Decrescita, scollocamento, totem e tabù

Loro, di solito: “Una immagine parla più di mille parole.”
Io, sempre: “Ok, genio, ora prova a dirlo con una immagine”.

Pubblicità

Ce ne stavamo seduti nell’anticamera dell’agenzia a discutere del termine “decrescita” con un block notes fitto di appunti posato tra di noi. Lui era uno dei più grandi pubblicitari di sempre. Scegliendo le parole giuste aveva compiuto magie quali vendere  a un popolo di esteti come gli italiani quella racchiona della Fiat Multipla; io ero io, come al solito, e cercavo di tenere il passo.

multipla

Lo slogan migliore – e il più coraggioso – nella storia della Fiat

Disse che il concetto poteva anche andare, sì, ma quella parola no, “decrescita” proprio no, era un grosso errore di comunicazione. Io assentii. Sapeva bene di cosa parlava, quando parlava del nome da dare alle cose, ma questo non mi impediva di pensare che in fondo a quella critica allignasse un fondo di paternalismo.

Sbagliavo.
Qualche tempo dopo, il maestro postò su un blog oggi smantellato (e quindi non posso linkarvelo) un articolo dolente sullo stato dell’Italia, dell’universo e tutto quanto. Le sue parole fremevano di sincera costernazione. Quell’uomo, che è stato coautore di una crescita economica poderosa, era costretto ora a osservare il sistema decomporsi nell’inconsistenza di una classe dirigente buona a nulla. Nessuna speranza, dunque? No, ecco il colpo di scena. Prima dell’ultima riga, il grande pubblicitario dei tempi d’oro piazza lì una foto di Serge Latouche, il filosofo della Decrescita.

E allora io penso una cosa. Quando anche gli odiati pubblicitari (odiati dai puristi della decrescita) iniziano a considerare una speranza Serge Latouche, è il momento di avere paura sul serio. Sì, perché i pubblicitari sono le persone più realiste del mondo (quelli bravi), osservatori lucidissimi dei fatti. Non devi credere a quello che dicono con il loro lavoro, ma al di fuori sì, meglio che tendi le orecchie. Filosofi, economisti, analisti. Brava gente, ma è quando i pubblicitari non ci credono più, che la crescita è finita davvero.

Descrescita a parole

Resta il fatto che uno che di “naming” se ne intende davvero qualche ragione l’aveva pure (con naming intendiamo la pratica di assegnare i nomi ai prodotti, perché piacciano il più possibile al target cui si rivolgono, cioè ai potenziali acquirenti).

Maurizio Pallante

Maurizio Pallante

Gli equivoci intorno al vocabolo “decrescita” ormai sono un tormentone. Proprio non va giù, proprio non ci siamo. A nessuno piace l’idea di decrescere e a poco vale ripetere il mantra: “Un tumore che decresce è una buona notizia, no?” Alle conferenze sulla decrescita è ormai un classico che qualcuno si levi in piedi è chieda ragione di questo nome ostico e allarmante. In primis l’ottimo Maurizio Pallante, presidente del Movimento Decrescita Felice, ha un bel replicare che in natura nessun organismo cresce all’infinito. Quelli annuiscono, ma non gli entra in testa, niente da fare.

E che dire di “Scollocamento”? Puoi ripetere fino alla nausea che non vuol dire “fare una mazza dalla mattina alla sera”, è che non è nemmeno sinonimo di disoccupazione, ma quella “S” privativa solleva più di un sopracciglio. E francamente credo di capire perché.

Il cervello umano non è fatto per i no. “Non pensare a un elefante rosa”. E subito pensi all’elefante rosa. Non fumare. E a quindici anni cominci a fumare. Io dico scollocamento e c’è chi mi contatta per cercare lavoro.

Io questo post lo voglio scrivere mica per cambiare le parole con cui indichiamo le cose, tanto meno “decrescita” e “scollocamento”, alle quali personalmente sono anche affezionato, ma per prendere coscienza che quando usiamo una parola per negarne un’altra, è al passato che stiamo pensando, non al futuro. Non tanto quanto vorremmo, perlomeno. Ci stiamo preoccupando di negare, quando vogliamo affermare. Forse siamo ancora la generazione che ha bisogno di parole vecchie per dire cose nuove. Forse devono ancora arrivare quelli che parleranno la lingua nuova di un nuovo modo di intendere la realtà. O forse in questo momento serve ancora puntare il dito verso il passato, per smagnetizzarlo, per distruggere l’illusione.

