Pensare come le montagne: il cambiamento tra cielo e terra (parte 1)

foto Paolo

Paolo Ermani

“Pensare come le montagne” è un bellissimo libro di Paolo Ermani e Valerio Pignatta, che delinea un sogno lucido e visionario, potente, profondo e allo stesso tempo leggero, possibile, realizzabile. E’ un libro che spiega, ragiona e informa su quello che c’è dietro, su ciò che non riusciamo più a vedere dal momento in cui l’uomo ha perso il dono di vivere in armonia con se stesso e la Natura. E’ un libro che pone la possibilità di un essere umano di nuovo a contatto con se stesso e con l’ambiente di cui fa parte, che non dimentica e cura con attenzione ciò che lo circonda perché così facendo recupera se stesso, il suo senso e il suo compito: quello di essere felice e far felici i propri simili. Pensare come le montagne è un libro sul ritorno. Un ritorno forse non più indolore ma ancora possibile, umano, necessario.

Le montagne sono terra che si innalza verso il cielo. E il libro stesso sembra strutturato e organizzato come una montagna: la terra, le radici, le origini, le cause, l’analisi della situazione attuale in modo molto preciso e documentato, forte. Poi la cima: la spiritualità e la sua importanza, il suo ruolo nel cambiamento. Una spiritualità tutta umana. Addentriamoci un po’ di più nel significato di questo libro, grazie all’intervista (divisa in due parti) ad uno dei suoi autori, Paolo Ermani.

Il vostro libro ha un titolo molto suggestivo. Come è nato e che cosa significa? 

E’ nato da una frase di una popolazione indigena. Significa il saper guardare in prospettiva, lontano, che è l’unico modo per includere tutti nel proprio sguardo lungimirante. Purtroppo attualmente succede troppo spesso il contrario, si pensi anche solo alla politica che fa scelte senza in alcun modo tenere presente le prossime generazioni. Le loro scadenze sono quelle elettorali, il loro orizzonte è il potere, i soldi, figuriamoci cosa possono fare di positivo. Oggi si pensa solo ai prossimi cinque minuti, al proprio tornaconto e ovviamente in questo modo non si possono produrre che catastrofi. Bisognerà poi essere saldi come montagne per affrontare un futuro assai difficile se continuiamo a non guardare in prospettiva.

E’ un libro che guarda lontano e che delinea un sogno. Come se dicesse: immaginiamo un mondo così, un mondo che è possibile se lo volessimo davvero. E’ un libro che spinge a guardarsi intorno e a guardarsi dentro, a recuperare quel sogno. Come mai è così difficile perfino immaginare e sognare un mondo diverso?

Come fai a sognare se il tuo obiettivo è comprarti un nuovo cellulare? Come fai a sognare se fai un lavoro inutile, opprimente, senza senso? Se vivi fra cemento e lamiere?  Se ti preoccupi della marca dei tuoi jeans? E’ chiaro che in situazioni simili il sogno si riduce ai minimi termini se non sparire del tutto. Costruire un mondo diverso si ritiene sia impossibile e invece lo abbiamo già fatto, ma in peggio. Dobbiamo usare le stesse forze, energie, impegno, motivazione per costruirlo in meglio.

Come è stato possibile arrivare al punto in cui siamo? 

Potentati economici, finanziari, religiosi, politici, fatti da gente scaltra, senza scrupoli, avida, che ha perso qualsiasi senso umano e spirituale, attraverso immense ricchezze e forze hanno dettato i loro dogmi e fatto credere che l’unico dio da seguire sia il denaro, il potere. Questo verbo viene propinato in tutte le salse e maniere con un martellamento continuo e costante, dalla scuola al lavoro, dalla televisione a internet. E’ chiaro che seguendo denaro e potere l’umanità non durerà a lungo.

Chi legge questo libro è già, in un certo senso, in cammino sulla strada del cambiamento. Come fare, invece, a raggiungere tutti gli altri: i dormienti, gli ignari, i crescisti, i distratti, gli inconsapevoli?

Hanno letto questo libro anche molte persone che non erano in cammino e la cosa ha un po’ stupito anche me e Valerio Pignatta, l’altro autore del libro. Comunque più persone agiscono in modo diverso e più possono influenzare positivamente gli altri. Poi per una inversione di tendenza non è necessario che cambi immediatamente il 100% delle persone, bastano anche meno della metà per coinvolgere a catena tutti gli altri. Chi dice che bisogna cambiare tutti o che non ce la faremo mai, è qualcuno a cui la situazione sta bene così e non si vuole impegnare ma non se lo vuole ammettere.

