Le domande giuste

Accendo la radio. E’ una mattina livida di primavera, piovosa e pesante come la mia stanchezza. In coda sulla Salaria. Figuriamoci. Occasione quotidiana di osservazione, riflessione, elaborazione di pensieri difficili, nodosi, attorcigliati. Convalescenti creature quasi rassegnate alla malattia. Siamo protetti. Tutti. Io e gli altri miei simili. Incapsulati, distratti, concentratissimi nell’altrove quotidiano e salvifico che ci astrae lentamente dal nostro centro autentico. Obbedienti.

Una donna parla alla radio. Battaglie civili. Per la liberazione, per il progresso, per la parità, per le possibilità. Pari e patta con le opportunità. Così siamo uguali agli uomini e non ci sono differenze. Finalmente. Che grandi conquiste.

Non sono in vena di punti esclamativi stamattina. Neppure a pensarli. A scriverli, poi, non escono. Eppure ce ne vorrebbero un paio, a voler essere ossequiosi e giusti. Posso essere al massimo uno stile frammentato, poco coeso, paratattico, poverissimo, metronomico. Poco fluido, lo so. C’è poca fantasia, ma un ordine quasi militare nella mia mente. I soldati dispersi si ritrovano e si inquadrano docili, uno ad uno e mi fanno una chiarezza che mi sembra quasi inutile, inaspettata, intrusa. Un po’ dolorosa. Maledettamente in ritardo. Di anni.

Cosa chiedete? Quello che è giusto e rispettoso delle donne: più nidi per permettere loro di andare a lavorare e più aiuti per comprare le cose necessarie: latte e pannolini. Che battaglie sacrosante. Che richieste naturali, semplici, ovvie. La donna che parla è contenta. Ci sono stati risultati e le cose stanno cambiando. Non è forse giusto rivendicare il diritto di andare a lavorare e così avere la possibilità di esprimersi e realizzarsi pienamente? Non è forse importante aiutare le donne a comprare latte e pannolini? Ma come? L’ho desiderato per anni, quando i miei figli erano piccoli. Cosa c’è che non va, adesso? Cosa non convince? Cosa è maledettamente fuori posto?

Forse mi dà un po’ fastidio che dovrei essere contenta e non lo sono, forse che la donna che parla è soddisfatta, forse il pensiero insidioso che per anni abbiamo chiesto le cose sbagliate. Siamo sicuri che fossero i nidi a dover essere pretesi? Sicuri di voler mendicare soldi per il latte artificiale e per pannolini da buttare a ritmo costante? Sicuri che sia una conquista quel lavoro precario o quello che non ci piace o quello che ci serve a pagare cose di cui non abbiamo davvero bisogno?

Se avessimo per anni fatto le domande sbagliate? Se quelle richieste fossero state solo formate perché i nostri desideri, anche quelli, sono stati e continuano ad essere fatalmente condizionati da un modo di vivere che non ci appartiene?

Se avessimo invece fatto altre richieste… Se fossimo andati a ritroso nei nostri bisogni e desideri…

Se per esempio una richiesta fosse stata: abbiamo bisogno di aiuto per poter restare a casa con i nostri piccoli finché loro hanno bisogno di noi e noi di loro, senza abbandonarli quotidianamente ad estranei, tra nidi, asili, baby sitter e strutture apposite. Se avessimo ribadito che questo è giusto finché è necessario, finché è naturale, finché non è abbastanza. E se ci fossimo battuti per questo… Se avessimo chiesto aiuto per poter fare il lavoro che desideriamo fare senza rinunciare a ciò che è giusto per noi: allevare i nostri bambini personalmente. Se ci fossimo categoricamente rifiutati di usare latte artificiale se non in casi rarissimi. Se avessimo chiesto, invece, di essere aiutati a formare reti di mutua assistenza per la circolazione e la donazione del latte naturale senza impunemente sottrarlo alle madri di altre specie come questa fosse la cosa più normale del mondo. Se, invece che i soldi per i pannolini, tra i rifiuti più inquinanti al mondo, avessimo chiesto piuttosto il tempo per poterli lavare o la possibilità di informarci su altri modi esistenti per addirittura farne a meno…