I tabù della tribù

Cosplayer vestiti da decrescisti ultraconservatori a Lucca Games

Intanto però noto che anche nel mondo della decrescita, sempre ammesso che un simile mondo esista e sia riconducibile a una sola definizione, ci sono parole che non sono tanto apprezzate. Quando frequento un certo genere di raduni e appuntamenti culturali, sono arrivato a pensare che certi termini è meglio non usarli.

Ecco la hit parade semiseria delle quattro parole e mezzo meno apprezzate nei contesti decrescrescenti/anticonsumisti per quel che ne so io.

1)      Leadership. No, guarda, qui siamo tutti alla pari, non c’è nessun leader. E poi cosa sono questi concetti americani?
Americani? Eh?! Che c’entra? Come se essere padroni di sé e in grado di ispirare altre persone con assoluta onestà non fosse qualcosa di desiderabile. Martin Luther King non era un leader? Era pure americano!

2)      Successo. No, guarda, il successo non ci interessa. Noi lo facciamo perché ci crediamo, non vogliamo metterci in mostra o diventare famosi.
Infatti non ti caga nessuno, tra l’altro. Ma a parte questo, qualsiasi obiettivo tu abbia, può andare in due modi: o ce la fai o non ce la fai. Non sto dicendo che vuoi diventare Lady Gaga, per la miseria, solo che vuoi ottenere quello che vuoi, fosse anche di andare a vivere da solo in cima a una montagna. Quella è la tua idea di successo? Va benissimo. La mia è: ciò che diventerò impegnandomi a perseguire i miei obiettivi (una parola che meriterebbe un articolo a parte), che io ci io riesca o meno.

3)      Denaro. No, guarda, noi rifiutiamo ogni genere di compenso economico, chiediamo solo una offerta libera, non vogliamo guadagnarci, lo facciamo con il cuore.
Questo è molto bello, ma non sarebbe auspicabile che nascessero anche figure professionali orientate a promuovere, sostenere, educare alla decrescita e al low living? Ne abbiamo bisogno. Io ritengo che non tutto possa essere condotto a buon fine nel dopolavoro. Un tema molto spinoso, lo so, ma almeno non stigmatizzate chi un compenso per il suo impegno e la sua professionalità lo chiede.

4)      Marketing. No, guarda, noi marketing non ne vogliamo fare, siamo sinceri noi. Siamo contrari a ogni forma di pubblicità.
Come se marketing e pubblicità fossero la stessa cosa. Come se non fosse necessario dare alle buone idee la massima visibilità, anche per superare il bailamme di stronzate che le sovrasta continuamente. Marketing non è necessariamente sinonimo di Monsanto, ok?

4,5) Marlboro Lights. No, guarda, le Marlboro Lights sono le tipiche sigarette da fighetti. Noi fumiamo solo tabacco da rollare.
Mi spiace per voi, che ne dite di smettere? No, davvero, questo mezzo punto è una mezza burla, sto scherzando, ma la domanda resta: perché fumate così tanto, ragazzi?

Voi come la chiamate, la vostra eventuale decrescita? E il vostro possibile (e volontario) scollocamento?

Flavio

18 risposte a “Decrescita, scollocamento, totem e tabù

  1. Bell’articolo Flavio.
    Mi sembrano le stesse paure che vedi affiorare nella gente quando gli parli di RIVOLUZIONE. Aiuto aiuto!! Taglieranno le teste! Mi porteranno via la casa per darla ai poveracci!! Comanderanno gli anarchici !! …

    Bisogna avere il coraggio di dire le parole che non piacciono e far capire, a forza di ripeterle, che possono diventare patrimonio del proprio linguaggio, anche se inusuali o nuove.

    Poi se vogliamo accontentare le preferenze a me piace associare al concetto di decrescita quello del RITORNO. Ritorno all’Eden, a quello stato di armonia con Madre Natura e tutto il creato (per chi crede che sia stato creato) o con gli esseri esistenti e l’ambiente che li ospita. Comunque un qualcosa di cui, se guardiamo bene, sentiamo NOSTALGIA (anche entrando in questo blog).

