L’equilibrio Uomo-Natura

Trovo utile, come inizio, riportare le parole di Giovanna (da un suo commento al post di Andrea Come se non lo sapessi) per ragionare sulla questione che ho scelto per titolo:

Amare la natura, come dono del creatore, è un dovere a cui, tra l’altro, ha vocato l’uomo il creatore stesso: adorarla come Grande Madre è un’altra cosa e, secondo me, bisogna stare molto attenti su questa strada perché è la stessa dei sacrifici umani per la fertilità della terra.

Occorre esser chiari – forse fino alla pedanteria – con le parole che usiamo, specie quando si parla di concetti così importanti, come il sistema di valori su cui dovrebbe basarsi il rapporto fra noi e gli altri esseri viventi, ovvero la Natura nel suo contesto e nel suo senso più ampi.

Dobbiamo dunque amare la Natura come un dovere, perché a ciò ci ha destinati (“vocati”) il Creatore stesso, in quanto suo dono? Io chiedo: da quando in qua si ha il dovere di adorare un dono, su imposizione di chi quel dono ci ha fatto? Si può ritenere un dono ricevuto importantissimo, fondamentale; ci si può commuovere per questo gesto in maniera indescrivibile e oltre ogni limite, sentendosi legati – per sincera riconoscenza e non per calcolo – al suo autore: ma qualcuno di voi conosce un caso, nel quale chi ha donato abbia poi aggiunto: “Adesso me lo devi adorare, proprio perché io te l’ho dato.”? Saremmo fuori da ogni logica, giusto?

E vorrei – prima di continuare il discorso – assicurare chi mi legge, che non penso proprio che le storture nel rapporto Uomo-Natura, delle quali viviamo oggi le conseguenze sulle pelli nostre e dei nostri eredi, siano colpa del Monoteismo a fronte di un Politeismo tutto rose, fiori e rapporti idilliaci: la Paleoantropologia ha dimostrato come già nel Paleolitico e nel Neolitico (cioè un bel po’ d’anni prima che Mosè venisse al mondo), l’uomo avesse distrutto certi habitat a causa di uno sfruttamento demenziale. Infatti, se un gruppo di cavernicoli manda un centinaio di cavalli a sfracellarsi giù da un burrone, per mangiarne cinque o sei, è chiaro che c’è qualcosa che non va in partenza; e che il concetto di de-evoluzione non è forse quella baggianata, che molti pretendono che sia…

In realtà io considero il Monoteismo il punto d’arrivo di un percorso, che portò l’Uomo a staccarsi sempre di più dalla Natura: fino ad erigere una barriera di supponenza fra sé e tutti gli altri esseri viventi, partendo dal presupposto che l’intero Creato fosse al suo servizio. A prova di ciò, più che il concetto portato da Giovanna, mi piace far notare che “Adamo diede il nome a tutte le creature”: e questo significa porle sotto il proprio potere, ovvero poter servirsene a proprio piacimento. A sostegno di questo mio punto di vista faccio notare che perfino i Greci – se vogliamo rivolgerci a una civiltà Politeista – ebbero la loro responsabilità in ciò: furono loro a porre l’istinto in posizione d’inferiorità nei confronti della ragione, stabilendo quindi uno stacco fra queste due componenti pretendendo una superiorità della razza umana, proprio in quanto “razionale”.

Sì, “adorare la Natura come la Grande Madre” è un’altra cosa; ed è proprio questa la direzione nella quale dobbiamo andare; tanto che qui anch’io preferirei un altro termine: “rispettare” la Natura, cioè ritrovare con essa un equilibrio, rimetterci su un piano di parità rispetto agli altri esseri viventi. Tutti gli esseri viventi: comprendere che la struttura sociale dei mammiferi più evoluti è estremamente efficiente; e – visti i risultati – verrebbe da dire che lo sia più di quelle umane. Ma anche che, nel regno vegetale, l’albero è l’equivalente dell’essere umano: il che non porta assolutamente a considerarlo superiore agli altri vegetali; e men che meno pensare che l’albero consideri se stesso in questo modo. Credo che questo rispetto sia il vero “atto d’adorazione” che dobbiamo reimparare a compiere.

I sacrifici umani non c’entrano. A parte che il Monoteismo è andato avanti con sacrifici umani a manetta, fino al XVIII Secolo, quando il Positivismo ci mise un freno; anche se poi si riappropriò di questa pratica, inventandosi il razzismo. E, come vedete se seguite le cronache giornalistiche senza spaventarvi, il Monoteismo ci prova ancora, quando e dove può… No, i sacrifici umani non c’entrano, perché anch’essi “fuori equilibrio” rispetto a un corretto rapporto Uomo-Natura.

