Il ciclo si chiude

Quando raccolgo l’insalata del mio orto taglio a qualche centimetro dalla base. Le foglie esterne, magari un po’ingiallite, restano lì. I primi “scarti”, quindi, restano sulla pianta. La pianta quasi sempre ricresce, qualche volta, però, non lo fa. Si confonde col suolo e torna terra nel giro di qualche tempo.

I primi scarti restano lì. Diventano risorsa preziosa anziché spazzatura. La preparazione di verdure crude e cotte, però, prevede altri scarti: bucce, torsoli, foglie un po’ rovinate, cime, le parti finali delle zucchine, dei cetrioli. Metto tutto da parte in frigo come un ingrediente fondamentale dei miei centrifugati per la colazione. Poi ne unisco il succo alla frutta e il centrifugato è pronto.

Il centrifugato dà ancora scarti. Ho una buona centrifuga quasi professionale, non esattamente un estrattore ma qualcosa di simile se ripasso due o tre volte quegli scarti. La quantità di succo che ne esce è notevole ed è un concentrato di sali minerali e vitamine.

La centrifuga produce, dunque, ancora scarti. Ripassandoli più di una volta l’acqua si elimina quasi completamente. Quello che rimane sembra una specie di scarto finale. Eppure non lo è: è una risorsa anche quello. Metto il tutto in un piatto a seccare fuori. Quando torno all’orto lo porto con me e spargo sui bancali quello che ne è restato: quasi una polvere o poco più.

In questo processo non è stato prodotto un solo grammo di spazzatura e tutto ciò che è nato da quella terra è ritornato esattamente dove era nato e cresciuto dopo essere stato il mio pranzo e la mia colazione.

Un sistema naturale non produce rifiuti. I rifiuti in natura non esistono. Gli scarti prodotti da uno sono una risorsa essenziale per l’altro che se ne nutre o li utilizza in altro modo. Lo scarto, a ben rifletterci, non è altro che semplice materia modificata e preparata perché altri se ne possano servire in una specie di circolarità cooperativa.

In questa circolarità e in questa cooperazione la biodiversità, le diverse necessità di ogni specie hanno un ruolo fondamentale ed è per questo che questa ricchezza dev’essere preservata in tutti i modi a nostra disposizione.

Normalmente, nella nostra vita di tutti i giorni, non facciamo caso a quante volte riusciamo a chiudere quel ciclo ma, ogni volta che questo non succede, c’è una dispersione di energia, uno spreco, una perdita che si rifletterà prima o poi su di noi.

Ho come la sensazione che si rompa quel patto naturale, biologico, innato di cooperazione tra esseri viventi la cui consapevolezza potrebbe aiutarci a cambiare lentamente e finalmente i nostri comportamenti quotidiani. Iniziando da piccole o piccolissime cose che dietro l’apparenza rivelano il senso profondo della vita.

OSM

L’orto di Marìca, visto dall’alto (non c’è bisogno che vi dica quale sia: l’avete riconosciuto, vero?)

7 risposte a “Il ciclo si chiude

  1. Ciao Marica, per puro caso sono arrivato a questo sito ed ho letto quello che scrivi. Bello , veramente bello. Ho una casa con circa 1400m di terra coltivata fino allo scorso anno da mio padre con i metodi “tradizionali”. Quest anno, sempre ” per caso”, ma nulla succede per caso, mi sono imbattuto in uno strano tizio che mi parlava di orto sinergico, piante che si aiutano , insetti utili età etc… Mi si è aperto un mondo! Dalla scorsa primavera ho deciso di, con grosse perplessità d parte di mio padre, di intraprendere questa strada. Tentativi, sbagli, successi, entusiasmo, perplessità e poi… Capperi, la consapevolezza che la natura sa come comportarsi! Il mio piccolo spazio man mano diventa sempre più grande, mio padre credo, anke se non lo ammetterà mai, forse inizia a capire che questo approccio alla terra può funzionare.
    Bello, meraviglioso , rivedere insetti, fiori che non vedevo da tempo, stupendo dare ai miei bimbi prodotti essendo sicuro che non siano stati minimamente trattati chimicamente.
    Ancora molto da imparare, ancora molto da osservare…una continua scoperta!
    Marcello

