Downshifting e/o self-empowerment

Ufficio di scollocamento di TorinoSelf-empowerment. Un tempo espressioni come queste mi davano l’orticaria. Poi ho studiato, ho indossato panni più umili, ho tenuto al guinzaglio il cane che abbaiava ogni volta che certi concetti si avvicinavano alla porta della coscienza. L’umiltà, soprattutto mi ha aiutato ad andare oltre, e ne avevo davvero poca. Comunque meno di oggi.

Di quali risorse interiori si deve dotare oggi una persona che voglia aprire nuovi percorsi alla sua vita, che decida di riprendersi il suo destino, magari finora delegato a terzi, perché era più comodo, funzionava, le permetteva di rilassarsi?

(Quella stessa persona poi ha scoperto che non poteva più fidarsi, che il contratto che aveva siglato in buona fede era stato alterato nella notte. Le parole cancellate, riscritte, i termini traditi. Il tutto nella tirannia delle buone maniere, nella violenza subdola del perbenismo).

Il 25 gennaio ho condotto un seminario intorno ai temi del proprio percorso di vita, nell’Ufficio di scollocamento di Torino. Ho avuto il privilegio di lavorare con una bravissima psicologa e con partecipanti attenti, motivati, intelligenti. Persone che in molti casi si interrogavano intorno al loro personale downshifting, a come approdarvi. Ma downshifting è davvero la parola che definisce questo genere di ricerca? Fino a un certo punto. Appare sempre più chiaro che il tema vero è come smettere di essere ciò che si fa e cominciare a fare ciò che si è. Da questo non si scappa. E se si scappa, non si arriva da nessuna parte.

Negli ultimi anni ho conosciuto tante persone interessanti, da cui imparare. Ho avuto molte occasioni di umiltà, momenti in cui sentivo di nuovo il cane da guardia della mia intelligenza pericolosamente radical chic (quindi pienissima di seissima) abbaiare contro messaggi che le apparivano semplicistici e invece erano semplici, come tutto ciò che è geniale. Frequento milionari soddisfatti e downshifter soddisfatti, imprenditori seriali appagati dalla loro vita frenetica e persone di scarsi mezzi e mente limpida. Il punto non è quanti soldi abbiano in banca, ma quale idea di sé si siano costruiti nel tempo e quanto si trovino a loro agio con la loro immagine allo specchio. Io amo conversare con gli uni e con gli altri e loro, pare, con me.

Qualcuno ha detto: “Il successo senza autorealizzazione è il più grande dei fallimenti.” Pensate che ci sia una grande differenza di atteggiamento mentale fra un milionario realizzato e un downshifter realizzato? Io ci vedo due grandi ambizioni all’opera e una buona dose di self-empowerment, che parte dall’umiltà. Perché l’umiltà è la vera chiave del potere personale, la sua premessa, la sua fonte.

Siamo molto più potenti di quanto ci abbiano indotti o abbiamo indotto noi stessi a pensare ma un conto è dirlo, l’altro è assumersene la responsabilità nelle azioni di tutti i giorni. Comprenderlo in ogni fibra di sé ha ben poco a che fare con le “americanate”, un argomento che fin troppo spesso viene opposto all’invito ad avere fiducia in se stessi e crederci fino in fondo. C’è molto di più in ballo e fare spallucce o ironizzare non ti aiuterà a capirlo. Lo scetticismo radical chic pienissimo di seissimo ci ha resi affascinanti fino a quando ci ha dato spunti di conversazione per le mostre fotografiche e gli apericena con i nostri amici hipster. Tutto molto bello.

Però.

Però adesso non basta più. Lo vedi confrontandoti con chi la vita se la vuole riprendere davvero. Con chi lo fa da sempre. Con chi ci sta sbattendo la faccia perché non ci aveva mai pensato prima. Non sarà una passeggiata. O fai di tutto per diventare migliore (e quindi una persona differente) o stai solo rimandando il momento in cui sarai costretto a vedertela con la realtà in disfacimento di questa epoca. È ora di cambiare, ma sul serio. E non sarà guardando fuori di te, ma decidendo che per ottenere risultati diversi dovrai essere una persona diversa. Diamoci da fare, sarà bellissimo.

