Ritratti

[Tempo di lettura stimato: 8’15”]

Sarebbe adesso molto facile raccontare le mie ultime due giornate attraverso la cronaca dei fatti. Venerdì la prima presentazione del nuovo libro insieme all’amico e coautore Paolo Ermani, in provincia di Asti, grazie alla perfetta organizzazione di Daniela e Miki: oltre cinquanta persone entusiaste, belle domande, energia buona, spunti costruttivi, un unico respiro alla fine. Improntato, almeno così l’ho percepito, ad un’unica parola: possibilitàSabato l’incontro con amici e lettori al Salone del Libro di Torino, davanti allo stand dell’editore Il Punto d’Incontro: emozioni vere anche stavolta, soprattutto perché, come ho confidato per esempio a Gabriella, Paolo, Roberta, Renato e a molti altri, un conto è ritrovare online un nuovo lettore dopo che ti ha conosciuto a una conferenza. Ma è completamente diverso incontrare invece di persona qualcuno che, dopo averti conosciuto online, ha voluto raggiungerti – magari macinando dei chilometri – perché vuole stringerti la mano dal vivo!

Le due giornate appena trascorse sono andate ben al di là del libro. E vorrei che a raccontarle, questa volta, non fossero le mie parole, ma le impressioni che alcune delle tante persone incontrate lungo il cammino mi hanno lasciato, in modo rigorosamente inconsapevole.

LA MAMMA. La mamma era nello scomparto del treno all’andata. Entrambi vittime di colossali ritardi sulla linea, ci siamo infilati su un convoglio con ottantacinque minuti di ritardo, ma che per fortuna ci avrebbe comunque portato a destinazione. Facile in questi casi maledire Trenitalia, come sempre accade. Ma noi abbiamo parlato di figli, di Spagna, di sogni, di come… farcela. Sempre e comunque. Il lavoro che non c’è. I figli che si allontanano. Le passioni che subentrano. E sopperiscono. E infiammano. E soccombono. E la disinteressata serenità di una mamma e di un papà, tre figli da una parte e uno dall’altra, che sanno come in ogni caso, col vento della determinazione nelle vele, l’orizzonte desiderato, in qualche modo, arriva sempre.

LA RAGAZZA. La ragazza era seduta due posti oltre il mio, sulla panchina di Torino Porta Susa, mentre aspettavo il treno per Villanova d’Asti. Una borsa in pelle sgualcita sulle ginocchia. Di un’eleganza antica, ora molto consumata, la custodiva e l’abbracciava più con devozione che con possessività. Intorno a noi, seduti, in piedi o in cammino frenetico sulla pensilina, decine di smartphone attaccati alle loro persone. Mi chiedo ormai quale dei due sia il device. Alzo distrattamente gli occhi dal mio libro e vedo che quella ragazza non ha in mano un telefonino, ma un foglietto di carta scritto a mano. Ordinato. In bella grafia. La carta è sufficientemente bianca per farmelo considerare recente. La grafia sufficientemente elaborata per farmelo considerare importante. Lo legge e lo rilegge. Sorride. Lo piega accuratamente e lo ripone in un taschino della borsa. Da cui estrae un altro plico di bigliettini legati con un pezzetto di corda. Puliti. Ordinati. Ne sceglie uno. Lo apre. Formato e colore diversi dal precedente. Stesso rituale. Lo apre e lo legge. Si rabbuia e lo ripone. Poi un terzo. E un quarto. Espressioni diverse. Non sembravano ricordi, quanto piuttosto testimonianze, appunti, impegni. In ogni caso, tracce. La disinvoltura con cui maneggiava e riponeva quei foglietti mi comunicavano una certa consuetudine, in quella prassi. Poi annunciano il suo treno. La ragazza ripiega l’ultimo biglietto e rilega il tutto con la corda, poi si alza e se ne va. Mentre chiude la borsa, scorgo al suo interno tanti altri plichi di biglietti. Non saprò mai chi fosse. Né cosa vi fosse scritto in quei foglietti. Ma l’immagine è stata potente. Credo sia superfluo descrivere il perché. Un inno al tempo sospeso… dedicato… minuziosamente e orgogliosamente sottratto ai pixel… un tempo orgoglioso della sua lentezza. Proprio oggi. Oggigiorno, dico. Per lei WhatsApp non è ancora stato inventato. E voglio illudermi che non lo sarà mai.