    • Ciao Marcello! Bellissimo, davvero. Sì, osservare, imparare, scoprire. E’ questo: il ritorno all’umiltà di fronte alla natura. Smettere di insegnarle che cosa deve fare e come deve comportarsi. Liberarci della nostra presunzione è la prima lezione dell’orto sinergico.
      Fammi sapere come va! 🙂

  2. Ciao Marica, ti leggo da un po’ con attenzione e devo ringraziarti per quello che scrivi e per come lo scrivi, con passione, amore e dettaglio.
    Ho acquistato da qualche mese una casetta in campagna dove (spero…) andrò a vivere la prossima estate. Ha un piccolo giardino, la cercavo apposta con un piccolo giardino perché uno dei miei scopi del tornare a vivere in campagna è quello di ricominciare a fare l’orto come faceva la mia famiglia quand’ero piccola. Anzi, voglio tornare a farlo meglio di quand’ero piccola, più consapevole e rispettosa dell’ambiente. Leggerti mi sta dando molte informazioni utili e molte idee in questo senso. Grazie.

    • Ciao Cristiana, mi fa molto piacere sapere della tua casetta in campagna. Un giardino che diventa un giardino sinergico è davvero una delle cose più belle del mondo. Cura, guarisce, insegna, rigenera, rasserena, fa pensare e nutre. Non solo il corpo…
      Fammi sapere!

  3. Su cosa sia il miele non la penso esattamente come te. Il miele per le api non è uno scarto ma il loro nutrimento. Siamo noi che lo prendiamo senza permesso. Poi su quanto questo sia giusto si può essere più o meno d’accordo ma sul fatto che si tratti di scarti ho le mie perplessità.

    Riguardo al fatto che la tua famiglia lo fa già, la cosa mi fa molto piacere e sono sicurissima che per molta gente che vive a contatto con la natura, magari da sempre, questa è una cosa semplice, naturale e del tutto ovvia. Per me che vivo in città, invece, si tratta di un’autentica scoperta. Non tanto dell’averlo saputo o letto da qualche parte, ma il fatto di poterlo fare concretamente.

    Per molta gente che vive in città la terra non c’è. Non c’è un posto dove far ritornare le cose che non mangiamo e che ci avanzano. Non c’è questa sapienza, questa consuetudine e neppure questa possibilità visto che a parte i secchi della spazzatura non ci sono luoghi fisici dove farlo. Inoltre, se anche la terra ci fosse, mi guarderei bene dal riversarci i resti delle cose che compro al supermercato. Quelle stesse cose, infatti, sono trattate con pesticidi, antibiotici, sostanze non identificate, cere, conservanti e chissà cos’altro ancora. Sono, a tutti gli effetti, contaminate.

    Quello che faccio lo faccio soltanto con le verdure che coltivo e che sono biologiche al cento per cento perché so di non avere usato nulla a parte il sole, l’acqua e una terra microbiologicamente sana.

    Quello che volevo dire è che quanto più ci si avvicina alla terra (parlo per quelli ignari come me, naturalmente) tanto più si riescono a vedere le cose semplici, ovvie, naturali appunto, che abbiamo dimenticato o che non abbiamo mai imparato dal momento che abbiamo sempre vissuto in un ambiente artificiale. Dove le cose sono artificiali e gli scarti sono artificiali, spesso dannosi, inutili, pericolosi, inutilizzabili a rompere un cerchio che non si potrà più chiudere come invece dovrebbe essere.

