ambientali in cui la ghianda si trova e dalle sollecitazioni che essa riceve. “Una cosa va chiarita subito”, spiega però l’autore. “Il paradigma oggi dominante per interpretare vite umane individuali, e cioè il gioco reciproco di genetica ed ambiente, omette una cosa essenziale: quella particolarità che dentro di noi chiamiamo “me”. Se accetto l’idea di essere l’effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato. […] La teoria della ghianda è l’idea cioè che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.”

Ora, dicevo, credo sia tardi (non ho ancora guardato l’angolo in basso a destra dello schermo). Ma mi sono ugualmente alzato dal letto e… ho dovuto farlo. Ho dovuto scrivere questo post. Subito.

Tanti anni fa, quando entrai per la prima volta nella Grotta del Vento in Garfagnana, fui colto dalle stesse sensazioni che ho avvertito poco fa, leggendo la prefazione e le prime tre pagine del primo capitolo. L’ingresso della Grotta del Vento è strettissimo e per niente agevole. I primi speleologi che la scoprirono avevano utilizzato un ingresso differente, più in quota, perché l’attuale accesso (destinato ai turisti e agli escursionisti) è in realtà… un sifone. Una conduttura cioè che, a seconda della piovosità del periodo dell’anno, può essere ostruita dall’acqua e impedire l’accesso (o comunque nasconderlo): un ingresso dunque scomodo e, periodicamente, inaccessibile. Proprio per questo, l’esperienza è ancora più suggestiva ed evocativa: come sarà lo spettacolo, dentro?

Tanto per cominciare, la prefazione di questo libro soddisfa inaspettatamente un mio feticcio: quello per le epigrafi. In entrambi i miei libri, infatti, le epigrafi in apertura di ogni capitolo sono il frutto di una selezione meticolosa – ben oltre i confini della maniacalità! – fra le migliaia di frasi che ho evidenziato e trascritto dalle montagne di libri che ho letto in tutta la mia vita. L’epigrafe, venendo a rappresentare un distillato perfetto del contenuto del capitolo, deve prendere per mano il lettore e accompagnarlo nelle pagine che seguono, fissando nella sua aspettativa – più ancora del titolo del capitolo – i concetti che si svilupperanno. Bene: la prefazione de Il codice dell’anima, intitolata “Epigrafi a mo’ di prefazione”, è un’accuratissima rassegna di frasi ed aforismi stupendi (dei più svariati autori) che, incredibilmente e magnificamente concatenati l’uno all’altro, trasmettono ed esauriscono alla perfezione il senso dell’opera. E’ il sifone all’ingresso (libero dall’acqua).

Lo spettacolo che si presenta all’interno è monumentale:

Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo “qualcosa” lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione: Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono.

Questo libro ha per argomento quell’annuncio.

O forse la chiamata non è stata così vivida, così netta, ma più simile a piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente pensando ad altro. Retrospettivamente, sentiamo che era la mano del destino.

Questo libro ha per argomento quel senso di destino.

Tali annunci e tali sensazioni determinano una biografia con altrettanta forza dei ricordi di violenze terribili; solo che quegli enigmatici momenti tendono a essere relegati in un angolo. Le nostre teorie, infatti, danno la preferenza ai traumi, e al compito che essi ci impongono di elaborarli. Ma, nonostante le offese precoci e tutti i “sassi e dardi della oltraggiosa sorte”, noi rechiamo impressa fin dall’inizio l’immagine di un preciso carattere individuale dotato di taluni tratti indelebili.

Questo libro ha per argomento la potenza di quel carattere.

[…]

Questo libro, dunque, vuole […] risuscitare le inspiegabili giravolte che ha dovuto compiere la nostra barca persa nei gorghi e nelle secche della mancanza di senso, restituendoci la percezione del nostro destino. Perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato: il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi.

Capito perché adesso io vado a farmi un giro nella grotta? (Perché non esistono guru. Ma maestri sì, sempre.)

E capito soprattutto perché, una volta dentro, spero che… piova?

i-want

La tavola di William Blake che rappresenta l’insoddisfazione umana, sintetizzata nelle parole “Io voglio! Io voglio!” dell’uomo che tenta di scalare la Luna.