Chi scrive un libro come questo ha, come si dice, “the big picture”: un quadro generale lucido e drammatico della situazione attuale. Una consapevolezza e una visione di questo tipo può lasciare spazio all’ottimismo?

Quando inizi a farti delle domande o a vedere le cose da prospettive diverse dalla voce del padrone, puoi rimettere in discussione tutto e farti quella che tu chiami The big picture. La situazione è senz’altro molto difficile e studiando i dati da molti anni, di certo non sembra esserci molto spazio per l’ottimismo ma la continua nascita ovunque nel mondo di gruppi, iniziative e persone consapevoli che capiscono che continuando così non ci sarà futuro per nessuno, ci fanno ben sperare.

LA CRISI

Tu dici che la crisi può essere l’opportunità per scoprire i nostri talenti e le nostre capacità come sopiti e mai davvero indagati e valorizzati. Come fare per crederci?

La crisi è un’ autentica benedizione, si stanno riscoprendo il risparmio, la sobrietà, i rapporti sociali, la comunità, la collaborazione, capacità e valori dimenticati.  Facendo di necessità virtù, se si cambia stile di vita e si analizza la situazione da prospettive diverse, ci si accorge che non servono tutti quei soldi che ci dicono siano assolutamente indispensabili. E guarda caso ci dicono che ne servono sempre di più creando bisogni indotti in una spirale senza fine o facendoci credere che se non abiti in una città, dove tutto costa maggiormente, sei uno sfigato. Spero che la crisi si aggravi perchè è forse l’unica possibilità che abbiamo per salvarci.

Parli di metamorfosi lavorativa. Che cos’è esattamente? Pensi che sia possibile per tutti?

Si diffonderà quella che noi chiamiamo “l’obiezione al lavoro”, che non significa non andare a lavorare ma chiedersi se il lavoro che si sta facendo o che si cerca, è dannoso per se stessi, i propri figli e l’ambiente, se ha un senso, una qualche utilità reale, se arricchisce gente senza scrupoli. Questo sistema non è solo opera di gente perfida ma si basa sull’appoggio di noi tutti, senza il nostro appoggio il sistema non si reggerà più. Sembra una strada lunga e utopica e invece è la più veloce e realistica, le altre strade tentate, non ultima quella esclusivamente elettorale, sono fallimentari e non hanno portato cambiamenti sostanziali, anzi hanno peggiorato la situazione.  Basta guardarsi attorno e vedere non solo lo squallore di vite fotocopia ma anche la tristezza e la costante insoddisfazione di persone che accettano un modello a cui si sono adeguate ma che non è quello che desideravano profondamente.

IL CAMBIAMENTO

Il cambiamento autentico, personale e profondo deve essere accompagnato anche da un cambiamento interiore. Ci vuole tempo, però, perché questo succeda. Abbiamo il tempo, in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo di aspettare che questo avvenga?

Tempo o meno, saremo costretti comunque a cambiare dentro e fuori di noi, meglio prepararsi per non ritrovarsi nel panico più totale e incapaci da ogni punto di vista materiale e spirituale.

Quali sono le prime cinque cose da fare per mettersi sulla strada del cambiamento? E, soprattutto, quali sono le contraddizioni e gli errori da evitare? 

Fare un lavoro in linea con i propri valori (non monetari), le proprie inclinazioni e che non danneggi gli altri e l’ambiente. Creare gruppi, comunità, progetti di ecovicinato per ricostruire il tessuto comunitario. Autoprodursi il più possibile energia e alimenti. Ridurre l’esigenza del denaro.

Quanto è importante l’informazione per un possibile cambiamento? Quanto è importante sapere che cosa c’è dietro il nostro stile di vita? Come fare per informarsi visto che i giornali più conosciuti e la tv non fanno cenno delle cose di cui parli?

La televisione da sempre non informa ma deforma, i giornali, anche quelli che si dichiarano “indipendenti”, sono pagati da sponsor indecenti che sono la causa dei problemi e della disinformazione, idem succede per l’informazione in internet dove è la prassi trovare siti che parlano di ambiente sponsorizzati da Enel, Eni, Expo, industrie chimiche, case automobilistiche e così via.  Internet però almeno dà la possibilità comunque di accedere ad ogni tipo di informazione ma ci vuole una fase preliminare di formazione e cultura per non perdersi nella rete e da questo punto di vista i libri sono insostituibili.

Quanto possono influire quelli che ci sembrano piccolissimi cambiamenti individuali a livello globale? Cosa ti senti di rispondere a quelli che sostengono che il cambiamento individuale sia irrilevante quando non del tutto inutile se non si è tutti a cambiare?