È vero che il sangue è uno dei due fluidi più potenti che abbiamo a disposizione, per creare un rapporto privilegiato col divino: come testimoniò del resto Jehova, il quale alle spremute di frutta di Caino, preferì platealmente l’arrosto di pecora di Abele, con le conseguenze che tutti conosciamo. Il punto è che, in realtà, non c’è alcun bisogno di arrivare al sacrificio di una vita, per raggiungere patti col divino, almeno se tali patti sono di segno positivo. Il sacrificio di una vita (ed evidentemente di qualsiasi vita) va a rompere magari solo in maniera infinitesimale, ma alla lunga tangibile (come prova appunto la situazione che stiamo vivendo), quel rapporto di equilibrio che dovremmo avere con la Natura, e del quale ho appena accennato sopra.

Non essendo monoteista, non credo ci sia un’unica strada, un’unica ricetta per arrivarci. L’orto sinergico di Marìca può insegnare molto e nel film “Sette anni in Tibet” si vedono gli operai tibetani che, quando scavando trovavano un lombrico, lo spostavano delicatamente fuori dall’area di scavo, per non rischiare di ferirlo. Può andar bene anche questo modo di porsi, nei confronti di tutto ciò che vive. Ricordo che una decina d’anni fa, trattavamo allo stesso modo le salamandre e gli scorpioni che affioravano da uno scavo archeologico nelle Marche; e senza che nessuno di noi avesse visto il film…

Non credo ci sia una sola ricetta, quindi: occorre solo la grande forza per un atto di umiltà, che nessuna ideologia o religione nata negli ultimi due-tremila anni può aiutarci a fare. Anche guardare negli occhi un animale, può farci capire quanto essi siano persone non meno di noi; e se qualcuno non lo capisce – come ho scritto a una carissima amica una quindicina di giorni fa proprio su questo argomento – è l’umano ad avere dei problemi, non certo l’animale.

Fatto questo passo, estenderlo anche ai vegetali e al “tutto” che c’è attorno a noi, non dovrebbe essere difficile; e soprattutto avrebbe conseguenze che, per quanto ci possano spaventare, nel confronto con le “sicurezze” di quanto ci hanno insegnato, sarebbero benedette.

Uomo-Natura

 

3 risposte a “L’equilibrio Uomo-Natura

  1. Chiedendo scusa per il ritardo (problemi di computer, soprattutto, e qualche inghippo alla salute), rispondo a entrambi i commenti fattimi finora.

    Brevissimamente a Claudio, per rassicurarlo che nessuno qui – a prescindere da come intenda concetti quali “Natura” e “Divinità” – confonde un rapporto rispettoso e paritario con la Natura, con l’inginocchiarsi di fronte a qualsivoglia simulacro. Parlo per me, in primo luogo; ma mi permetto di sperarlo anche per quanti si riconoscono in questo sito.

    Un po’ più lunga la risposta per Matteo. Sono infatti d’accordo su tutta la linea, ma prendo spunto da quanto ha scritto, per invitare a non mitizzare la società matriarcale: della quale si sa poco o nulla e sulla quale pertanto imperano le supposizioni.

    Voglio dire che il rischio di guerre cresce col sedentarizzarsi della società, prima che con l’essere patriarcale o matriarcale: una società che viva di raccolta, o che comunque segua le “fonti di sostentamento” nel loro spostarsi o nel loro manifestarsi, è già di per se più “pacifica” di una sedentaria; che ha sempre, fra i problemi da risolvere, quello della protezione di dette fonti e non necessariamente da altri umani.

    A voler essere precisi, pare anche che la società matriarcale, almeno al suo tramonto, non esitasse a sporcarsi le mani con sacrifici umani: la Tracia farebbe testo, anche a voler far la tara delle inevitabili “maldicenze”, messe in giro da quelle società patriarcali (Achei in primis, almeno per quanto riguarda il Mediterraneo orientale) che la soppiantarono.

    Scrivo questo, Matteo, perché vi vedo il rischio di cadere nel solito trabocchetto della dualità, vera palla al piede dell’evoluzione umana; che sintetizzo nel concetto “questo non va bene, allora facciamo il contrario, che sarà giusto senz’altro”. Almeno negli ultimi 2-3.000 anni, l’Umanità s’è fatta imbambolare da questo giochino (camuffato nei modi più vari: l’ultimo è stato quello delle ideologie), illudendosi di fare passi da gigante, ma restando sempre al palo a farsi sfruttare dal profittatore di turno.

