Il significato dell’equità

A volte, è solo una questione di coincidenze a mettere in moto le cose.

Capita così che, meno di una settimana dopo aver letto la sintesi che offre Bauman dell’illuminante, potentissimo studio di Wilkinson e Pickett sulla relazione esistente tra la disuguaglianza distributiva del reddito e il benessere sociale, il giorno in cui quindi acquisti “La misura dell’anima“, il giorno stesso in cui ne scopri la presentazione addentrandoti nel sito dell’incredibile Italy Equality Group (affiliato all’associazione internazionale The Equality Trust), ricco di contenuti e rivelazioni, quello stesso giorno – dicevo – ti capita anche di imbatterti in un articolo del Sole24Ore (“Tassare di più i ricchi non serve contro la crisi“), in cui si afferma quanto segue:

  1. Quasi tutti i governi, dovendo aumentare le entrate fiscali, pensano di tassare i più ricchi. La stessa Tobin-tax viene giustificata perché, colpendo le transazioni finanziarie, colpirebbe selettivamente i ricchi.
  2. […] e comunque i ricchi quel che non consumano lo risparmiano e lo reinvestono per proteggere e far rendere il capitale.
  3. Qualunque sia l’opinione riguardo alla connessione fra disuguaglianza e crisi, […] è necessario riconoscere che neanche le politiche redistributive sono gratis: redistribuire costa perché occorre un’apposita burocrazia, […] costa perché quando lo Stato interviene nella distribuzione della ricchezza, quelli da cui si preleva sono scoraggiati e quelli a cui si dà non sono incoraggiati a cercare di produrre maggior reddito. Non c’è una torta data, da redistribuire; in generale, le politiche redistributive riducono la dimensione della torta.
  4. Finché uno pensa di potere col tempo diventare più ricco, il sistema va; se invece l’ascensore sociale si blocca, se ad esempio solo ai figli dei ricchi è concesso l’accesso alle scuole migliori – il motore più potente della mobilità sociale – il sistema non funziona più.

Queste parole non provengono da Carcarlo Pravettoni, il grottesco personaggio creato da Paolo Hendel, ma sono le idee (serissime, sebbene non suffragate da alcuna evidenza) di Natale d’Amico e di Franco Debenedetti, due giornalisti del quotidiano di Confindustria, bibbia degli economisti e opinion-leader del tessuto produttivo italiano. Qualche anno fa, di fronte ad una simile “analisi”, sarei rabbrividito. Oggi invece, con le prospettive che il nostro Paese si trova innanzi, non avverto alcun brivido: sono anzi caldissimamente incavolato!

2001-12-31-dec-gap-tween-rich-and-poor-550

“Interesting: the gap between rich and poor is not as great as we thought…”

Ora, non è mia intenzione anticipare qui, sul “mansuetissimo” LLHT, assolutamente nulla delle sensazionali (e documentatissime) teorie dei due autori della ricerca (delle quali trovate tutto sulle pagine italiane di The Equality Trust, oppure – se avete meno tempo – un’efficace sintesi nell’abstract del loro libro). Vorrei invece limitarmi a replicare – una ad una – alle aberranti considerazioni di Natale e Franco. Ma senza documentazione sottomano, stavolta (come invece sarebbe mia abitudine): affidandomi soltanto, proprio come hanno fatto loro, alla incrollabile fiducia nelle proprie idee e a un personalissimo, presunto buon senso.