    Riguarda alla teoria dell’uomo, dei virus e dell’organismo ospite: non nascondo che la cosa in passato mi abbia parecchio affascinato. Tuttavia non la penso affatto così. L’uomo non è un organismo parassita diverso, alieno alla terra che lo ospita. L’uomo “è” la terra che lo ospita. E’ l’acqua, la terra stessa, l’energia del sole, il minerale, l’aria. L’uomo è il frutto della terra ed è fatto di lei, viene da lei e tornerà a lei.
    Il distacco, spesso il cinismo che ha portato a queste considerazioni è il comportamento di alcuni uomini. Non di tutti gli uomini. Buona parte della popolazione del pianeta vive ancora (per fortuna) usando le risorse della sua terra in modo semplice, naturale, per un’economia familiare e seguendo i ritmi della natura. Il processo di distruzione della nostra terra che avviene alle spalle della maggior parte delle persone da parte di pochi senza scrupoli e senza limiti la considero una specie di deviazione, di malattia (sì) che al momento sembra inarrestabile. E che prospera sul sonno degli altri.

    La sovrappopolazione, la povertà, l’indigenza, la disuguaglianza, la prepotenza le considero conseguenze di quella deviazione.

    Ma se l’uomo è la malattia, allora l’uomo stesso deve esserne la cura. Si tratta di tornare indietro a quello che siamo davvero. Sempre che riusciamo a rendercene conto prima che sia troppo tardi.

    Io credo che agire e pensare individualmente e poi connettersi con altri che fanno la stessa cosa, sia una strada. Una specie di cura. L’unica possibile forse.

    • Sul paragone coi microorganismi, ti ricordo che ce ne sono di “saggi” (che in qualche modo collaborano col loro “ospite”) e “distruttivi”: questi ultimi lo invadono, causandone la morte. La curva di crescita di cui ho scritto sopra, dimostra solo che l’uomo ha scelto di comportarsi come i secondi.
      Di conseguenza hai ragione, quando dici che siamo sia la malattia che la cura; e – potrei aggiungere – chi pratica certe discipline sa bene, che un punto di forza è anche una debolezza, e viceversa.
      Non sono certo che la maggioranza degli umani usi le risorse in modo consapevole: dopotutto la storia antica e la preistoria portano molti esempi di popolazioni che, pur essendo almeno in apparenza in sintonia con la natura, hanno finito col distruggere il proprio habitat. Ma forse questo può dipendere solo dal fatto che è molto più facile distruggere che costruire; che occorre lo sforzo di 10 (e forse più), per ricostruire quello che il generoso impegno di un singolo ha distrutto.
      In questo senso è la mia perplessità che la maggioranza di persone – di cui parli – sia un fatto positivo e, soprattutto, vincolante.

      Certo, la “propaganda coi fatti” è l’unica cosa saggia; specie a confronto di una società che vive di parole e di immagini. Quanto a tornare indietro, dubito che si possa: si può però continuare ricuperando la saggezza del passato, aggiornandola a ciò che siamo. Ecco, se vedessi un consistente numero di persone agire così, sarei più ottimista… Sforzandomi comunque di far la mia parte nel mio piccolo.

  4. Non siamo “tecnicamente raffinati” come te, Marica, ma anche noi la maggior parte di quello che ci “avanza” in cucina, lo buttiamo alla terra: così che tanti animali o piante se ne possano nutrire…
    La gente ha perso coscienza di questo legame essere vivente-“scarto”, che in realtà è presente nella maggior parte dei momenti della nostra vita e non solo in quelli legati al nutrirsi: pensiamo che le prime monete sono stati oggetti che non avevano in sé alcun valore pratico, scarti per l’appunto… E se volessimo rimanere nel campo della nutrizione, quanta gente sa che il miele è – senza usare troppi giri di parole – la merda delle api?
    Le comunità di esseri viventi sul Pianeta sono tutte – rispetto al Pianeta stesso – nella stessa scala in cui stanno un virus, un batterio nei confronti dell’organismo ospite. Chi ha una certa sensibilità, può arrivare a capirlo attraverso le regole della Tradizione (“Così in alto come in basso”: dove “alto” e “basso” sono anche sinonimi di “grande” e “piccolo”); chi crede alla scienza positivistica dovrebbe riflettere sulla curva di accrescimento della specie umana: che è in tutto e per tutto sovrapponibile a quella di un virus epidemico, come nella peste e in simili malattie…

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