Impermanenza

Io vi vedo. Vi vedo tutti. Sono ormai quattro anni che LLHT vive. C’è stato un episodio, in mezzo. Un fatto importante. Un evento che ha sancito l’assolutezza del messaggio contenuto nel blog. Uno spartiacque. C’è stato il prima e c’è stato il dopo. Quando lo spartiacque è così netto, così assoluto e così tagliente, tra il prima e il dopo non c’è alcun durante.

Qualcuno lo ha propriamente definito salto archetipico. Io, più semplicemente, preferisco chiamarlo cambiamento. La purezza di questa parola, quando è incontaminata dagli opportunismi, fa invidia al diamante. Perché cambiare significa riscoprirsi più completi di come ci avevano fatto credere che fossimo. Alleggeriti di tutte le maschere, le zavorre e le convenzioni con cui ci avevano frastornato. Sfacciatamente esuberanti, al cospetto alle montagne di tempo che improvvisamente ci si stagliano davanti. A quale vetta puntare? Quale orizzonte violare? Siamo noi a scegliere, adesso.

In questi quattro anni sono cambiato. Ho sperimentato la più dolce e al tempo stesso la più severa delle educatrici: l’impermanenza. Ho vissuto l’ebbrezza del divenire. Preclusa a chi, timbrando ogni giorno un cartellino, certifica la mortificante subordinazione a un odioso presente, disegnato e designato per l*i da altri. Un presente distante, mai realmente… presente. Un presente che – se si ha almeno la fortuna di riuscire a distinguerne i contorni – può al massimo fare da sfondo alle nostre vite. Ma, poiché molto spesso non lo si avverte nemmeno, diventa solo un drappo antropomorfo e soffocante.

E voi? Voi siete diventati numerosi. Circa settemila, dicono le statistiche. Devo innanzitutto ringraziarvi. Ma devo anche rivelarvi una spiacevole verità, a suo modo divertente: così come io non posso più barare con voi, voi non riuscite più a barare con me. Non più, mi spiace. Qualcuno – per sua fortuna – non ha più bisogno di farlo. Perché, nel frattempo, ha deciso anche l*i di sfiorare quell’ebbrezza. L’ha abbracciata. L’ha fatta sua. E ha spiccato il volo. Ogni tanto ci incrociamo, lassù in aria: la pattuglia acrobatica della possibilità. Incrociamo i nostri sguardi alla prima occasione, magari durante un convegno. Molto spesso non c’è nemmeno bisogno di parlarsi, per riconoscersi. Basta un angolo della bocca arricciato al momento giusto, uno sguardo di reciproca approvazione, un silenzio ben piazzato…

Ho imparato a percepire la chimica dell’aula, come direbbero i formatori che hanno anche qualche diploma appeso alla parete del loro studio. Ho conosciuto la diffidenza di alcuni gruppi e l’ammirazione di tanti altri. Sentimenti opposti, ma per fortuna continuamente mutevoli. Sono diventato bravissimo a distinguere, nei vostri occhi, la luce della determinazione dall’opacità della rassegnazione, con tutti i rispettivi orpelli retorici: domande imperiose nel primo caso, tendenziose nel secondo. E’ tutto previsto e codificato, ormai. In parte mi dispiace anche un po’, perché ho smarrito il gusto della scoperta. Ma è però molto responsabilizzante, perché si vestono finalmente i panni della testimonianza. E questo dà un Significato nuovo, fondante.

Ma come ho detto, non si bara più. E mi rivolgo qui a quei tanti che vengono qui per curiosare, carpire, attingere. Mi basta il disclaimer del vostro profilo Twitter per riconoscervi, ormai: ci metto meno di due secondi. Arrivate qui, armati di luminol, lametta e bustina, per raschiare un po’ della patinatura dorata di superficie, portarla a casa, studiarla, riprodurla. Vi do però una brutta notizia: siete inoffensivi. Portate pure via quello che volete. Perché ciò che veramente vi servirebbe – seconda brutta notizia – non è replicabile.

In qualche caso vi siete persino fatti avanti. Ho apprezzato la vostra intraprendenza. E l’ho quindi assecondata. Ma, a mia volta, l’ho anche studiata. E ho visto che siete tutti identici. Siete come quelli che incidono firma e data sul basamento dei monumenti, o quelli che si portano a casa un sassolino dal sito archeologico. Fate pure, se la cosa vi fa piacere. Ma sappiate che vi vedo. E soprattutto vi compatisco, febbrilmente barricati nelle vostre prigioni di comfort, inconsciamente predestinati ad appendere un nuovo geranio alle sbarre della vostra cella, mentre impreziosite la vostra presentazione in PowerPoint con una slide in più, un concetto inesplorato, una citazione particolarmente evocativa…

Fate pure. Inchiodatevi a quello che siete. Un po’ più compiaciuti, forse. Ma sempre, irrimediabilmente, laggiù. Al vostro prevedibilissimo mondo di compromessi ho detto sonoramente NO due anni fa: per questo siete leggibilissimi, mentre vi illudete di rendere meno feroce la prigionia, semplicemente proiettando la vostra inerzia – o, peggio, una presunta astuzia – sull’esperienza di chi, invece, ha scelto di provarci. Fatevene una ragione: più vi ostinate a fare senza essere e più vi rivelerete permanenti.

– – –

[Questo post, scritto il 6 luglio e pianificato per oggi, è uscito in automatico]