Andrei

Ci ho pensato a lungo, prima di scrivere questo post. E, soprattutto, prima di pubblicare questa foto. Fondamentalmente per due motivi: il primo è che non amo i selfie, gli autoscatti e tutte queste espressioni mordi-e-fuggi della realtà liquida in cui siamo immersi fino al collo; il secondo motivo è che non so se Andrea Zorzi sia minimamente d’accordo con quello che scrivo su LLHT (quindi non vorrei dare l’impressione a chi non mi conosce di sfruttarne l’immagine a fini promozionali). Ma so però che è un Gigante e che, quindi, capirebbe benissimo che questa foto esprime significati assai diversi. Che ora proverò a illustrare.

Andrea Strozzi (187 cm) e Andrea Zorzi (206 cm)

Io sono di Modena. Quando avevo tra i tredici e i quindici anni, la squadra di pallavolo della mia città, la Panini, aveva un’unica bestia nera: la Maxicono Parma. Era sport, certo. Ma era, per noi ragazzini, anche qualcosa di più. C’erano i nostri 14 anni. I nostri ormoni. La voglia di spaccare il mondo. Qualche sogno…

Io in curva non ci sono mai andato, non mi piaceva. Andavo all’estremità della gradinata, subito a fianco della curva: stesso calore, ma meno casino. Il leader indiscusso della squadra ospite era lui. Faceva male. Male vero. Noi modenesi eravamo consapevoli della nostra forza, che era leggermente superiore alla loro (come dimostravano gli score). Ma Parma era l’antitesi ideale, capace di celebrare la nostra supremazia e di darci ancora più gusto. Erano due collettivi straordinari, che attivavano adrenalina e dopamine in quantità. Ma… c’era Andrea Zorzi. Lui era quello che avrebbe potuto rovinare tutto. E che, spesso, lo faceva. Perché andava ben oltre la forza del collettivo. Nello sport, uno più uno deve sempre fare tre: quell’uno che manca, deve farlo la squadra (se c’è). Per la Maxicono – porca vacca! – uno più uno faceva invece quattro. Perché due lo faceva Zorro da solo. Se volevamo vincere, per la Panini uno più uno avrebbe dovuto fare cinque. E doveva farlo il collettivo. Impresa titanica.

Questa cosa la sapevano bene, in curva. E i miei concittadini riservavano quindi al mio omonimo cori, grida e insulti che difficilmente adesso potrei riproporre: devo dire che in quegli anni il mio vocabolario personale si arricchì notevolmente, mentre udivo quelle offese sguaiate sopra di lui, negli istanti in cui si portava a bordo del parterre, per prendere la rincorsa, saltare e battere. O meglio, abbattere.

Andrea Zorzi ha rappresentato per la mia adolescenza la sgradevolissima sensazione di minaccia alle speranze, l’ostacolo insopportabilmente insuperabile, ma soprattutto il simbolo dell’ingiustizia e della cattiveria altrui contro il merito e l’impegno di chi ha la forza e la determinazione per diventare qualcuno. Di conseguenza, rappresentava anche la grandiosità della consapevolezza di un solo uomo, di fronte all’invidiosa congiura di tanti fantasmi. E, come tale, incarnava per me l’eroismo possibile.

Di solito la Panini riusciva a valere quattro virgola uno, perché come squadra era leggermente più forte. E, alla fine, gli aghi e i fili che cucivano lo scudetto danzavano quasi sempre sulla stoffa delle nostre maglie. Ma, ai miei occhi quattordicenni che non riuscivano a concepire gli insulti verso chi stava semplicemente esprimendo se stesso ai massimi livelli, i vincitori erano sempre due. Da una parte della rete c’era la squadra della mia città e, dall’altra parte, c’era invece un uomo da solo. Che, superando se stesso, aveva vinto la sua personalissima battaglia contro centinaia di idioti che avevano solo saputo coprirlo di insulti e di odio. Insulti e odio che, sempre ai miei occhi poco più che bambini, vanificavano il valore del titolo. Decretando che l’unico vincitore era sempre e soltanto uno: quel Gigante (sovra)umano dello sport più bello e pulito che ci sia.

Panini Maxicono

Il resto è cronaca dello scorso weekend, quando entrambi eravamo relatori a un convegno organizzato dalla Anderlini Volley Community presso la Scuola Internazionale di Alta Formazione di Volterra. Ciò che quella foto di noi due rappresenta adesso per me non sto quindi a spiegarlo. Se siete un po’ perspicaci, se avete mai rimesso in discussione un intero palinsesto di vecchie certezze, con il suo carico di nemesi e contraddizioni, oppure se avete mai fatto qualche sport o lottato seriamente per qualche cosa, forse riuscite a intuirlo…

Ti dico solo una cosa, Andrea, per quello che hai rappresentato per me venticinque anni fa e per quello che, senza saperlo, hai rappresentato ieri:

La senti questa voce? Grazie.

Separatore

Per chi fosse interessato a scoprire di quale Gigante, sportivo, umano e culturale, stiamo parlando, Andrea porta in giro per l’Italia un pensiero non alto, ma altissimo. Tramite lo spettacolo teatrale La leggenda del pallavolista volante, insieme a Beatrice Visibelli e con la regia di Nicola Zavagli. Che io non ho visto. Ma che, con i fantastici Alberto, Gabriele e Stefano (conosciuti in queste giornate magiche), le nostre mogli e compagne, andremo a vedere alla prima occasione.

11 risposte a “Andrei

  1. Mio padre è nato in provincia di Modena e ha lo stesso “orgoglio emiliano” di suo padre, che è mio nonno. Ama la pallavolo e ama lo sport in genere. Credo che sia conquistato dalla purezza dello sforzo psicofisico e dalla competizione leale tra avversari.
    Gli farò leggere questo articolo, perchè glielo devo.
    Grazie Andre…i.