Flavio

PS. Questo sito e quello di Ufficio di scollocamento di Torino sono amici. Chi vuole visitarlo lo trova nella colonna a destra sotto la voce LLHT FRIENDS come UdsTorino.

10 risposte a “Downshifting e/o self-empowerment

  1. Pingback: Viaggiare leggeri – nomadismo sociale in Sudafrica | FuturAbles·

  2. Alfiere del concetto di “bastian contrario”, il mio istinto forse radical-chic mi suggerisce che considerare simili un milionario e un downshifter realizzati, può essere piuttosto fuorviante.

    Un milionario che è divenuto tale corrompendo e sfruttando, sarà anche perfettamente realizzato nella sua personalità, ma non ce lo metto proprio alla pari con un downshifter, che abbia avuto il coraggio di sacrificare o almeno mettere in discussione un paio di decenni di certezze, anche se sempre per realizzare se stesso.

    Forse ho dei limiti a capire, ma continuo a sostenere che il fine NON giustifica i mezzi…

    • Un milionario che è diventato tale corrompendo e sfruttando… mmm… davvero occorre specificare che non alludevo a questo genere di persona? E ora chiediamoci: costui è realizzato nella sua personalità? Il discorso è così complesso che non me la sento di sviscerarlo in un commento a un post, ma io credo proprio di no. Ma veniamo a un altro esempio. Negli negli Settanta un giovane insegnante viveva con la moglie e il figlio neonato in una roulotte. Era un giovanotto di belle speranze che aveva pubblicato alcuni racconti su riviste come Playboy e altre meno note, ma che comunque gli avevano staccato qualche assegno. Aveva due occhialoni spessi come fondi di bottiglia e il sogno di pubblicare un romanzo. La famiglia faceva fatica a sbarcare il lunario, ma il giovane insegnante, sostenuto dalla moglie, continuava a crederci. A un certo punto un editore decise di pubblicare un romanzo che aveva battuto a macchina nella roulotte e che si intitolava Carrie. Quello scrittore spiantato di chiamava Stephen King. A lui io sento di dovere molto, mi ha insegnato ad amare visceralmente la scrittura creativa, mi ha fatto innamorare della narrativa, mi ha incantato e accompagnato per tanti anni con storie che in qualche modo riecheggiavano dentro di me. Mentre a scuola ci mettevano anni a leggere un romanzo (I promessi sposi), io mi sbafavo decine di romanzi, imbeccato da quello che all’epoca era uno scrittore disprezzato (oggi un po’ tutti ne riconoscono le qualità letterarie) Oggi i miei gusti sono diversi, ma posso dire che si sono evoluti anche grazie a lui. A parte questa sbrodolatura personale… io sono felice che King sia ricco sfondato. Ma ancora di più sono felice che sia un uomo che, con le curve a gomito della vita che comunque ha dovuto affrontare nonostante il successo commerciale, che sia un uomo, dicevo che abbia risposto alla sua chiamata. Ricco sfondato o no, lo considero per questo un uomo di successo.
      Anche io sono un bastian contrario, ma abbinare obbligatoriamente ricchezza e corruzione e sfruttamento, come credo dimostri il caso di King, che oltretutto risulta essere anche una persona stimabile, è una semplificazione eccessiva. Ciò detto in camera mia non ho mai appeso il poster di Marchionne.
      Non so perché ho tirato fuori questa faccenda di King. Non amo le generalizzazioni, ecco.

      • Buona, questa storia di King! Che, insieme ad Agatha Christie, rappresenta anche per me l’unica palestra narrativa adolescenziale.

        Mi hai fatto venire in mente una considerazione. Sintetica e, per questo, forse efficace.
        E’ vero: la ricchezza, di per sé, non deve essere additabile come una colpa (e la vicenda del romanziere che citi, come sicuramente centinaia di altre casistiche, lo dimostra in pieno).
        Ma, come appunto dimostrano i due autori del saggio “La misura dell’anima“, la ricchezza (in quanto fattore incontestabilmente costitutivo della disuguaglianza) può comunque rientrare nello spettro delle cause primarie di molti malesseri sociali.
        Non colpa in sé, dunque, ma comunque danno per la collettività: valutazione non ideologica, ma socio-sanitaria.
        Facciamo i nostri conti…!
        ( Per questo, dico sempre che quello studio è rivoluzionario… 😉 )