LA COMMESSA. Ieri, durante il viaggio di ritorno. Mi fermo a un bancone del bar di Porta Nuova per bere un po’. L’acqua della mia borraccia è finita e non vedo fontane nei paraggi. Prendo una bottiglietta al banco, così ho anche il diritto a sedermi a uno dei tavoloni del bar-ristorante. Caos e viavai da ogni lato. Dopo qualche minuto, veloce come un fulmine si materializza al mio fianco una commessa del locale. Divisa d’ordinanza, si muove a scatti. Non è furtiva, ma ho l’impressione che non si senta del tutto a suo agio. Si protende sul tavolo. Ma non per sparecchiare (è pulito). La osservo con la coda dell’occhio: mentre si siede, vedo che in una mano stringe una specie di sottilissima focaccia ripiegata su se stessa e, nell’altra mano, una bibita e lo smartphone. Vede che la osservo. “E’ occupato?” si premura nei miei confronti, temendo di infastidire un cliente. “Liberissimo”, la tranquillizzo. Avrei voglia di aggiungere che è il suo momento di pausa, e che dovrebbe per una volta fregarsene dei clienti. Non ha potuto togliersi la divisa perché probabilmente non ne ha il tempo, né lo spazio. Avrei voluto chiederle se ritenesse normale che, dato che una bottiglietta d’acqua costa adesso 1,40€ (+40% rispetto all’euro a cui ero rimasto…), lei comunque non disponga di uno sgabuzzino dove cambiarsi o di un’area dedicata al personale dove mangiare in pace. Ci sono decenni di (inutili) rivendicazioni sindacali, di spietato turbocapitalismo, di lotta di classe, di dominio di finanza sulla politica, in quei tre puntini di sospensione di poco fa: lo sappiamo bene tutti, no? Tranne quella commessa, temo. Che, bionda senza averne l’aria, sposta compulsivamente lo sguardo dai binari che si trovano di fronte a noi, allo schermo del telefonino. Elargisce like, ne riceve a sua volta. Trangugia la bibita. Un suo collega le passa accanto sparecchiando e, con un tono di voce cameratescamente affabile, le sussurra “Buona pausa!”. Davanti ai miei occhi trottolano le immagini delle Camusso, dei Landini, dei Renzi e dei Marchionne. Giullari di corte al servizio di un dio di cui loro stessi ignorano i connotati. Mi alzo per andarmene. Lei si alza insieme a me, butta i rifiuti nel cestino e si rimette in servizio. Dal momento in cui si era seduta, è passato un quarto d’ora. Esatto.

IL CAPOTRENO. Il viaggio Torino-Bologna è da manuale: puntuale, silenzioso, rilassante. Un paio d’ore in totale solitudine con la copia del libro che terrò per me. Me lo rigiro tra le dita. Lo studio. Ne percepisco la consistenza. Apprezzo la resa di soluzioni editoriali azzeccatissime: copertina semplice, pulita, con ottime scelte cromatiche. L’editore ha lavorato benissimo. Le citazioni iniziali di ogni capitolo – che per me sono un vero e proprio feticcio – compaiono in un bellissimo carattere corsivo anticato, con i rispettivi autori preceduti da un trattino: una scelta stilistica qualitativamente perfetta. Come ho detto a uno degli intervenuti alla presentazione di venerdì, Solo la Crisi ci può salvare si presenta come un pugno nello stomaco, ma è una carezza ai nostri sogni. L’arrivo a Bologna, però, infrange almeno il sogno del mio rientro a casa: il mio treno successivo non compariva infatti sul tabellone luminoso. Ritardi su tutta la linea. Risparmio i dettagli. Assicuro che raramente ho trovato disorganizzazione, inefficienza, arroganza come ieri sera. Avevo un trolley pieno zeppo di libri e non potevo correre. La stazione di Bologna, adesso, è un labirinto. Sono passato dalla zona interrata (alta velocità) a quella in superficie (cara, vecchia stazione) due volte: giù-su-giù, alla disperata ricerca di un treno alternativo a quello che avevo prenotato, ma equivalente o di classe inferiore per non pagare supplemento. E non parlo di qualche metro, ma di molte, molte centinaia. E quaranta libri… pesano! Finalmente trovo il treno. Ma trovo anche, purtroppo, il capotreno… marcio. Marcio dentro, dico. E’ piuttosto risaputo che chi ha un’armonia e un equilibrio interiori non ha poi alcun bisogno di scaricare la propria aggressività sugli altri: l’attitudine alla sopraffazione è quasi sempre sintomo di un profondo malessere interiore. In questi casi, come in quello del capotreno che avevo davanti, la frustrazione si trasforma allora in un bieco esercizio di potere consentito dal proprio ruolo. I nazismi nascono sempre così. Dopo aver virtualmente lucidato le stellette di latta delle sue mostrine, il capotreno dice che senza il visto della Accettazione Clienti non può farmi salire. L’Accettazione Clienti è al piano superiore e non ho tempo per andare e tornare. Un’altra passeggera, al mio fianco, è nella stessa identica situazione. Tentiamo di spiegargli. Il nostro treno ha quaranta minuti di ritardo! Quello successivo arriva dopo altri quaranta! Sono le dieci di sera passate! Questo treno è identico al nostro! Ed è… vuoto! Niente da fare: niente visto, niente treno. Già rassegnato, mi gioco anche la carta dell’orgoglio: non vorrà dirci che un capotreno ha meno potere di uno scribacchino qualunque dell’amministrazione? E’ inflessibile: sono le regole, mi dice. Le regole… (tre puntini più significativi dei precedenti). Vede la mia stanchezza. Vede il valigione dietro di me. Vede tutto. Ma non può vedere la propria inutilità in questo gigantesco Disegno. E’ un poveretto, continuo a dirmi per spegnere l’incendio che divampa. La mia umana compassione, però, stavolta non è sufficiente per assolverlo. Io DEVO salire su quel treno! Un’altra parte di me sta prendendo il sopravvento: l’istinto è quello di spintonarlo e salire quei due maledetti gradini! Prima di allontanarmi, gli sibilo che solo quando questo Paese salterà davvero in aria – spero il prima possibile – riscopriremo forse di essere una comunità! Camminando verso le scale, mi accorgo di come quello che gli avevo appena detto, in fondo, altro non fosse che una delle tante, possibili chiavi di lettura del libro: solo un trauma di proporzioni sistemiche potrà forse ripristinare gli equilibri civili che abbiamo smarrito. Torno in superficie. Qui trovo fortunatamente la nemesi del capotreno precedente: un suo collega capisce la situazione e si fa in quattro per me. Fregandosene dei protocolli e mettendo anzi la sua esperienza a mia disposizione, mi consiglia quale treno prendere.

