Chi ha paura di salvare il mondo?

La tua libertà comincia dove finisce la libertà di qualcun altro. Però se la mia macchina comincia dove finisce quella dell’altro… CI SIAM TAMPONATI!

A. Bergonzoni

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Lo scorso 25 marzo, a nome della bravissima Concita De Gregorio, esce su Repubblica l’articolo Vegani, vegetariani, onnivori.

Si penserà che io voglia entrare nel merito della storia di cui si parla nel pezzo o dell’opportunità di essere vegani o vegetariani. Niente affatto. Ho forse una mia opinione al riguardo ma non so neppure come realmente siano andati i fatti e quindi non lo farò. Le parole che mi colpiscono sono quelle finali:

Posso fare la mia vita senza sensibilizzare, educare, inculcare qualcosa per il bene di qualcuno e lasciare che gli altri facciano altrettanto?

Queste sono parole sensatissime che rimandano alla parola “libertà”, “rispetto” ed “equilibrio”. Pertanto, sono del tutto condivisibili a una prima lettura. In questo caso, visto l’argomento, temo che la domanda, solo apparentemente retorica, sia rivolta proprio a chi, da convinto sostenitore di uno stile di vita vegan, imporrebbe la sua visione di come vanno le cose a chi lo circonda. Ancora una volta, però, non entrerò nel merito e non farò cenno alla questione vegan sì/vegan no con tutto quello che ne consegue.

Proprio in questi ultimi giorni, magari sarà un’inspiegabile coincidenza, mi sono imbattuta in una serie di persone, direttamente o no, che mi fanno notare quanto non abbiano la pretesa di cambiare il mondo, di insegnare qualcosa a chicchessia, di sensibilizzare, di educare e, tanto meno, di inculcare il benché minimo principio a qualcuno. Ho sempre sentito un certo strano scombussolio di pensieri alle parole “non voglio mica cambiare il mondo!”. Perché, tra l’altro, lo sento affermare da persone di tutte le visioni possibili, ma in particolare da chi pensavo che, invece, una certa folle, assurda e anacronistica velleità di cambiare qualcosa ce l’avesse.

Come mai, mi chiedo, questa resa? La cosa mi stupisce molto. Eppure sono sicura di non aver mai brillato di quel sano e inguaribile ottimismo che contraddistingue molti seguaci dell’odierno pensieropositivosempreecomunque. Tra l’altro, la parola “inguaribile” mi ha sempre molto rattristato e non la userei che per quei rarissimi casi senza speranza. Dunque, come mai si tiene così tanto a rimarcare quella volontà che suona come una sorta di rassicurazione tranquillizzante per tutti, come una clausola di eventuale correzione nel caso ci si fosse allargati un po’ troppo a sognare e che limiti i nostri pensieri troppo grandi per essere accettati? O, forse, lo si dice ad evitare qualche rischio di derisione, a proteggersi dal passare un po’ per ingenui, stupidotti, buoni solo a parlare o, peggio, idealisti. “Al massimo posso cambiare me stesso”, sento dire. Ma se cambiare se stessi si percepisce come differente da cambiare il mondo manca quella connessione necessaria che ci rende consapevoli che le due cose coincidano. Manca quel legame da cui non possiamo prescindere e che ci unisce agli altri, volenti o nolenti, e alla Terra.

A cambiare il mondo, quindi, non ci crediamo nemmeno noi. Perché se devo usare questo motto come una excusatio non petita e credo davvero in quello che dico, mi chiedo come mai ci si alzi la mattina e si decida di provare a porsi delle domande che avevamo evitato di porci prima. Come mai si cerchi, magari anche timidamente e con un po’ di paura, di provare a dare delle risposte. Come mai si lavori ogni giorno verso una direzione contraria a quella che sembra aver preso la maggior parte delle persone. Come mai si cerchi di realizzare il proprio sogno senza trascurare il benessere e la salute degli altri e del nostro pianeta. Non solo il nostro. Come mai tentiamo di diffondere (non di inculcare o convincere con la forza) quel poco che abbiamo visto e che vorremmo che anche gli altri sapessero. Non perché facciano scelte uguali alle nostre, ma perché possano fare le loro in modo consapevole.

Pensare che non abbiamo niente da insegnare a nessuno è, secondo me, profondamente sbagliato. Significherebbe, in sostanza e allo stesso modo, che non abbiamo niente da imparare da nessuno. Cosa piuttosto strana, non solo perché sappiamo non essere vera, ma perché è la via più breve e più sicura per arrivare a un isolamento inutile e pericoloso. Se vogliamo parlare, appunto, di cambiare il mondo. E’ talmente chiaro da risultare imbarazzante che noi non siamo in grado di farlo. Non lo siamo perché da soli è impossibile, certo. E’ insieme agli altri che ci si può pensare. Esiste una mente comune, una direzione, un’energia convergente che nasce dall’informazione dei sogni, dallo scambio di “follie” e di “ingenuità”, dalla condivisione dei punti di vista e delle nostre micromacroscoperte da confrontare. E’ tutto questo che diventa catalizzatore insospettabile di altri focolai di idee critiche, contrarie e piene di semi che, come le famose palline di argilla di Fukuoka, potrebbero essere pronte a schiudersi al momento giusto e nel posto giusto con conseguenze e ricadute positive per tutti.

Non dobbiamo scusarci se vogliamo sensibilizzare, educare, informare, diffondere, far circolare idee, sentimenti e visioni. Non dobbiamo scusarci se vogliamo cambiare il mondo. Cambiare il mondo non è troppo grande per noi, inutile o impossibile. L’essere umano può fare qualunque cosa se riesce a pensarsi individuo e al contempo parte di una società “tutta”, fatta di esseri umani, animali, piante e minerali con lo stesso, identico, obiettivo. Se iniziassimo a pensarci “io” dentro un immenso “noi”, sarebbe possibile, eccome, cambiare il mondo! Avere paura di dichiararlo o rivendicare il diritto di non essere contaminati da ciò che gli altri potrebbero aver capito prima di noi ci fa restare sicuramente più tranquilli e in santa pace ma anche sordi, limitati e infinitamente più deboli.

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