  3. “l’umiltà è la vera chiave del potere personale, la sua premessa, la sua fonte.”
    e subito dopo
    “Siamo molto più potenti di quanto ci abbiano indotti o abbiamo indotto noi stessi a pensare”.
    Non sono in contraddizione, almeno col significato più comune e sottinteso di umiltà, ovvero “idea modesta, piccola di sé”? Non è che più che umiltà vuoi pazienza, o concretezza, o coraggio?
    Una persona umile che rinuncia al modo solito di fare in vista di un grande progetto tutto da costruire io non ce la vedo: tenderà a dire che se qualcosa non va forse è colpa sua, che lui può fare solo fino a lì e non sa se ce la farà,ecc. L’umiltà più radicale va poco a braccetto con l’orgoglio, dunque non si accompagna a grandi idee di sé stessi o della propria attività, a meno che non sia più semplicemente assenza di illusioni (che va benissimo) o falsa umiltà (quella che ti fa sembrare un povero cristo e magari lo sei ma pensi comunque di avere un animo eccelso e la tua sobrietà è ricerca di purezza, radicalismo rivendicato, non abbassamento)

    • Hai ragione, Marco. Quando dico che l’umiltà è la premessa del potere personale, intendo un tipo di umiltà specifico, quello che ti consente di mettere in discussione le tue idee, ma non te stesso, le tue convinzioni, ma non la tua possibilità di crescere. Ci vuole umiltà per fare 10 volte una cosa prima di riuscirci, o anche 100, continuando a correggersi, ma ci vuole anche molta sicurezza nei propri mezzi e la convinzione di potercela fare. Tutto questo richiede pazienza, coraggio e concretezza. Ben diversa l’umiltà di chi si sente onotologicamente inadeguato. Quella direi che più che altro è scarsa fiducia in se stesso, almeno nella accezione che voglio usare.
      Grazie della puntualizzazione.

    • Grazie, Gabriella. E’ divertente che ci siamo anche sentiti al telefono e che abbiamo scambiato sms e email. Io pensavo che avessi capito chi sono, ma va bene anche così. Sì, con Andrea è nato un gemellaggio e oso dire una sintonia che va oltre il web. Sono sicuro che sia foriero di cose positive. E’ già così.

    • Ciao Gabriella,
      oltre a ringraziarti per l’entusiasmo (quell’io non vi mollo è di una potenza indescrivibile!), ti confermo che l’apertura di LLHT all’esperienza e all’energia di Flavio è stata una scelta assolutamente naturale: pur nell’ambito della sua “mission” (perfettamente sintetizzata dal suo nome) LLHT non vuole essere uno spazio esclusivo, ma – al contrario – il più inclusivo possibile.

      Ora non ricordo esattamente da quante settimane tu stia seguendo il blog (che ha poco più di un anno di vita “sua”, ma già tantissima vita “altrui”, al suo interno), ma sono fermamente convinto che – anche e soprattutto nell’affrontare quella che amo definire l’urgenza di un’azione bassa guidata da un pensiero alto (che altro non è che la condizione in cui oggigiorno ormai tutti ci troviamo) – un approccio fondato su un coaching qualificato ed illuminante sia irrinunciabile.

      LLHT ha sempre, pesantemente lavorato sulle cognitive dei suoi lettori, provando cioè ad agire sulle loro componenti metaemotive e metarazionali, e fondendole in un’unica suggestione che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto fare luce – soprattutto nei più scettici – sulle reali potenzialità dell’emancipazione dai finti dogmi della postmodernità (consumismo in primis).

      Questo messaggio, in sé nobile ma non sempre immediato, ha via via reso necessario un approccio più empirico, fatto di scelte e modalità attuative nuove.

      Per i motivi che tu e gli altri lettori scoprirete nelle prossime settimane, infatti, ho appena introdotto la pagina di presentazione dello staff del blog (“Chi sono“), che – qualcosa mi dice…! – potrebbe presto arricchirsi dell’apporto di un nuovo collaboratore.

      Per ora ti mando un grandissimo saluto. Ciao!

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