  2. Ciao Alberto, io mi definisco un “adoratore di Madre Natura”, e posso spiegare meglio il perchè. Innanzitutto occorre capire cosa si intenda: se si intende solo l’ambiente in cui viviamo e l’insieme dei suoi abitanti allora sarei d’accordo con te, non sarebbe adorabile, ma al più da rispettare. Per me e per molti, Madre Natura significa in realtà proprio la forza creatrice, non il frutto della creazione. E qui incominciamo ad avvicinarci.
    Spero che possiamo avvicinarci anche su un altro concetto: non esiste contrapposizione tra uomo ed il resto del creato in quanto “membra dello stesso corpo”. Sì, la mano è una cosa ben diversa dall’orecchio, ma non avrebbe senso pensarle come entità autonome. Il rispetto reciproco dovrebbe essere visto come un vantaggio reciproco a cooperare per il benessere dello stesso organismo (ed in effetti se la mano gratta troppo forte l’orecchio, poi a starci male siamo noi tutti interi!).
    Motivo di adorazione del pensiero, saggezza, magnanimità, onnipotenza di Madre Natura (o del Dio monoteista, o di qualunque altro nome dell’Essenza Suprema) è l’osservazione, proprio nei fenomeni naturali (perchè culturalmente siamo abituati a ritenere vero solo ciò che si misura e percepisce con i sensi; in realtà dovremmo essere ancora più estasiati da tutte le Sue manifestazioni spirituali e soprannaturali, ma non ne abbiamo l’abitudine ad osservarle), della perfezione abbinata alla semplicità. Pensare che in 800MB di informazioni codificate nel DNA ci stanno tutti i programmi per far funzionare un uomo è incredibile! E che con 600MB di “codice eseguibile” pochi grammi di albume e tuorlo si possano trasformare, in 21 giorni precisi, in un pulcino vivo senza macchinari o apporti esterni (succede anche se l’uovo resta a temperatura costante in incubatrice!); mi chiedo quando mai la tecnologia umana riuscirebbe neanche ad avvicinarsi a realizzare qualcosa di simile. E ti ho fatto solo un piccolo esempio.
    Penso che l’atteggiamento corretto sia appunto quello di considerarsi un tutt’uno con l’ambiente e le altre creature, piuttosto che concentrarsi sui rispettivi ruoli di uomo, animali, vegetali, minerali, … a quel punto l’adorazione, anche se indirizzata a Madre Natura, non potrà che elevarsi a qualcosa di meno materiale di una vacca o un pezzo di legno scolpito.

  3. Leggo con molto interesse questa risposta di Alberto, dove vengono toccati vari punti, a cui farò riferimento solo in parte.
    I sacrifici umani, ma anche di animali o offerte di vegetali rappresentano quel legame dell’uomo verso una Natura che è già al di fuori del suo essere, una Natura con fattezze e temperanze umane, che doveva essere resa amica attraverso i riti, ma una Natura severa, la Natura degli dei maschili che hanno dato origine al Deus Pater dei monoteismi. Famosa per i suoi macabri riti la società Azteca, ma anche Maya e non solo, dove si sacrificano vite umane e dove gli stessi regnanti si sottoponevano a rituali di sangue per mantenere il legame con le forze soprannaturali. Legame Uomo-Natura basato sul dominio e la paura.
    Ma le prime società agricole a cui si fa rifermento con i sacrifici, nel Neolitico, avevano carattere cruento ? No a mio parere, perché il sacrificio di esseri viventi comporta dolore e violenza e questo è contrario alle testimonianze archeologiche e antropologiche note, che vedono in queste società avere carattere pacifico. Società che non conoscevano la guerra. Il passaggio tra il matriarcale, come forma societaria più antica assieme ai raccoglitori-cacciatori già del Paleolitico, e l’imposizione di forme patriarcali nate circa 4200 anni fa nelle aree che si erano desertificate del Sahara e dell’Asia centrale, comportò un cambiamento dei riti e dei sacrifici, che passarono da forme incruente come quello del sangue vaginale, a forme violente per placare divinità violente.
    Amare la Natura significa esserle parte, nei suoi ritmi, cicli, e come potrebbe insegnare Marica nel suo orto, esserle in sinergia. Il salto culturale che possiamo e dobbiamo fare, è quello di avere occhi per vedere sia il passato storico che il futuro sulla base di cosa è il dominio e farlo fin da ora nel presente.

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