Ivan Illich: l’anticonformista conviviale

Ivan Illich

Ivan Illich

La stagione autunno-inverno della Moda Intellettuale 2012 propone Ivan Illich. Esattamente come quello del “fashion”, anche il campo della Cultura è infatti soggetto alle… tendenze! Questo libero pensatore contemporaneo, nato a Vienna il 4 settembre del 1926 e scomparso a Brema il 2 dicembre del 2002, sta diventando l’oggetto di una profonda, rinnovata curiosità intellettuale. Come spesso capita ai grandi anticipatori, infatti, il valore della loro opera viene pienamente accreditato solo quando le loro intuizioni profetiche trovano riscontro nella realtà, cosa che di solito avviene con anni o – come nel caso di Illich – decenni di ritardo.

In questo senso, Ivan Illich testimonia perfettamente come il periodo di “latenza” del Pensiero sia direttamente proporzionale al suo tasso di “discontinuità” rispetto al presente: più sei “avanti” e anticonformista – diremmo oggi – più dovrai attendere per vedere le tue tesi comprese e, eventualmente, riconosciute.

Non potendo sottrarsi a questa legge, Illich – che fondamentalmente si autodefinisce un teorico della convivialità, nonché “storico della percezione umana” attraverso i secoli – percorre un’esistenza itinerante e ricca di stimoli, che lo porta ad acquisire conoscenze nei campi più disparati, a parlare correntemente una decina di lingue e ad applicare il suo pensiero destrutturante alle principali discipline umane: sociologia, medicina, storia medioevale, economia, filosofia e teologia, per citare le… principali. L’ordinazione sacerdotale ricevuta a Roma nel 1951 non gli restringe il campo d’azione, che anzi – da vicerettore dell’Università di Puerto Rico prima e, successivamente, fondatore del CIDOC (Centro Intercultural de Documentaciòn messicano, finalizzato alla formazione del personale ecclesiastico per le missioni sudamericane) – si estenderà all’attuazione di forme di divulgazione talmente poco ortodosse, da indurre la Chiesa a prenderne gradualmente le distanze, relegandone il messaggio al cosiddetto filone dell'”anarchismo cristiano”.

Come tutti i giganti del pensiero, che con spietata lucidità mettono radicalmente in discussione le falle della propria epoca, Ivan Illich trova ben pochi seguaci quando, principalmente a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, lancia per esempio la sua condanna ad un apparato sanitario che non cura, ma somministra farmaci (“Nemesi medica”), o quando distrugge i presupposti della moderna scolarizzazione, divenuta incapace di distinguere tra istruzione e apprendimento, proponendosi così come veicolo esclusivo per la fabbricazione di servi (“Descolarizzare la società”), o quando capovolge la concezione di valori ritenuti assoluti, quali il “lavoro” e il “libero mercato”, rimpiazzandoli con il diritto dell’Uomo a dedicarsi ad attività da lui definite “vernacolari”, cioè utili per sè o tutt’al più per una comunità ristretta (“Disoccupazione creativa” e “Lavoro ombra”).

Le sue posizioni estreme ed anticonformiste gli guadagnano anzi le simpatie del movimentismo antagonista dell’epoca, del tutto incurante, però, della radicalità dei suoi postulati, indirizzati ben oltre l’immanente contingenza di una fase storica socialmente così inquieta. Come argomenta saggiamente Franco La Cecla nella prefazione di “Conversazioni con Ivan Illich”, una delle forme più sottili di marginalizzazione di un pensiero è quella di ascriverlo a un filone. L’opera di Ivan Illich è trasversale, sfuggente, avulsa da opportunistici restringimenti di campo e – come tale – la sua diagnosi esprime il pieno potenziale solo se letta su un orizzonte storico sufficientemente ampio da screditare ogni forma di condizionamento ideologico.

Non deve quindi stupire se, oggi, la sua ruvida invettiva trova un numero sempre crescente di ammiratori, proprio nel campo di quelle discipline sociali che vedono nella critica all’attuale modello di sviluppo l’elemento cardine dei propri assiomi.

Nella società moderna i bisogni sono frazionati. Non possono essere affrontati individualmente, ma necessitano di un “consiglio professionale” che ti indichi in cosa consiste la soddisfazione di un bisogno che non sperimenti. I bisogni vengono così intensivamente trasformati in “conoscenza di fabbisogni”. Il medico fa una diagnosi della tua malattia, ma non prescrive ciò di cui tu hai bisogno […], ordina, piuttosto, ciò che è richiesto da quella malattia. I bisogni stanno rapidamente scomparendo dalla società. Dalla fine degli anni Ottanta sono stati sostituiti dai fabbisogni.

Fabbisogni che – aggiungo – verranno poi sapientemente regolamentati da un sofisticato sistema di “accudimento sociale” degli individui, accuratamente programmato affinché transiti per il libero mercato, per le sue merci e per i suoi scambi. Questo è solo un assaggio della sconcertante attualità di Ivan Illich! Il quale, nell’articolo “Energia ed equità”, apparso su Le Monde nel 1973, in tema di crisi energetica (espressione, all’epoca, del tutto inafferrabile, in quanto… pressoché sconosciuta!), si spinge ad affermare che

[…] gli indirizzi di politica energetica che verranno adottati nel decennio in corso determineranno la portata e il carat­tere delle relazioni sociali che una società potrà avere nel­l’anno 2000. Una politica di bassi consumi di energia permette un’ampia scelta di stili di vita e di culture. Se invece una società opta per un elevato consumo di ener­gia, le sue relazioni sociali non potranno che essere deter­minate dalla tecnocrazia e saranno degradanti comunque vengano etichettate, capitaliste o socialiste.

Avete letto bene? Volete rileggere, contestualizzando? In ogni caso, tenete presente che questo “titano” è stato ghettizzato per trent’anni! Per finire, ricordo che in Italia, purtroppo, gran parte della sua opera non è mai stata tradotta, proprio a causa dello scetticismo che, nella seconda metà del secolo scorso, impermeabilizzava i suoi scritti e che, conseguentemente, induceva le case editrici a trattarlo con sprezzante sufficienza. Ho comunque trovato un preziosissimo sito internet (http://www.altraofficina.it/ivanillich/) che, con ammirevole e meticolosa dedizione, si occupa della promozione culturale del grande pensatore e della divulgazione delle sue opere.