    Buona decrescita, Equa, a tutte/i

    Claudio

  2. Credo che, a monte del problema delle parole, ci sia un problema di quello che chiamo “imprinting”.

    L’umano è tarato sull’ipotesi “o – o”, non sull’ipotesi “così – ma anche”: come terminologia la seconda ricorda tanto Veltroni, però eviterebbe un sacco di problemi.

    Diciamo che è almeno dall’avvento del Monoteismo (ma forse da prima, col conflitto fra società matriarcali e patriarcali), che l’umano si regola nel primo modo. Le conseguenze le conosciamo bene: per esempio con quanto accaduto all’epoca dell’Illuminismo, quando fu buttato via il bambino con l’acqua sporca; e si costruì un sistema di pensiero speculare a quello del cosiddetto “oscurantismo”, e proprio per questa specularità altrettanto stupido.

    E’ un problema che si riscontra quando si deve risolvere qualsiasi faccenda ed è un modo di pensare trasversale a classi sociali, età, collocazione politica. Io lo vedo per esempio col lavoro “sul campo” col M5S; non è una leggenda metropolitana, che tanti elettori ci rinfaccino ancora adesso di non aver fatto compromessi col PD: è il loro imprinting, grazie al quale pretendono che una forza politica che ha affermato una cosa in campagna elettorale, raggiunto il seggio in Parlamento faccia l’opposto di quel che ha detto; il loro imprinting dice che in politica si deve fare così.

    E questo vale anche per gli eletti del Movimento, che appena seduti su quelle sedie (anche nei Consigli Comunali), provano a vedere se si può andare a braccetto con qualcuno di quelli che ti stan seduti vicino: in diversi casi è plateale la malafede, ma c’è anche tanto imprinting; per cui diciamo di essere un Movimento che pratica la democrazia di base: ma la politica nelle strutture di governo, secondo l’imprinting di tanti eletti, si fa così.

    A questo punto non dovrebbe sorprendere, se anche certe parole vengono demonizzate, quando si decide di cambiare strada, senza aver prima resettato la propria testa…

    • Ciao Alberto,
      lasciando che sia eventualmente Flavio a replicare sull’uso delle parole, mi limito invece a proporre un contributo (tratto dal blog di Grillo, che quindi sicuramente conoscerai) che possa andare a beneficio di chi, nonostante tutto, si ostina ad adottare l’approccio “binario” che giustamente denunci.
      Credo che possa servire a chiarire una volta per tutte, sulla questione della mancata alleanza PD-M5S, dove stia la verità (che, in fondo, è come sempre l’unica cosa che m’interessa):
      Video su mancata alleanza PD-M5S

    • La questione alleanza con PD sarà probabilmente compagna di viaggio fino al capolinea (del Pd, del Movimento, o degli elettori senescenti). Veniamo invece allo schema di pensiero aut aut , che ha il suo magnetismo. Avere una causa è molto più appassionante quando c’è un nemico da sconfiggere. Ciò che spesso non vogliamo vedere è che il nemico è interno, non esterno. Siamo noi stessi. Quando parliamo di “decrescita” non è forse vero che emoziona il saperla una idea “nuova”, rivoluzionaria e innovativa, a suo modo? Non è fantastico poterla opporre alla Crescita? Perché no? E’ proprio la ricerca di NUOVE soluzioni che ci ha privilegiati dal punto di vista evolutivo e che ci ha permesso di arrivare, come specie, a risultati straordinari quanto orripilanti. Questa ricerca del nuovo è una caratteristica evolutiva che ci ha premiato e che, a livello biochimico, comporta rilasci di dopamina (il neurotrasmettitore della felicità) ogni volta che ci troviamo di fronte ciò che è nuovo (che sia una borsetta, un gingillo elettronico o una idea).
      E che dire dell’antagonismo? E’ forse un’altra nostra droga evolutiva. Antagonismo e dopamina. Bisognerebbe scrivere un post a parte solo su questo.
      Il succo è comunque che fare decrescita stigmatizzando la crescita è necessario ma non sufficiente. L’essere umano ama tutto ciò che è nuovo. Il consumismo poggia su questo. La decrescita, per vincere, dovrebbe pensarci bene.