Con solo mezz’ora di ritardo, rientro a casa. Mia moglie e mia figlia dormono. Nel giro di dieci minuti, pure io.

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9 risposte a “Ritratti

  1. Se eravate in venti, anziché in due, il capotreno avreste potuto spianarlo.

    Non un inno alla violenza, questo mio commento, ma una riflessione: finché siamo isole, è già tanto se la corrente non ci porta via; se riuscissimo finalmente a unirci più che in una rete virtuale, avremmo molte più possibilità; se non di cambiare il mondo, almeno di sopravvivere (degnamente) alla banda di alienati che abbiamo attorno.

    E anche a cambiarlo, perché no? Basta che l’1% della popolazione mondiale si metta a pensare E AD AGIRE diversamente e insieme, e le c ose inizieranno davvero a cambiare. Mica male come sogno, no?

  2. Ciao Andrea! Complimenti ed in bocca al lupo per il nuovo libro! come Einstein diceva “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.” e tu ne stai regalando un esempio! Grazie!

  3. ciao Andrea…non c’è che dire, è un bel quadretto della schizofrenia che aleggia nel nostro vivere quotidiano, ma per fortuna, come anche da te testimoniato, in mezzo a tanto caos si incontrano isole felici, che col passare del tempo conquisteranno altro terreno divenendo penisole e poi chissà, forse in un futuro interi continenti…un saluto

  4. Bellissimo il tuo racconto!
    Belle le tue riflessioni sulla “ragazza” e sulla “commessa”……
    Il personaggio più triste: il capotreno…….dura resistere e non spintonarlo per salire sul treno!!!!! Hai detto giusto, non sappiamo più essere una comunità, siamo singoli tristissimi individui impauriti che considerano il prossimo come un nemico e non ne sono neanche consapevoli!
    Leggerò presto il tuo nuovo libro e spero un giorno di poterti stringere la mano anch’io 🙂

    • Sì… il capotreno ero indeciso se metterlo. Ma occorre essere onesti con noi stessi: la figura del capotreno domina quotidianamente la nostra vita. Ometterlo non sarebbe stato corretto. Ciao!
      PS. Se leggi il libro e se lo vorrai, in questa pagina puoi lasciare un commento o una recensione.

  5. Grazie Andrea dell’opportunità che hai dato a me e a Roberta di scambiare 15 minuti di parole con te. Dico parole, non chiacchiere. Perché le parole trasmettono emozioni e sentimenti e noi siamo tornati a casa sentendoci, per la verità senza averne alcun titolo per il momento, parte di un progetto comune. Mi rimbalza sempre nella testa uno dei tuoi aforismi capitali, fare ciò che si è contrapposto all’essere ciò che si fa. Ecco, la tua credibilità, che immediatamente abbiamo percepito, sta tutta qui, tu sei proprio così, vivi basso e pensi alto e quindi lo fai, lo pratichi e (sembra) ti diverti pure…

    • “Senza alcun titolo”???? Bè, sì… in un commento bello e intenso come il tuo, una battuta così esilarante ci può stare in effetti! 😉 Ma chi ce li dà oggi i titoli, se non… noi stessi? Ciao, a presto

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