  1. Questo “statement”, in quanto tautologico, è di fatto inattaccabile. Viene però introdotto ad arte dai due “giornalisti” per anticipare la presunta risibilità/inutilità di tale soluzione. Andiamo oltre…
  2. Questa affermazione è così pateticamente ideologica, da farmi quasi vergognare nel confutarla! Sembra un pensierino scritto da un bambino di terza elementare. Ma hanno mai sentito parlare, i due “giornalisti”, dei concetti di profitto, accumulo, concorrenza sleale? Si sono mai chiesti come mai negli USA, negli anni precedenti la crisi, circa il 40% degli utili da impresa provenivano da attività di trading? La speculazione finanziaria, in base alla loro saggezza liberista, davvero “protegge e fa rendere il capitale”? O serve invece solo per rincorrere facili guadagni? Ma per piacere…!
  3. Anche qui verrebbe da ridere, se non ci si dovesse subito alterare per la pochezza delle loro argomentazioni: che il costo delle politiche redistributive sia “la maggiore burocrazia” fa pensare che i due giocherelloni non abbiano mai messo piede dentro una SAUB…! Che il costo dell’equità distributiva sia per loro lo “scoraggiamento” dei ricchi e dei poveri nella creazione di nuova ricchezza, mi induce a credere che i due burloni fossero al bar dell’Università, quando – durante la lezione di microeconomia – veniva spiegata la correlazione tra consumi e reddito! Che poi, infine, mi si venga a dire che, con un minor livello di reddito, “la torta” rischia di rimpicciolirsi… bè, questo è esattamente il messaggio espresso dalla prima metà del nome di questo blog…: quindi, ben venga!
  4. Qui siamo al burlesque! Siamo al dogmatismo assiomatico che si sbriciola già durante la lettura…! Come se l’ipotesi paventata dai due fenomeni non sia già, di fatto, maledettamente incastonata nella realtà italiana. Come se i baronati, le clientele e le corporazioni fossero termini sconosciuti ai due scienziati. Come se – e chiudo il cerchio – il loro approdo alle pagine del quotidiano di Confindustria sia l’inevitabile effetto di un efficientissimo e lubrificatissimo meccanismo sociale che ha nome “meritocrazia”!

Spero di sbagliarmi, ma temo che l’abolizione, nella comunicazione politica, sociale ed economica, del vocabolo “uguaglianza” (sbrigativamente rimpiazzato, negli ultimi vent’anni, dal termine “libertà”, assai più romantico ed evocativo), abbia pericolosamente offuscato, fino a smorzarle, le ultime istanze propedeutiche ad una vera forma di benessere collettivo, alimentando invece una corrente – carsica e, per questo, assai più pericolosa – destinata a sfociare in una nuova, forse silenziosa, ma certamente dirompente rivoluzione di matrice classista.

Vi saluto con le idee (documentate, queste…) dello stesso Richard Wilkinson, nella sua lezione al TED:

7 risposte a “Il significato dell’equità

  1. Ciao Andrea,
    non potrebbe invece essere giusto quel ragionamento? Giusto non per i motivi che adducono loro, ovviamente…ma giusto. Redistribuzione del reddito…il ricco è giusto che dia al povero… e tutto il resto… Però io da un po’ sto cominciando a farmi delle domande che prima non mi facevo… Mi chiedo… ma non è che è proprio questo sistema che favorisce e culla la disuguaglianza sociale? Ma perché chi ha meno deve sperare oppure chiedere o pretendere che chi ha di più debba farsene carico? Davvero chi ha meno vuole questo? Io non credo. Nel migliore dei casi succederà che il ricco sarà felice di aver aiutato e il povero sarà contento che il ricco sia stato generoso. Nel peggiore dei casi invece il ricco si lamenterà perché la sua tavola sarà meno ricca e il povero avrà qualcosa da mangiare ma maledirà lo stesso il ricco che ha più di lui…

    Come la metti la metti, così non va. Forse però perché non è così che si risolve la disuguaglianza. Così la disuguaglianza si alleva, nasce, cresce e prospera. Non solo, ma non ce ne accorgiamo neppure perché diamo per scontato che l’altro abbia più o meno di me. Così nasce la povertà. La povertà in natura non c’è. E’ una nostra invenzione, una nostra scoperta. E se invece di rattoppare la situazione così com’è decidessimo di ritrovare l’origine di quella povertà e combatterla dal momento in cui inizia a germogliare.