  2. Alla fine è la persona che fa la differenza. Sia nella propria vita che in quella “a livello sociale”.
    Questo è stupendo.

    Chi è in malafede (o semplicemente non capisce), può parlare di egoismo, di mania di protagonismo, ma questa è l’unica strada per insegnare qualcosa agli altri: fare il punto della propria esperienza di vita nel settore che si è scelto e trasmetterla agli altri in maniera non lineare.

    Poi, chi vuol capire capisce e fa le proprie scelte: sulla sua pelle e prendendosene le proprie responsabilità. Saremo (sempre?) una minoranza nei confronti di quelli che preferiscono la presa in giro di una vita dentro un gregge? Va bene, lo faremo lo stesso, senza preoccuparci dei numeri, andando avanti per la nostra strada; lo faremo per noi, per quelli come noi e perché quelli che avranno la forza di uscire dal gregge, abbiano un esempio. Un esempio e nessuna scusa…

    • È esattamente come dici tu, Alberto. Ma, proprio per questo, a volte è davvero dura. Puoi avere centinaia di persone che ti urlano qualsiasi cosa sopra la testa, oppure – in scala più ridotta – puoi avere amici, parenti e conoscenti che osservano, bisbigliano e giudicano. Ma il principio è identico.
      Se esci dal solco che qualcuno ha tracciato per te, se osi infrangere qualche convenzione, se ti azzardi anche minimamente a saltare un pò più alto, battere un pò più forte, ricevere un pò meglio, schiacciare con più energia… stai pur certo che chi, nella rassicurante ovatta di quel gregge è nato e cresciuto, avrà sempre qualcosa da dire.

      • E che, ci spaventiamo per questo?

        Sì, ogni tanto monta la marea e vien voglia di tirare i remi in barca: poi guardi in faccia i tuoi ex-colleghi di lavoro (tu avrai l’esperienza nel tuo ex-mondo; ma ti assicuro che a scuola non è che le facce siano ormai tanto più vivaci) e capisci che sei sulla strada giusta; fai un po’ di respirazione yogica profonda e ti torna un coraggio da leone.

        Sono nato da genitori anarchici non sposati, non mi hanno battezzato, non sono mai andato a scuola: figurati se mi stupisco quando il gregge passa dall’altra parte della strada, quando mi incrocia.

        Se no, perché mai sulla mia home page avrei scritto “Io sto lontano dalla mafia, la mafia stia lontana da me”, con una calibro 9 lì vicino?

        Scriviamo, spieghiamo, cerchiamo di far girare le esperienze delle persone che sono in sintonia con noi, diamo l’esempio. Direi che questo basta e avanza per vivere a testa alta; che si può volere di più, specie in Italia?

  3. quando ho visto il programma dei tre giorni a Volterra, e ho visto che oltre a te tra i relatori c’era Zorzi… ti ho invidiato molto…
    Anche io ero tra quelli che stavano incollati al televisore a urlare in casa ogni volta che faceva un punto … ogni volta che dalla seconda linea saltava e la bomba cadeva nell’altro campo e arrivava un altro punto che fece vincere la coppa del mondo all’Italia.
    E ora oltre ad aver vinto tante medaglie sta portando quello che ha dentro agli altri, e ti dico che vedervi insieme nella foto è stato molto emozionante… da strade diverse insieme per una causa, realizzando i propri sogni.
    in bocca al lupo. Cri

    • Ciao Cri, è sempre bello ritrovarti qui. Come ho cercato di spiegare nell’articolo, conoscere e riscoprire quel campione dopo tanti anni è stata per me un’emozione come poche. Solo vedendo che grandissimo simbolo è diventato – fuori dal campo anche più che in campo – ho capito anche la genialità di Rodolfo Giovenzana (deus ex machina dell’iniziativa) nel riuscire ad affiancare in quel convegno testimoni così diversi fra loro e con storie così lontane alle spalle, ma tutti animati dallo stesso spirito e dagli stessi obiettivi.

    • Eh eh, bello. 🙂 Me lo prendo tutto (e ti ringrazio), ma… non era questo lo spirito del post: ho solo voluto raccontare, a modo mio, una mia personalissima nemesi, durata circa… venticinque anni! Ciao.

  4. Grande Andrea, mi unisco alla tua di voce per quello che Andrea ha rappresentato nel passato e quello che ieri ha dato ancora, al di qua della rete, nel nostro campo, nella nostra squadra. Se vedrai il suo spettacolo, entrerai magicamente ancora di più in quella che è stata la sua essenza, presta molta attenzione alle metafore legate ai gesti della pallavolo, la battuta, il palleggio e l’attacco … altre emozioni in quel passo.
    Sono contenta di averti conosciuto. Come vedi, nella pausa caffè del mio logorante lavoro, mi concedo il lusso di entrare nel tuo blog … come avevo fatto venerdì prima di incontrarti.
    Un caro saluto a te e a Cecilia.
    Giusi, Biella

    • Ciao Giusi, è un vero piacere averti qui. Di solito, ai nuovi iscritti ad LLHT mando una mail di benvenuto. Spero che mi perdonerai se, nel tuo caso, lo faccio pubblicamente. Credo siano stati giorni intensi e meravigliosi. Ne approfitto per rivolgere un ulteriore ringraziamento alla Anderlini Volley Community, per l’ottima organizzazione e per aver saputo generare la giusta chimica tra tutti i partecipanti: parlare di “cambiamento” in quel clima è stato fin troppo facile. Ora si tratta di schiacciare la palla nell’altro campo. Quello delle convenzioni. Ciao

Esprimi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...