Too small to succeed

Questa volta il titolo non è facile, lo ammetto. Però, almeno, è un po’… scaramantico! 😉

“Too small to succeed”, che in italiano letteralmente significa “Troppo piccolo per avere successo”, è la versione – ironica e speculare – dell’espressione del mondo finanziario “Too big to fail” (“Troppo grande per fallire”), coniata in questi ultimi anni per definire (un po’ pomposamente…) le grandi banche internazionali, trasmettendo al tempo stesso la tranquillizzante idea che la loro dimensione fosse tale da scongiurarne il fallimento. Sappiamo bene com’è invece andata…

too-big-to-failCapovolgendo allora questa espressione un tantino presuntuosa, ho voluto parodizzare il cammino che LLHT ha pian piano effettuato, senza troppe pretese ma con grandi (e inaspettate) soddisfazioni. Come infatti ho già anticipato ad agosto (“Un anno di LLHT“), i numeri e le statistiche che WordPress mette a disposizione stavano chiaramente mostrando, già allora, un lento ma costante aumento dell’interesse che questo piccolo blog era riuscito ad attirare intorno a sè. Bene, praticamente all’indomani di quella considerazione, l’aumento di questo interesse ha continuato – sì – a mantenersi costante, ma ha iniziato però a diventare molto più veloce.

Dopo aver già dedicato fin troppo spazio a questo momento autocelebrativo (sottraendolo al vero protagonista del post), evito ulteriori preamboli e vado subito al dunque.

Da oggi, sono lieto di dare ufficialmente il benvenuto a

FLAVIO TROISI

in qualità di primo coautore di Low Living High Thinking!

Flavio, che vive e lavora a Torino, è coordinatore dell’Ufficio di Scollocamento della sua città ed è curatore di “Sarà un successo“, un blog che dal 2011 divulga suggerimenti ed esperienze a chiunque decida di intraprendere scelte di vita consapevoli ispirate al cambiamento.

Flavio – ve ne accorgerete presto – scrive assai bene: va dritto al punto, in modo incisivo e senza troppi fronzoli. Ma lo stile narrativo resta immancabilmente evocativo (da sempre, questo, un tratto distintivo anche di LLHT). Inoltre, a volte – e senza troppo preavviso – sferra dei “pugni nello stomaco” che potrebbero anche fare male… state quindi attenti! Per tutti questi motivi, sono convinto che il suo contributo potrà rappresentare, anche per questo blog, il giusto contrappeso emotivo ad un registro che, in molti casi, deve necessariamente soffermarsi in modo documentale sulle implicazioni socioeconomiche di quella che io, sbrigativamente, definisco “vita Low”.

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Facciamo quindi sentire la nostra voce, dando un sonoro benvenuto a Flavio, che esordisce su LLHT con:

UN’IDEA SEMPLICE PER RIPRENDERCI L’ECONOMIA REALE

Latteria-500x333Chi in Italia apre un piccolo esercizio commerciale o è un pazzo o un santo. In entrambi i casi, un possibile martire. Il suo socio indesiderato, lo Stato, gli chiede sempre di più e gli restituisce sempre di meno. Il piccolo negoziante non ha un lavoro, ha una missione impossibile.  Noi che viviamo nel quartiere, e che ogni giorno passiamo davanti alla sua vetrina, abbiamo in pugno la sopravvivenza sua e della sua famiglia. Siamo molto vicini, ma ci sentiamo assai diversi da lui. Eppure il negoziante è uno come noi, solo un po’ più coraggioso. O incosciente. Qualche volta ci sta anche sul culo, perché si è messo in testa di essere un libero imprenditore e magari aspira a guadagnare anche bene.

Un giorno si è detto: ma perché io devo lavorare per una grande azienda, fare qualcosa che non rappresenta le mie aspirazioni, tutti i giorni e tutto il giorno, senza avere in cambio oltretutto alcuna garanzia di continuità, dipendendo dal capriccio di una compagnia senza volto, accettando parodie di contratti? Perché non posso lavorare per me stesso e magari fare ciò che amo? Pazzi o santi, appunto.

L’economia reale è fatta di questi individui. Nulla sanno di finanza, non hanno mai trafficato in titoli tossici, la crisi l’hanno subita, non creata, ma dalle banche prendono solo calci nei denti. Combattono ogni giorno contro le super offerte della grande distribuzione. Sono Davide contro un esercito di Golia. Ma come è cominciata questa storia?

Negli anni Settanta, i miei genitori mi mandavano a comprare il latte in latteria (strano), il pane in panetteria (insolito), la verdura dal verduriere (inusuale) e la carne dal macellaio (follia). Tutti questi negozi si trovavano nella stessa via, uno accanto all’altro.  I negozianti avevano figli, famiglie, probabilmente case di proprietà. Le mantenevano conducendo i loro affari in un negozio di quartiere di pochi metri quadri. Era la loro vita. Una vita fatta di intraprendenza e piccola distribuzione.