    Ti ricordi quell’intervista su quella popolazione tibetana? La ricercatrice aveva chiesto di farle vedere una casa povera. L’uomo risponde: “qui non ci sono case povere. Abbiamo tutti ciò che è necessario”… Ma questo è successo prima, prima del nostro arrivo. Prima che arrivasse la nostra idea di benessere, di consumo, di ricchezza. E quindi di povertà, disuguaglianza, disagio e infelicità…

    Marica

      • Andrò a leggere, grazie Andrea…
        Ho visto la cineteca. Mi fa piacere vedere che c’è Il pianeta verde. Una specie di flash perché dev’essere il film che vidi molti anni fa in un piccolo cinema d’essai a Roma… Mi ricordo che ne rimasi affascinata da una parte ma dall’altra non ci capii molto… D’altra parte si sa che bisogna avere occhi per vedere… Sono contenta di poterlo rivedere con gli occhi di oggi. Lo avevo completamente dimenticato…

  2. l’unica paura per il rimpicciolirsi di quella torta è che purtroppo anche io e la mia famiglia ne stiamo ancora,per ragioni di forza maggiore,mangiando o forse la stiamo tagliando e servendo ad altri,comunque siamo ancora sulla giostra.
    sono comunque daccordo sul fatto che il rientro tra le righe o diminuzione della torta sia l’unica strada.ma qualcuno potrebbe farsi molto male e la nostra societa non è più abituata a reagire con quel “fatalismo” con cui si elaborava il dramma prima del boom economico,e allora cosa succederà ,io credo seriamente,tra qualche MESE?????
    tu cosa ne dici?troppo pessimista il mio pensiero???
    ciao andrea

    • No Morris, non è troppo pessimista. Almeno, non mi sembra. In genere, poi, le persone con tendenza al pessimismo sono anche quelle che ricevono le sorprese più gradite, quando le cose andranno meglio di quanto di sabbero aspettati. Basta saperne godere…!

      Quanto alla tua paura, credo che TUTTI noi occidentali (a parte rarissime eccezioni) stiamo ancora mangiando avidamente quella torta, senza minimamente preoccuparci del fatto che – non dico possa finire – ma almeno sensibilmente ridursi. E’ questo il messaggio di LLHT e di altri “divulgatori” di questa forma di consapevolezza. Anche io sono ancora su quella giostra. Ma sto progressivamente preparandomi all’esaurimento di energia, nel generatore che la fa ruotare. Come minimo, ho raggiunto la convinzione che quella giostra, così finta, con quei colori così stucchevolmente vivaci, quelle musiche ossessivamente ripetitive e metalliche… sia, in un certo senso, diventata noiosa. Da un paio d’anni siamo senza televisione, in casa. Prima di toglierla, la nostra principale paura era di rimpiangerla un minuto dopo. Sai una cosa? Ora l’unico elemento che ci fa ricordare di averla avuta è, una volta all’anno, il bollettino postale del canone RAI, che non si capacita di come esistano persone che possano farne a meno! Questo, per dire che le rinunce – almeno alle cose non indispensabili – possono anche risultare non soltanto “sopportabili”, ma addirittura “piacevoli”.
      Sai cosa ce ne frega a noi, in queste ultime due settimane, di non aver ascoltato una parola del dibattito sulle primarie del Centrosinistra, tra i candidati? Ci sentiamo persone “minori”, per questo? Abbiamo forse meno argomenti, quando usciamo con gli amici? Assolutamente! Credo anzi che ne abbiamo assai di più!

      Non so quando la situazione deflagrerà, se fra qualche mese o qualche anno. Proprio oggi leggevo un articolo in cui si prospettava, per il 2013, non un anno di agitazioni e autunni caldi, ma una lenta, progressiva erosione degli equilibri sociali, specialmente su un piano interpersonale. I cambiamenti di abitudini, che vengono necessariamente indotti dal Declino, provocheranno incomprensioni, isterismi e reazioni inconsulte. Ma questo avverrà prevalentemente su un piano “micro”. Almeno così mi auguro. Per ragioni anagrafiche, non ho mai sentito l’odore della polvere da sparo che si respirava per le strade negli anni Sessanta e Settanta. So cosa questo significhi solo dalla mia conoscenza della storia contemporanea e dai racconti di chi c’era…
      Spero che quell’odore non debba sentirlo più nessuno: qui si parla di cambiamento, non di lotta. Ciao.