      • Cavolo… ho quasi i brividi! (Non sto scherzando.)
        Stiamo riuscendo a mettere insieme un gruppo di persone… pensanti. E… pesanti. Pesantemente pensanti, diciamo così…!
        Persone con i controcazzi (scusatemi l’inglesismo) che, di fronte a una questione complessa, danno il meglio di loro stesse per partorire nuovi modi di… scrutare l’orizzonte!!!

        Ma in quale altro web-magazine la trovate, una roba così??? 😉

        • Ho letto con molto interesse e più di una volta sia il post che le risposte. Molto interessante. Però riflettevo: “l’essere umano ama tutto ciò che è nuovo. Il consumismo poggia su questo. La decrescita, per vincere, dovrebbe pensarci bene”.

          Ma non c’è una profonda contraddizione di principio in questo? Il consumismo poggia su questo per vendere, far consumare, buttare e ricominciare il ciclo di nuovo e ancora e ancora e ancora. L’uomo non deve pensare. Deve desiderare, comprare, desiderare di nuovo il nuovo (scusate il gioco). Anzi, meno pensa e meglio è. Bene. Anzi male ma comunque funziona con questo meccanismo e siamo d’accordo.

          Perché la decrescita dovrebbe ispirarsi a questo o poggiarsi proprio su quel principio? Non si tratta, voglio dire, di vendere qualcosa. Non c’è il rischio che, ponendo così la cosa, questa diventi, un po’ come l’omeopatia o la medicina naturale una cosa per fighetti o per gente un po’ snob? Gente che pensa che sia “trendy” o che sia di moda e che trovi la cosa interessante per quello ma non perché ci sia dietro un’inversione a U nella propria vita. Non perché si siano aperti (poco a poco o di colpo) gli occhi.

          Perché si deve invogliare a “comprare un prodotto”? Perché usare proprio quel linguaggio visto che il linguaggio esprime anche un modo ben preciso di pensare, di rappresentare la realtà e di una cultura tutta?

          E’ possibile trattare questi concetti o proporli come si penserebbe di proporre un nuovo prodotto con quello stesso modello? E se fosse proprio quel modello da cambiare? Se la vera sfida fosse invece non proporre il nuovo ma far diventare nuovi i nostri sguardi sulla realtà?

          Non dovremmo noi tutti proprio lavorare su questa attrazione per il nuovo a tutti i costi? Non dovremmo smetterla di farci abbindolare, di farci maneggiare e manipolare sapendo che chi comunica conosce i nostri lati deboli, le nostre fragilità, i nostri desideri profondi per far leva proprio su quelli?

          Non dovremmo imparare invece a parlare chiaro? Non dovremmo scoprire una bellezza diversa che non dipende dal nuovo a tutti i costi ma anche dalla capacità di guardare in modo diverso anche il vecchio?

          Quello che voglio dire è che, insomma, de-crescita significa esattamente de-crescita. Sembrerà esattamente quello che è e cioè il contrario della crescita così come la intendiamo (anche se in realtà si tratta di una crescita diversa. Ma è una de-crescita. Perché abbiamo così paura delle parole con i prefissi privativi? E’ una cosa che ci farà soffrire? Beh? Anche la crescita a tutti i costi lo sta facendo e tragicamente in alcuni casi.

          Le indorature delle pillole mi hanno sempre fatto schifo più delle pillole stesse, gli scienziati e i teorici della comunicazione non li ho mai potuti soffrire e le anestesie sono solo temporanee, dannose nella maggior parte dei casi e con mille effetti collaterali.

          Dunque, che le cose siano come sono. E del resto parlare di decrescita a chi non ha ancora orecchie pronte per ascoltare è come parlare ai muri. Bene perché in questo caso per arrivare bisogna che ciascuno di noi faccia la sua buona parte di lavoro. Non c’è qualcuno che possa farlo per noi, che possa aiutarci, che possa comunicarci la cosa in modo indolore. Sbattere personalmente “il muso” da qualche parte non è forse spesso utile e produttivo?