Un giorno, dal pianeta Grande Distribuzione, alle porte di  Torino atterrò il primo Centro Commerciale che io ricordi. Si chiamava Città Mercato. Il nome, a pensarci , era tutto un programma. Eravamo abituati a pensare alla città come ad un insieme di istanze e attività, una mosaico di vita privata e lavoro, affetti e affari, politica e libertà. Ma forse ci eravamo sbagliati. Nel nuovo immenso edificio, la città era una sola cosa, un Mercato.

La novità piacque e prese piede. Luci sfavillanti, aria condizionata, musica soft. Vi si comprava ogni genere di merce, i prezzi erano buoni e l’esperienza dell’acquisto diventava un momento di svago, una passeggiata dentro i nuovi templi del Mercato. Negli anni successivi, atterrarono in città altri Centri Commerciali, e tutti noi vi entrammo volontariamente, consegnando con piacere i nostri soldi a pochi grandi proprietari che li coordinavano da lontani uffici in cui non avremmo mai messo piede, anziché a una vasta rete di piccoli negozianti, che potevamo guardare in faccia tutti i giorni. E questi ultimi iniziarono a chiudere uno via l’altro. Era il progresso. Tutto normale.

Decenni dopo la sola idea di aprire un piccolo esercizio commerciale fa tremare gli impavidi. Guadagnarsi da vivere con la propria intraprendenza è una bestemmia. I grandi Centri Commerciali hanno assorbito insieme ai nostri guadagni, qualsiasi velleità di aprire un negozio di proporzioni familiari. Contro il gigantismo di un commercio fatto di holding e società estere, il commercio al minuto dura un secondo e il piccolo è microscopico.

Ci abbiamo perso tutti. Credendo nel dubbio vantaggio di abitare una Città Mercato ci siamo giocati la possibilità di fare mercato nella nostra città, senza essere  per forza eroi o santi. Un modo di ribaltare la situazione è tornare a fare acquisti dal piccolo negoziante di fiducia, uno che dice no all’idea che tutti i soldi debbano concentrarsi nelle mani di pochi, uno che ci prova nonostante tutto e per farlo getta il cuore oltre il bancone. Uno da cui puoi ancora andare a comprare, e magari chiacchierarci. Uno che è l’antidoto vivente di tutto ciò che nella globalizzazione dei mercati è andato storto.

E se anziché consegnare denaro e futuro a conglomerati finanziari senza volto, ricominciassimo a far circolare i nostri soldi nei nostri quartieri, non fra persone giuridiche, ma individui reali? E se smettessimo di essere cittadini-merce delle città-mercato?

Separatore

dinosauri_m5s.jpgPS (aggiunto un giorno dopo)

Avete visto l’immagine di copertina del post del blog di Grillo di oggi, 8 novembre, “Dinosauri alla riscossa“?

Per caso, il soggetto… vi ricorda qualcosa? 😉

Andrea

12 risposte a “Too small to succeed

    • Grazie mille. Sono lusingato di poter scrivere su un blog per cui nutro la più alta considerazione. Ne approfitto per ringraziare pubblicamente Andrea, che mi ha aperto le porte di llht con una fiducia che rasenta l’incoscienza 🙂 . Ovviamente tutto ciò che scrivo e scriverò è e sarà responsabilità mia nei secoli dei secoli. E’ un piacere essere qui.

      • La fiducia può essere concessa dopo moltissimo tempo, oppure dopo pochissimo.
        L’unica differenza è che, nel primo caso, non si avrebbero alibi…!
        😉

        Seriamente: LLHT è un progetto in-progress. Voci diverse, quando accomunate dalla medesima mission, non possono che fare bene al progetto. E alle… voci.

        In bocca al lupo – pubblicamente – anche da parte mia!
        E buon fine settimana a tutti.
        Andrea

  1. Ciao a tutti.
    Ho appena abilitato Flavio ad essere completamente autonomo, anche nelle risposte alle vostre considerazioni (che, purtroppo per tutti noi, temo compariranno con questo orribile e inamovibile sfondo di carta stropicciata…!)

    Ne approfitto quindi, oltre che per ribadirgli il benvenuto anche da parte di tutti i lettori, anche per ricordare a tutti voi quella che a tutti gli effetti è diventata una novità nella modalità di consultazione di LLHT: da oggi, infatti, un semplicissimo suggerimento potrebbe essere quello, quando leggerete post e/o commenti, di tenere presente chi ne sia l’autore (un po’ come – quando si legge un giornale – si fa sempre caso anche all’articolista)!