  3. ciao andrea
    ti leggo con piacere,e traggo dalle tue opinioni nuovi spunti di riflessione,solitamente la condivisione è al 100% o giù di li ma questa volta un dubbio mi sorge.il punto 3 dove i due dicono che:se togli ai ricchi gli togli stimolo e se dai ai poveri gli togli stimolo,a mio avviso per la maggior parte dei ricchi e dei poveri italiani è veramente così,i nostri ricchi sono per la maggior parte figli della stessa “povera” cultura dei nostri poveri e solo per un caso o per una serie di fortunate coincidenze sono ricchi invece che poveri,ma la pecoronaggine mentale a mio parere accumuna entrambe le fazioni.
    in sintesi non abbiamo dei ricchi che dopo avere messo le mani di nascosto nella marmellata adesso sono pentiti e lavate le mani lasciano i soldi del maltolto sul bancone,e nemmeno poveri che sono felici della loro condizione e……..se solo potesero trovarsi nella situazione dei ricchi non farebbero altrettanto.
    io ho la percezione che almeno l’85 % degli italiani siano così irrimedibilmente avidi e ignoranti.
    potresti darmi qualche chiarimento ulteriore sul tuo punto di vista a riguardo.
    grazie per l’attenzione
    saluti morris

    • Ciao Morris,
      innanzitutto benarrivato su LLHT e grazie della “condivisione al 100%, o giù di lì”…!
      Quanto all’interrogativo che sollevi sul punto 3, se ho capito bene la tua perplessità, credo che non stiamo dicendo cose troppo diverse.

      Il motivo per cui ho trovato ridicola quella affermazione dei due giornalisti non ha nulla a che vedere con quello che tu – giustamente – affermi: l’avidità umana è il fattore scatenante di tutto, sono pienamente d’accordo con te: la cupidigia è il motore primario del comportamento, tutto proteso all’accumulo, che muove il sistema economico occidentale! Questo vale sia per i ricchi che per i poveri. Il motivo del mio accanimento contro le tesi di quei due sta nella presunta foglia di fico della “demotivazione dei ricchi a investire”, che sarebbe indotta da un maggior prelievo fiscale. Se il prelievo fiscale aumenta, tipicamente, si tende ad evadere. Soprattutto in Italia. Non ci si demoralizza semplicemente. Non ho mai visto un imprenditore cadere vittima dei suoi… sentimenti! Concedere l’attenuante dello “scoraggiamento” ai ricchi, in caso di una maggiore pressione fiscale, è una spiegazione troppo semplicistica e in contrasto con la realtà.

      Quanto all’effetto, speculare, sui poveri (uso categorie semplicistiche, come “ricchi” e “poveri”, per ragioni di facilità espressiva), anche in questo caso credo che i due giornalisti sottovalutino la teoria – tutta liberista (come loro) – in base alla quale un maggior livello di reddito disponibile stimolerebbe maggiori consumi, determinando quindi lo sviluppo economico. Il livello medio dei salari è notoriamente il principale driver che spieghi la vivacità dei consumi, in un’economia sviluppata. Mi sembra quindi scontato che coloro “a cui si dà” potrebbero vedere aumentata la loro propensione al consumo, a fronte di un maggior reddito disponibile. Spiegazione che, a onor del vero, mi sarei aspettato di vedere delineata proprio dai due giornalisti!

      Quanto all’ultimo aspetto, quello della “torta”, ammetto che sia forse il meno digeribile, almeno per quell’85% di italiani a cui anche tu fai riferimento, Morris. Proprio per l’innata avidità umana, è praticamente impossibile scorgere qualche effetto collaterale positivo, nella riduzione di quella torta! LLHT, invece, sulla scia di teorie economiche ben più consolidate e pervasive (penso soprattutto alla Decrescita, ma non solo), può affermare serenamente che una riduzione di quella torta è non solo auspicabile, ma del tutto provvidenziale. Specie in questi anni. Se non l’hai ancora letto, ti suggerisco il post di qualche giorno fa sul paradosso di Easterlin, in cui questo concetto viene illustrato più nel dettaglio.

      Spero di aver correttamente interpretato le tue perplessità. Se così non è stato, non esitare a incalzarmi.
      Ciao.

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