          Non è ora di chiamare le cose con il loro nome e di scrollarci di dosso proprio la visione del mondo di quel pubblicitario?

        • Sì. In fondo anche la paura – specie se immotivata – è un ottimo filtro: chi non se la sente, sta fermo, alla finestra: anche se magari si tratta solo di un prefisso privativo.

        • Ciao Marìca,
          mi intrometto nel merito della discussione sulla relazione tra marketing e Decrescita, in quanto sollevi questioni determinanti anche per la stessa sopravvivenza di questo blog (che tu segui dalla sua nascita).

          Tu chiedi:

          Perché la decrescita dovrebbe ispirarsi a questo o poggiarsi proprio su quel principio? Non si tratta, voglio dire, di vendere qualcosa.

          Infatti, non mi risulta che nessuno – qui sopra (né altrove) – si sia mai sognato di suggerire l’applicazione di logiche di marketing a un’idea rivoluzionaria come quella della Decrescita. Un’idea – aggiungo – che è la PRIMA DA CENT’ANNI in grado di muovere le coscienze e di coinvolgere l’emotività e i sogni di intere popolazioni, sparse in tutto il mondo (tu ricordi qualcosa di simile, eccettuando i totalitarismi, dall’inizio del secolo scorso?).

          Tu dici:

          Non c’è il rischio che, ponendo così la cosa, questa diventi, un po’ come l’omeopatia o la medicina naturale una cosa per fighetti o per gente un po’ snob? Gente che pensa che sia “trendy” o che sia di moda…?

          No, non vedo questo rischio. Sai perché? Perché questa idea, a differenza di tutte le altre mode (passeggere per definizione), presuppone l’esistenza di un prerequisito che, se mancasse, ne vanificherebbe la stessa applicazione: l’autenticità. Se predichi la Decrescita e cominci a ostentare comportamenti in netta antitesi con i suoi presupposti, bè… ti copri di ridicolo da solo. Perché questa filosofia, a differenza di molte altre scuole di pensiero fondate sulla collegialità (o comunque sul relativismo etico), non ammette deroghe. Ed è proprio forse il suo dogmatismo (fondato su posizioni radicalmente anticapitalistiche, come spiega benissimo lo stesso Latouche in “Per un’abbondanza frugale”) a salvaguardare questa idea da inopportune contaminazioni. Personalmente, credo che questa sua intransigenza sia anche il suo limite, proprio nel caso in cui – come sembra – il valore della coerenza sta tornando in auge…

          Tu chiedi:

          Perché si deve invogliare a “comprare un prodotto”?

          Ripeto: non si deve vendere né comprare alcun prodotto. Il tema sollevato da Flavio, che mi trova perfettamente concorde, è sull’opportunità di utilizzare (scaltramente, aggiungo) strumenti e istanze di un “mondo in discussione”, per valorizzare un mondo che sta emergendo. E’ una questione di adeguatezza ai tempi, di utilizzo intelligente di tecnologie e stili comunicativi per una giusta causa. Se ci pensi, se non esistesse la (involontaria) logica del marketing, non saresti nemmeno venuta a conoscenza di LLHT, no? Il problema vero, per come la penso io, è il non abuso. Come dico sempre (anche poco sopra), non è il denaro, il demonio, ma la sua idolatria. Così come il pericolo per la Decrescita non è la sua “comunicazione”, ma la sua “mancata applicazione” da parte di chi la comunica. L’importante, ripeto, è l’autenticità.

          Pensa a un esempio semplicissimo: nei giorni scorsi, come forse hai notato, ho messo un bollino rosso sul bandone di LLHT, in cui preannunciavo l’uscita del post lanciato pochi minuti fa: “Manifesto per l’Equità”. Se avessi voluto rifiutare “quel linguaggio ben preciso, che rappresenta una realtà” oggettivamente in discussione, non avrei dovuto farlo. Non avrei dovuto ricorrere a quell’innocuo orpello! Avrei dovuto, con la massima sobrietà, mandare on-air un messaggio che credo sia dotato di una potenza senza precedenti, non preoccupandomi minimamente di stuzzicare l’attenzione dei lettori.
          La questione vera, Marìka, è che quel bollino rosso io non l’ho messo per “accaparrarmi dei lettori”, bensì perché credo fortemente che più persone lo leggono, quel post, meglio sia. Per loro, capisci? Non per me! E’ questa la radicale differenza tra un approccio “commerciale” e uno che, per affermarsi, sfrutta logiche mutuate dal mondo del commercio!
          E’ questo, il mio modo, per parlare chiaro. Proprio come tu (giustamente) richiedi:

          Non dovremmo imparare invece a parlare chiaro?

