Scendere

Ciao Andrea, complimenti per i tuoi articoli sul blog, sempre interessantissimi e coinvolgenti. Cercherò il libro che hai segnalato, sento che mi interesserà parecchio…!

Volevo dirti che il tuo ultimo articolo mi ha risuonato dentro, specialmente nella parte che parla delle sensazioni che hai avvertito entrando nella Grotta del Vento: io ho avuto la fortuna di entrare dalla cima in alto della “Grotta grande del vento” (Frasassi) , grotta quasi omonima e con alcune caratteristiche in comune, almeno per quanto riguarda l’ingresso alto e quello in basso periodicamente ostruito dall’acqua. Ho avuto la fortuna di entrare per la stessa via percorsa dai primi speleologi che la hanno scoperta, tra l’altro accompagnato da uno speleologo che fece parte della spedizione dei primi scopritori.

Da giovane feci infatti un corso e praticai per alcuni anni speleologia col circolo Speleologico del CAI di Modena. Ogni tanto facevamo uscite – o meglio: entrate (in grotta) – col prof. Italo Bertolani, che collaborò strettamente alle prime esplorazioni e ai rilievi di questa immensa cavità sotterranea.

Fu molto suggestivo: dopo una lunga camminata, salimmo su una collinetta ed in un punto a noi invisibile, ma che non sfuggiva al prof. Bertolani, individuammo un piccolo avvallamento. Preparata l’attrezzatura, cominciammo uno alla volta ad entrare nel piccolo cunicolo, per trovarci dopo pochi metri in cima ad una camera enorme e buia. Si percepiva l’enormità dagli echi delle voci e dei rumori che solo noi emettevamo.

La discesa non fu facile, neanche coi mezzi moderni di cui disponevamo: l’altezza (ora non ricordo quante centinaia di metri fossero) imponeva di fare delle giunte elle corde con le quali scendevamo, per cui il primo doveva scendere sulla corda, arrivare alla fine, fare una giunta con un’altra corda, e via dicendo. Gli altri dovevano scendere superando questi frazionamenti intermedi.

Avevamo le lampade a carburo sul casco, una luce molto viva ma non sufficiente ad illuminare le pareti. I primi che scendevano diventavano puntini di luce sempre più piccoli…

Quando fu il mio turno ero emozionatissimo, trovarsi appesi ad una corda con sopra il nero assoluto, interrotto solo da qualche  puntino luminoso (la luce dei compagni che mi avrebbero seguito) che spariva pian piano, e sotto il nero assoluto, interrotto solo da piccoli puntini di luce (la lampada di quelli che erano scesi prima di me) dava una sensazione di essere un piccolo satellite perso nell’universo…

Però bisognava essere concentrati: occorreva superare i nodi, ovvero agganciarsi alla corda discendente distaccandosi da quella che proveniva dall’alto, una cosa fatta già più volte ma che in quel momento assumeva un significato mistico, un rito da ripetere con precisione e concentrazione come una cerimonia giapponese.

Il prof. Bertolani (scomparso nel 2001) ci raccontò come scoprirono la grotta e riuscirono a scendere fino in fondo, tornando diverse volte con scalette sempre più lunghe; all’epoca usavano delle apposite scalette molto pesanti ed ingombranti, oltre che scomode, per scendere su altezze così rilevanti, e difficile da farsi in sicurezza.

Ho voluto condividere con te questo ricordo emozionante, che il tuo articolo mi ha fatto ricordare con immenso piacere.

Ringrazio ancora il prof Bertolani, che ottenne dall’ente gestore il permesso per noi di entrare dall’alto in una giornata senza visitatori e con le luci artificiali spente, e per la passione e la pazienza con noi principianti con cui ci spiegava gli aspetti più scientifici e per come condivideva con noi le emozioni della loro scoperta.

E ringrazio te, Andrea, per fare quello che fai, per il tuo condividere con noi le tue scoperte ed emozioni che sono altrettanto grandi e significative. Vai avanti così!

Franco V.

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A chi volesse approfondire la storia dell’esplorazione della Grande Grotta del Vento, segnalo questo bel documento.