The Crescita

I quattro capponi di Don Abbondio si trovarono un brutto giorno nelle mani di Agnese. La quale Agnese ne fece “un bel mazzetto” di zampe buttandoli con la testa all’ingiù e mettendoli in un sacco (vivi) e consegnandoli a Renzo da portare al dottor Azzeccagarbugli. I quattro animali soffrirono parecchio lungo il tragitto perché il ragazzo, agitatissimo dai suoi pensieri e dalle sue passioni accompagnava con gesti e movimenti le sue riflessioni, scuotendo e facendo sobbalzare quelle creature ad ogni passo. Loro, d’altra parte, legati, stretti, a testa in giù e quasi soffocando dentro al sacco, non trovavano di meglio da fare che beccarsi  l’un l’altro “come succede troppo sovente tra compagni di sventura”.

Questo episodio de I Promessi Sposi, che magari non ricordo neanche tanto bene, l’unico forse rimasto impresso a fuoco nella mia mente fin dai miei 14 anni, mi ha sempre fatto molto pensare. Forse perché descritto magnificamente, forse perché tocca proprio la coscienza di tutti, forse perché pone molti interrogativi cui non ho ancora, dopo molti anni, trovato una risposta degna di questo nome. E direi che vale la pena forse fare una piccola riflessione sulla stranissima ragione per la quale abbiamo la tendenza a mettere in estrema evidenza le piccole differenze e le minime distinzioni e non ciò che, invece, ci rende simili agli altri, ciò che ci dovrebbe unire e far lavorare insieme.

Eppure la sventura nella quale ci ritroviamo compagni dovrebbe trasformare ciascuno di noi nel fratello dell’altro. Perché noi fratelli… lo siamo. Ah no? Ok, allora… cugini. No? Ok, allora… amici. Neanche? Ok. Allora ci siamo cordialmente antipatici? Ok. Va benissimo. Poiché non sia mai che ci si debba amare alla follia, per carità. Anzi. Rivendico da sempre il diritto di non piacersi, di non amarsi, di starsi cordialmente sullo stomaco, di non essere amici finti e per forza. Però, di fatto, ci ritroviamo dentro allo stesso sacco e su questo dubito che qualcuno possa davvero avere qualcosa da obiettare.

Perché nel mondo “altro”, “alternativo”, “consapevole”, quello di chi crede nel sostenibile, nella decrescita, negli stili di vita differenti e nel, diomiperdoni, cambiamento, siamo capaci di meravigliosi slanci, grandi idee, intuizioni e vista lunga. Tanto lunga che questo ci porta a scriver fiumi d’inchiostro su quanto siamo bravi a far questo e a far quello, di quanto bene autoproduciamo noi, di quante belle soluzioni partoriamo nel dolore del nostro travaglio (sempre ben documentato su facebook, si intende) o di quanto siamo felici dopo aver cambiato vita con l’ottimismo che sprizziamo a ogni post. Confesso che il pessimismo mi fa deprimere ma l’ottimismo mi innervosisce senza limiti. Ma questo non c’entra. Torniamo ai quattro sventurati capponi.

Questo mondo “altro”, dunque, è animato da principi rivoluzionari, sani, belli e giusti. Che poi da tradurre nella pratica sono difficili che solo Dio lo sa. Non tanto perché sia difficile farsi un orto sinergico, farsi un compost toilet, trovare il coraggio di lasciare un lavoro che non è etico o prodursi l’energia da soli, quanto per il fatto che tutto questo lo facciamo senza cambiare profondamente. E così trasferiamo nel nostro bel mondo ripulito, biologico e sostenibile tutte le nostre piccole e piccolissime meschinità, le nostre mai superate invidie (così umane e così inconfessabili), il nostro desiderio di attenzione che ci fa fare mosse discutibili, il nostro ego poco incline alla decrescita, la nostra incapacità di comprendere e applicare nella vita di ogni giorno i principi di comunità, aiuto e sostegno reciproco, apertura ed onestà, ascolto, umiltà. I nostri occhi sono così pieni di travi da poterci costruire un intero ecovillaggio su palafitte. Nessuno di noi, visto che non siamo Amish, aborigeni australiani o Guaranì, può dirsi “più” degli altri e farebbe bene a cercare cosa può migliorare delle sue pratiche e strategie prima di attaccare quello che dovrebbe essere, almeno nella teoria, suo fratello. Perché nel gioco dell’ “aguzza la vista e trova le differenze” si perde una quantità di tempo prezioso che non si può sprecare proprio come facciamo con l’acqua che abbiamo imparato così bene a risparmiare.

Ci siamo dimenticati di crescere. Troppo impegnati a decrescere. La crescita invece è cosa fondamentale. A un certo punto si smette di essere piccoli e si diventa grandi. E lo si fa tutti insieme, tutti d’accordo nella direzione che è la stessa ma ciascuno con i suoi modi e i suoi tempi. E, certo, le sue peculiarità. Ma ce l’abbiamo davvero il tempo e l’energia per cucire pellicce di peli nell’uovo? Ne abbiamo da poter vendere agli Inuit per i prossimi duecento anni.

La vera sfida che ci aspetta è il cambiamento nelle relazioni, nel cuore, nel pensare con i nostri sentimenti depurati da quelle cose che ci spingono a quella competizione mascherata da qualcos’altro, a quel disagio se qualcun altro arriva, dice o fa cose che avremmo voluto fare noi, a quell’insistere sulle piccole mancanze e imperfezioni dell’altro perdendo di vista quello che facciamo noi. Pensiamo che gli altri non facciano quello che è necessario? Facciamolo noi. Pensiamo che gli altri si atteggino a guru, che vendano quell’unica (stupidissima) cosa che hanno fatto come fosse la cosa più importante e preziosa al mondo? Può darsi. Ma non ne siamo esenti neppure noi. Pensiamo che la smania di protagonismo la faccia da padrone? Guardiamoci bene allo specchio. Magari è la stessa cosa che facciamo noi. Che ci sia spazio per il confronto, certo. Onesto, aperto, essenziale e non personale.

Là fuori ci sono persone che fanno in silenzio. Fanno e basta. Ma tra coloro che parlano e che pensano di avere qualcosa da dire ce ne sono ben pochi immuni alle lusinghe del mondo della comunicazione con i suoi social, con il suo mondo a portata di tasca e con le sue luci della ribalta. Io personalmente ne conosco solo uno.

La vera sfida è “sentire alto”, “sentire biologico”, “sentire sostenibile” “sentire solidale”. La vera sfida è essere onesti. Con se stessi. E poi con gli altri. La vera sfida è stare insieme. E mettere insieme tutte le forze. E valorizzare ciascuno quelle dell’altro. Quello è il Cambiamento. Senza, temo che nessuno di noi riuscirà ad uscire da quel sacco.

parabola

La parabola della pagliuzza e della trave (Fetti, 1619)