          Anche la tua ultima affermazione, consentimi, è a mio modo di vedere alquanto discutibile (proprio perché io stesso mi considero un esempio vivente in tal senso). Tu dici:

          parlare di decrescita a chi non ha ancora orecchie pronte per ascoltare è come parlare ai muri.

          Se nessuno mi avesse parlato di Decrescita, cinque/sei anni fa, io non mi sarei incuriosito, non avrei fatto mie molte istanze di quel messaggio, non avrei letto svariati chili di libri, non avrei preso il toro per le corna, non mi sarei rimboccato le maniche, non avrei messo in discussione la mia intera esistenza e, per tornare sull’esempio iniziale, non avrei dato vita al blog divulgativo su cui ci stiamo confrontando adesso.

          La Decrescita rischia di sconfinare nell’integralismo, occhio. Coerenza nelle scelte sì, innalzamento di muri e steccati preventivi, permettimi, neanche per sogno!
          Come ho detto in un recente intervento (e per come la vedo umilmente io), la Decrescita è limitatezza dei mezzi, non dei fini.

          E’ comunque sempre un piacere confrontarsi con te. Ciao!
          Andrea

        • Grazie Andrea,
          non ho detto che qualcuno abbia detto che si tratti di vendere qualcosa. Mi riferivo al linguaggio. Sembrava quasi che dovessimo imparare dalle logiche cui si ispira il consumismo o almeno io ho interpretato così quella frase che ho riportato all’inizio del mio intervento e che mi ha fatto molto riflettere. Cioè appunto trattare questo tema come se si dovesse pubblicizzare con quegli stessi modi.

          Sulla tua seconda risposta, invece, sì, hai ragione.

          Su tutto il resto invece non sono d’accordo con te. Non mi piace neppure l’avverbio “scaltramente”, ti dico la verità.

          E sul fatto delle orecchie e dei muri, non credo affatto che se si parla a qualcuno di decrescita questi si incuriosisca. Così come i semi hanno bisogno del terreno giusto per crescere. Che poi questo terreno sia la necessità, l’intelligenza o la capacità di vedere ben oltre il presente o una particolare sensibilità, questo è possibile.

          E per finire: sono arrivata qui non per caso ma perché cercavo qualcosa. Se così non fosse stato non me ne sarei neppure accorta.

          Così come nell’insegnamento si parla di integrazione (e non di trasmissione) come unica strada possibile, allo stesso modo credo che sia indispensabile che chi ascolta sia pronto. E a questo si può arrivare solo attraverso la ricerca personale, la necessità, la sensibilità o l’intelligenza.

          Comunque grazie per gli spunti e per la risposta.

        • Voglio far notare una cosa. Io ho scritto. “L’essere umano ama tutto ciò che è nuovo. Il consumismo poggia su questo. La decrescita, per vincere, dovrebbe pensarci bene.”
          L’interpretazione che Marica ha dato del verbo “pensare” è stata che la “la decrescita dovrebbe ispirarsi a questo o poggiarsi proprio su quel principio”.
          Ma io non ho scritto questo e me ne sono guardato bene. Pensare, solo pensare. Riflettere, ponderare.
          Un riflessione, se possibile, “childlike”, senza preconcetti, neutra.

      • Sì. Forse chiedersi se è nato prima il “bisogno di antagonista” o quello che io chiamo “modello di pensiero o – o”, è come chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina.

        So solo che bisognerebbe andare oltre il concetto di “antagonista” (che, oltretutto, fa molto lotta di classe: altro specchietto per le allodole…), anche quando quello che viene individuato come nemico, è dentro di noi. Come dire che bisognerebbe smettere di parlare in termine di “nemici” e, se proprio si deve, passare a un più generico “ostacoli”.

