I don’t like

Io non sono fatto per queste cose. Mi spiace, ma proprio non ce la faccio.

Un paio di giorni fa, un amico che non sentivo da tempo – responsabile marketing di un’azienda della mia zona – ha provato a istruirmi, offrendomi una consulenza gratuita, su come potenziare al massimo la penetrazione web di questo blog. “Hai oltre tremila visite al mese,” mi incalzava, “e questo senza usare Facebook o altre tecniche di viral-marketing! Devi approfittarne! Solo aumentando ancora i contatti, poi, potrai mettere dei banner pubblicitari. Potrai persino farti pagare, per questo!”

Poi, ha cominciato a elencarmi i nomi di alcuni software (come Google-Analytics) e di alcuni “guru” del web, dai cui post avrei potuto ricavare preziosi consigli per diffondere maggiormente LLHT. Poi ha provato a insegnarmi alcuni trucchi per far “salire” questo blog sui motori di ricerca, collegandolo alle parole-chiave che io avrei desiderato. Tutte cose di cui io, quasi compiaciuto, ignoravo persino l’esistenza…!

Sul momento, gli ho dato retta. Lui, in fondo, è un esperto e mi son quindi detto: “Perché non ascoltarlo? In fondo, non c’è niente di male ad aumentare la diffusione di quello che credo essere un buon messaggio…”

Ma sentivo che qualcosa non andava. Avvertivo che, così facendo, avrei rischiato di “corromperlo”, quel messaggio. E mi sono soprattutto ricordato la pagina introduttiva di LLHT, in cui dichiaro formalmente che

[…] il mio auspicio è piuttosto quello di creare un ambiente che sia il più possibile autentico e… alieno da rapporti occasionali, diciamo così! In altri termini: chi arriva in questo posto, vorrei che lo facesse perché – avendone in qualche modo ricevuto notizia – lo ha cercato, lo ha trovato, gli è piaciuto e vi si è soffermato. Non perché, involontariamente, sia stato attraversato dall’indistinto sciame comunicativo del web. Non ho mai amato i riflettori, né sono quindi in cerca di chissà quale tracking, per questo sito! Dire che preferisco la qualità alla quantità suona come uno slogan stantìo, lo so. Ma è la verità.

Rileggendo interamente quella pagina buttata giù frettolosamente quasi un anno fa, durante una pesante malattia, mi sono trovato a constatare come, se dovessi riscriverla oggi, non ne cambierei nemmeno una virgola. Quindi, Carlo… dimenticati pure la mail che ti ho scritto. Non perderci troppo tempo. Grazie ugualmente, soprattutto. Ma… non fa per me, davvero. Non lo avrei neanche il tempo di inseguire statistiche, grafici e trend evolutivi.

LLHT non è… carta moschicida. Non mi interessa raccattare indiscriminatamente consenso, se questo non dovesse essere autentico. Se ci pensi, la giornata di sabato, tratteggiata nel post precedente, mi ha ancora una volta insegnato – se mai ce ne fosse stato bisogno – che quello che conta non sono i cosiddetti… follower. Ma sono invece le persone che, conosciute quasi per caso la sera prima a un concerto per pianoforte, oppure tramite una diretta streaming fra amici, si prendono su e ti raggiungono nel posto più impensato, macinando magari centinaia di chilometri, solo per trascorrere una giornata insieme a te. Semplicemente… intuendo di fare la cosa giusta.

Come dicevo in quella presentazione, infatti, il mio non è un atteggiamento snob (cioè “sine nobilitate”), ma è anzi un atteggiamento autentico, che richiede autenticità e che, proprio all’opposto, appare ai miei occhi del tutto nobilitante. Se chi ha fatto la mia conoscenza (e di LLHT), o chi la farà in futuro, valuterà che “ne sia valsa la pena”, potrà poi liberamente parlare di LLHT e del suo autore agli amici (selezionati), i quali ne parleranno ad altri loro amici… e così via. Ma senza affidarsi sbrigativamente e – questo sì – senza troppa nobiltà, a un clic del mouse sulla propria pagina Facebook. Magari solo per conquistare l’ennesimo… “I like”.

Scusate il fuori-tema. Ma ci tengo. Così come sono sicuro (lo dico a chi potrebbe pensare che io sia rinunciatario) che LLHT crescerà ugualmente. Come ha già fatto.

Andrea

PS. Tra l’altro, nel giro di massimo un paio di mesi, uscirà un post del calibro di “La misura dell’anima“, che preluderà forse anche a qualcos’altro…

6 risposte a “I don’t like

  1. Fai bene. Di solito quando qualcosa diventa troppo grande troppo in fretta (cioè col trucco) si snatura. Certo, guadagna il pubblico generico, ma perde i fan della prima ora, quelli più interessati. Basta vedere la storia di almeno una metà delle rock band o degli uomini di spettacolo in genere. Se poi ti (e ci) dicono che siamo choosy, ben venga. La dignità sarà anche fuori moda, ma cosa ci propongono al suo posto? Accettare tutto come fanno una pattumiera o un aspirapolvere?

    • Grazie Marco.
      In un mondo soffocato dalla legge del “maggior numero” (Nietzsche), fa piacere constatare che le proprie convinzioni, per molti inammissibili (se non ridicole), vengono invece approvate e supportate da tanti amici.
      Nel mio “infinitamente piccolo”, sto cercando di dimostrare che qualità e web non sono due concetti incompatibili.

      Occorre mantenere sempre l’equilibrio.
      Il resto verrà da sé…
      Ciao

        • Finché dura, Lady. Finché dura…

          Comunque credo tu abbia ragione: ogni tanto – forse per quello spirito di competizione residuo della mia precedente vita – mi diverto a dare un occhio ad alcuni blog/siti sullo stile di questo. Vedo decine, centinaia, a volte migliaia di “follower” (la nuova, vera unità valutaria del Terzo Millennio ;-)), spesso accumulati nell’arco di pochi giorni, ma… non vedo alcun commento dei lettori!! Silenzio tombale.

          E subentrano allora due convinzioni:
          1) che esistano davvero dei tecnicismi informatici per crearsi un seguito “a tavolino” (magari fasullo), di cui molti approfittano;
          2) che, invece, le persone e i commenti che impreziosiscono LLHT siano davvero un fattore di cui andare orgogliosi (e per il quale non potrò mai ringraziarvi a sufficienza).

          Resta inteso che, in linea di principio, non sono assolutamente contrario al fatto che un bene e/o un servizio di valore debba essere pagato. Penso infatti alle polemiche (o addirittura invettive) che ogni tanto si leggono contro – ad esempio – Simone Perotti, solo perché “vende” i suoi libri…
          Una merce di qualità è giusto che sia adeguatamente prezzata e affidata alle normale leggi della compravendita. Ma un conto è la compravendita di beni di qualità, un conto è lo smercio propagandistico e virale di robe inutili (se non dannose). 😉

          Ciao

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