    Ciao e… sul tema della piccola (o piccolissima) distribuzione, lascio a questo punto volentieri a lui carta bianca.
    Andrea

  2. Il fatto è che i grandi volumi dei grossi negozi si concretizzano in bassa qualità ma anche occasionali sconti su prodotti di qualità più che buona. Io reagisco da “consumatore consapevole” non nel senso eroico ed “etico” che vi attribuisce la rete (anch’essa in fondo GDO) del biologico di massa o del mercato solidale. Piuttosto so che il grande supermercato alterna prodottacci a buone offerte e, finché ho tempo, dedico una mezzora a scremare la convenienza dalla fuffa (anche dal punto di vista nutrizionale: un kilo di wurstel costerà tre euro se è tanto ma ora che non possono sottrarsi al trend delle schede colle calorie basta un pò di attenzione per scoprire che è tutto grasso e sale). Il problema di oggi per me è proprio questo: stiamo svendendo il nostro tempo (come dipendenti) alle stesse macroaziende che interessatamente ci promettono di farcelo risparmiare (come consumatori grazie ai -pochi- soldi datici dall’oligopolio stesso o da un altro oligopolio. Ecco perché in realtà la nostra moneta è sempre nelle stesse tasche. Altrui). Come? Ma inducendoci all’acquisto fulmineo, privo non solo di interazione umana ma anche di valutazione del prodotto stesso

    PS: Ma finché lo devo comprare solo per me, il pane lo compro dal panettiere di quartiere: quello del supermercato è qualcosa di falsissimo, il panettiere è simpatico e la sua disponibilità (anche di cinque minuti) è su di un altro pianeta rispetto a quei commessi da megastore che ignorano quasi quello che vendono.

    • I rapporti con i piccoli negozianti possono essere una fonte di ricchezza e risparmio incredibili, se sono impostati su un piano di comunicazione reale. Guardare negli occhi le persone ed essere interessate a loro porta a volte risultati come: sconti che nemmeno il supermarket, piccoli omaggi, inviti e soprattutto la possibilità di conoscersi, un capitale relazionale che non ha prezzo. Ricordo un anno in cui sono andato al Sana di Bologna su invito di un ragazzo che gestiva un piccolo negozio di prodotti biologici. Eravamo entrati in simpatia e aveva fatto carte quarantotto per farmi risultare suo collaboratore. Io mi sono sparato una gita a Bologna totalmente spesata… (sono un losco approfittatore).
      Certo che poi al supermarket ci si va anche. Nessun integralismo, ma un chiaro orientamento sì. Sostenere l’economia di territorio.

  3. Ha recentemente aperto nella mia città ( Modena, via Medaglie d’oro: non proprio periferia ma fuori dalle ex-mura) un negozio di…libri! Ho subito incentivato le sue vendite e ne ho fatto propaganda! è un modo per far tornare la voglia di libertà?

  4. Detta altrimenti, siamo all’interno di quello che in permacultura chiamano un ciclo dell’erosione. Il difficicile consiste nell’individuare a quale stadio del ciclo (che in quanto tale si autoperpetua fino a portare all’erosione totale) sia possibile inserire un nuovo elemento, che porti discontinuità e dia inizio a un ciclo dell’abbondanza. Quanto agli acquisti, una soluzione è stata trovata ad esempio nei GAS, che hanno spezzato il ciclo introducendo l’elemento “pluralità” nella catena di acquisto. Ma i gas scavalcano i negozi di quartiere e quindi siamo in territorio differente. Ma mettiamo che si creino gruppi di acquisto solidale di quartiere che adottano le piccole attività in cambio del massimo sconto possibile. Potrebbe funzionare? Siamo stati miopi in passato, potremmo andare alla ricerca di nuove risposte oggi. A Bologna è nata la prima social street: il vicinato si è organizzato per darsi manforte nelle attività di tutti i giorni. Tutto questo grazie ai social network, dove è possibile coordinare i propri impegni e mettersi d’accordo (io ti compro il latte, tu mi presti il trapano?). Ma sopratutto grazie a un tale che ha affisso sui muri della strada fogli che invitavano ad aderire alla pagina FB della social street. Piccoli passi nella direzione giusta.

  5. Una prima risposta è, banalmente, che i prezzi dei negozietti sotto casa sono più alti che quelli della GDO. Questo è ovvio, visto che i volumi di merce trattati e i margini di guadagno sono direttamente proporzionali. Che lo Stato non aiuta la piccola impresa (di qualunque impresa si parli) ma anzi la tartassa, e che dunque sotto un determinato prezzo il piccolo commerciante non riesce ad andare. Dunque io che su quella differenza di spesa di diverse centinaia di euro (a fine anno) ci campo, preferisco andare alla GDO piuttosto che al negozietto. Atteggiamento miope, ovviamente, non tanto quello di adesso, quanto quello che ci ha visti complici nel creare questa situazione qualche decennio fa. Siamo dalle parti del cane che si morde la coda, certo.

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