        Da questo punto di vista, credo anche che accorgersi che una persona con la quale stiamo tentando di costruire qualcosa di nuovo, ragiona secondo gli schemi di cui sopra, sia un buon campanello d’allarme; diciamo che lavorare con una persona che ragiona così, rischia di compromettere il nostro progetto, se non anche sviarci dal nostro percorso.

        Non sto dicendo che lo si debba immediatamente e automaticamente emarginare, che si debbano interrompere i contatti: anche perché, così facendo ed entro certi limiti, si rischia di danneggiare la sua, di crescita; ma “tenerlo d’occhio”, sì.

  3. La prima (e più importante) questione riguarda anche uno dei miei chiodi fissi: l’importanza di un linguaggio comune – ma oggi purtroppo inesistente – tra due “mondi” che appaiono invece distanti e incapaci di comunicare: il mondo della Decrescita e il mondo, da cui entrambi proveniamo, dell’economia di mercato (perdonami la semplificazione).
    Con il tuo abituale pragmatismo (affidandoti cioè a nomi, esempi e parole), dimostri come certe parole non possano nemmeno essere pronunciate, in certi contesti. Pena il rischio di essere puniti con sguardi di sufficienza, fino all’emarginazione o addirittura l’esclusione. Niente di più vero. Niente di più grave.

    Dovranno necessariamente essere presto eretti dei “ponti” tra quei due mondi che oggi, ancora per qualche anno soltanto, potranno permettersi lo stupido lusso di guardarsi reciprocamente con sospetto e diffidenza. Chi parla di profitto non è, solo per questo, un appestato! Chi rifiuta il consumismo fine a se stesso non è, solo per questo, un disadattato!
    Come dico sempre: il nemico non è il denaro, ma è piuttosto la sua idolatria.

    Ma solo chi proviene da un “mondo” pervaso da questi concetti “neoliberisti” può astutamente capirne l’importanza strategica anche per l’altro mondo, quello che c’è… oltre la staccionata. Non si può mettere in piedi un’impresa agricola senza affidarsi prima a qualcuno che sappia redigere, almeno per sommi capi: (a) un adeguato business-plan preliminare (per valutarne la sostenibilità) e (b) un bilancio economico riclassificato.

    Praticare la Decrescita, senza conoscere almeno un poco i capisaldi strutturali del paradigma da cui si cerca di fuggire, rischia di condurre a uno sterile (e ridicolo) idealismo.
    Simmetricamente, riporre una fiducia cieca e incondizionata nei postulati del liberismo economico più sfrenato, bè… lo sappiamo: porta allo stato di cose in cui siamo finiti!

    Grazie quindi, Flavio, per averci ricordato l’importanza di vocaboli indispensabili a entrambi quei “mondi”: è da quelle parole, usate saggiamente, che bisogna ripartire. Per (provare a) salvare il mondo agonizzante e rendere il più possibile autorevole quello nascente.

    Rispondo infine, brevemente, alla tua ultimissima domanda. Come definisco io la decrescita e lo scollocamento? Bè, li chiamo rispettivamente con due termini altamente evocativi: “comunità vernacolare” e “recupero del Soggetto”.
    Ciao,
    Andrea

    PS. Segnalo infine, a chi volesse seguire le orme di Flavio, che nel menu “Cos’è LLHT / Collaboriamo?” ho messo un paio di dritte per chi desiderasse contribuire al progetto. LLHT è un work-in-progress e, come tale, darà volentieri spazio e visibilità a chiunque voglia impreziosirlo con le sue testimonianze.

  4. E’ curioso invece che i terzomondisti-antiamericani-anticonsumisti-ecc. usino felicemente internet, il più grande successo della Difesa americana (no, non è vero che è nato al CERN, era una revirgination)

  5. Il fatto è che queste parole sono concetti e i concetti sono strumenti neutri ma questi in particolare sono strumenti storicamente usati dal passato e dal padrone. Per questo li si rifugge, anche a costo di dimenticarsi che, per costruire ogni futuro, sono sempre gli strumenti del relativo passato ad essere stati usati…per crearne di nuovi. Perché? Ma perché erano gli unici disponibili!

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