Noi creiamo il sistema di cui siamo prigionieri. E affastelliamo desideri e bisogni uno sull’altro, l’uno dipendente da quello che lo precede e che lo sostiene. Come su una montagna sulla quale saliamo a fatica. Ma dalla quale ormai è difficilissimo scendere e non sappiamo se saranno peggiori i crampi della salita o il rischio di rovinare a valle se provassimo a scendere, a tornare indietro.

Già fermarsi, però, e osservare, finalmente vedere, è un punto dal quale possiamo iniziare a riformulare almeno tutte le domande. Quelle giuste.

Hand

8 risposte a “Le domande giuste

  1. Bellissimo articolo, Marica. Ti/vi seguo da un po’, e ritrovo nei vostri contenuti e articoli tante cose che a mia volta ho pensato (in maniera più confusa di come voi li esprimete) e che sto cercando di mettere in pratica nella mia vita. Mi sono permessa di segnalare questo pezzo in una comunità di Blogger che si chiama #adotta1blogger. Spero non ti dispiaccia e che tu non mi “scomunichi” per questo.

  2. Hanno fatto di tutto per arrivare a… farci vergognare di stare bene. E, quel che è peggio, molto spesso ci sono riusciti.

    Sono orgoglioso di avervi al mio fianco in questo cammino, Marìca, Enrico e, sebbene più nascosti, Cristiana e Alberto. Ancora oggi, non passa giorno in cui non mi chieda se ciò che sto facendo (compreso soprattutto ciò che non si vede) sia sensato o sia solo il frutto di una mia distorta percezione del mondo. Se non mi facessi questa domanda, non mi sentirei a mio agio con le mie (preziosissime) incertezze. Le vostre presenze sono essenziali per aiutarmi a trovare periodicamente la risposta. Per questo, ci tenevo a farvi – stavolta pubblicamente – questo ringraziamento.

  3. Meravigliosa Marica, come sempre!
    @Alessio, la citazione di Terzani mi piace tantissimo. L’altro giorno parlavo con una persona proprio del “tempo che ci manca” per noi stessi. A un certo punto, riferendomi a una terza persona, dico: “Lavora così tanto che quasi non respira”.
    Così la persona davanti a me, risponde: “Eh ma deve farlo per forza, se no come campa?”.
    E lì penso che ci manca anche il tempo per riflettere. Cioè, io non ho bacchette magiche e mica ho capito tutto. Però mi pare che i nostri (pre)supposti (il)logici siano dei CHIODI CONGELATI NEL GHIACCIO.
    E’ come se cominciassimo a leggere libri saltando i primi capitoli e partendo da una pagina a caso.
    Ecco, quello che saltiamo è proprio il ragionamento, è il pensiero, è la consapevolezza del percepito, è l’ascoltare noi stessi, è una sorta di SENSO (del viaggio).

    • Ciao Enrico,
      concordo con te. I presupposti sono scolpiti nella pietra e guai a metterli in discussione…. anzi oggi più che mai si impone la logica del pensiero unico in ogni campo.
      Salvo poi trascorrere delle vite frenetiche perdendosi il gusto del viaggio, non essendo ricettivi verso le piccole cose perché impegnati in altro di “più importante” o a conformarsi ad ideali e convenzioni sociali.

      Per quanto vedo e vivo sulla pelle (spero di riuscire a farne tesoro), avremmo molto da imparare dai bambini piccoli (3 anni): non molto interessati a oggetti o vestiti, ma vogliono la tua presenza perché quello che conta è vivere il tempo insieme, essere centrati nel momento presente.

      Quanti condizionamenti abbiamo subito e a nostra volta buttiamo sui nostri figli per trasformarli in macchine produttrici-consumatrici?

  4. Bello!
    Parli di consapevolezza, di lucidità, di andare al centro delle cose e dei bisogni invece che puntare sui palliativi (inventati da altri ma diventati la normalità).
    Forse quello che manca oggi è questo: fermarsi a guardare cosa stiamo facendo e cercare di capire le motivazioni che ci spingono a farlo… credo che in molti casi la risposta, se sincera, potrebbe far male.
    La speranza è che, fatta la domanda giusta, si abbia anche la possibilità di rimettersi in gioco.

    Cito questo pezzo di Tiziano Terzani da ”Un altro giro di giostra”:
    * Ormai nessuno ha più tempo per nulla.
    Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi.
    Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia, e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle. *

    • Sì, anche le ragioni della nostra infelicità sono confezionate e offerte già pronte per tutti. Non siamo felici perché non abbiamo abbastanza soldi. Oppure perché non abbiamo quello che ha il nostro vicino. O non siamo abbastanza belli. Addirittura perché non possediamo quella macchina che ci piazzerebbe un po’ più su rispetto ai nostri conoscenti. O non siamo abbastanza magri. O non possediamo una casa più grande. O le nostre vacanze sono state più vicino di quelle del mio collega. Che vergogna solo pensare all’umiliazione. Che figura. Che delusione. Che tristezza. E il desiderio di rivincita cresce. Se solo potessi. Se solo avessi. Se solo avessi più tempo… Ma poi quando il tempo c’è si è costretti a pensare.
      Conosco persone che corrono perché quando si fermano perdono d’improvviso l’equilibrio. Come quelle trottole di metallo colorato di quando eravamo bambini. Così belle in velocità.
      Chiedersi se si è felici non è per tutti. Bisogna accettare di cadere e farsi male. Senza neppure la garanzia che ci si riesca a rialzare.

    • Piccolo consiglio psico-metodologico-operativo: potrebbe essere utile smetterla, se ci riusciamo, di tirare per la giacchetta la felicità e il come raggiungerla.
      Per quel che mi riguarda, ne ho ad esempio troppo rispetto per illudermi di poterne codificare il significato e, a maggio ragione, il raggiungimento. Che, comunque, varia sempre da persona a persona.
      Nei miei corsi non ne parlo mai (la sostituisco con la parola contentezza) e sfido chiunque a trovare nei miei libri qualche regoletta (che purtroppo vedo invece molto spesso svenduta nei “mercatini dell’usato” che si trovano in giro…) che pretenda di insegnare come ottenerla. Molto spesso, chi pretende di insegnarvi come raggiungere la felicità è perché vorrebbe raggiungerla l*i per prim*.
      Ac-contenti-amoci di essere contenti: è già moltissimo…

      • Riflettevo, Andrea, a questo proposito proprio qualche giorno fa con una mia amica carissima. Pensiamo di essere felici se. C’è sempre un se. E c’è sempre un tempo. Di solito passato o futuro. Mai presente. In quel passato siamo stati sicuramente felici. Ma lo sappiamo adesso, non lo sapevamo prima. Come se la consapevolezza dello stato di felicità fosse solo possibile in differita. E quella consapevolezza c’è spesso solo perché abbiamo perso quelle condizioni che credevamo ce l’assicurassero. Se le riavessimo indietro, però, quelle stesse condizioni, ci mancherebbe ancora qualcosa per considerarci felici. Dunque, ho l’impressione che se ne parli più che altro per comodità. Per capirci. Si tratta di un’idea imperfetta il cui solo senso, forse, è quello di non esserci. Se per ipotesi si realizzassero in un istante tutti i nostri desideri e bisogni non saremmo felici che per un momento. L’attimo dopo torneremmo infelici per la paura di perderla.
        Contentezza è bello.

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