Quando i Gruppi di Acquisto Solidale e chi credeva nel biologico, hanno iniziato la loro attività sembrava qualcosa di minuscolo e ininfluente, ora i GAS sono diffusi ovunque e il settore bio è tra quelli più in salute economicamente, nonostante la crisi. I piccoli cambiamenti quindi sono una grande speranza. Che il cambiamento individuale sia irrilevante è una colossale e tipica scusa per non fare nulla, di solito dopo questa scusa c’è la filippica contro i politici, contro il fato e gli astri avversi.  Ancora più ridicolo e meschino è lo scagliarsi contro o irridere chi agisce. Di solito chi critica lo fa perché se qualcun altro riesce nel suo intento, gli dimostrerebbe che è un inetto, uno che pensa solo a lamentarsi, quindi spesso invece di fare si preferisce accusare, affondare, offendere. Nessuno deve riuscirci altrimenti ci dimostrerebbe che siamo dei falliti o dei codardi e questo non lo possiamo accettare.

Parli di trasformare la nostra esistenza in vita. Quali sono i cardini su cui si basa questa trasformazione. E’ alla portata di tutti?

Attualmente si sente parlare di cambiamento interiore che parafrasa molto la frase di Gandhi “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Un certo modo di pensare di stampo individualista (in senso negativo, cioè dove il proprio orizzonte inizia e finisce a se stessi) utilizza queste frasi per dimostrare che il cambiamento interiore è la chiave di tutto, dimenticando totalmente che Gandhi cambiava se stesso e allo stesso tempo rivoluzionava l’India e il mondo intero con un messaggio di una potenza straordinaria. Certo che il cambiamento interiore è importante ma se tu cambi dentro e poi fuori ti comporti come un cittadino qualunque senza porti domande su che lavoro fai, cosa mangi, dove vivi, che energia usi, come ti sposti, come educhi i tuoi figli, etc, il tuo solo cambiamento interiore sarà comunque una sciagura per l’ambiente, per i tuoi figli e nipoti e per tanta gente lontano da noi che a causa del nostro modello di sviluppo crepa tutti i giorni. Nel libro trattiamo l’argomento della new age e di tante di queste mode o false soluzioni che addormentano, fanno pensare che facendo meditazione o mettendo delle statuine agli angoli della casa, sei una persona diversa “dentro”. Poi la mattina vai al lavoro e con qualche click magari distruggi ettari di foreste o contribuisci in maniera più o meno indiretta a ridurre in miseria o peggio, un tot di persone. Trasformare la propria esistenza è alla portata di tutti sempre e comunque, chi lo nega o dice che lo possono fare solo i ricchi o chi se lo può permettere, sta insultando migliaia di persone che senza essere ricchi o degli Einstein lo hanno fatto, lo fanno e lo faranno.

Come può chi è sulla strada del cambiamento aiutare chi è indietro o chi timidamente non sa ancora quale direzione prendere?

Creando luoghi, lavoro, relazioni diverse e coinvolgendo gli altri, facendo vedere che la costruzione di un modo diverso di vivere, lavorare, mangiare, produrre energia, etc non solo è possibile ma fattibile da subito. L’esempio è un’ arma eccezionale. L’amico Simone Perotti dice “Fare e testimoniare”, mi sembra riassuma bene la questione.

Uscire dall’individualismo è molto difficile e voi sembrate dire che, invece, è una strada assolutamente necessaria. Perché? E come fare per iniziare ad aprirsi?

L’individualismo sano è quello che ti fa avere una coscienza di te stesso e non ti fa seguire capi, guru, dottrine, ideali che vanno a danno degli altri o si reputano infallibili ma bensì ti fa cercare risposte e soluzioni senza scuse, scappatoie e falsità. L’individualismo meno sano è quello per il quale tutto è rapportato a se stessi e alla propria soddisfazione, dove il mondo esterno, gli altri, l’ambiente sono solo un mezzo per avere “successo”, quel successo che spesso significa schiacciare altri o aderire ad un modello per cui ogni successo prevede il fallimento di altri. Molti coach di stampo classico che da sempre motivano e aiutano aziende, manager, lavoratori a fregare meglio gli altri, i clienti, la concorrenza,  si stanno riciclando con parole tipo cambiamento, ambiente e qualche tema a noi vicino, ma lo fanno sempre con l’idea fissa al portafoglio. Finché il tuo obiettivo sarà il soldo, il successo, l’apparire, il sentirsi superiore, sarai sempre un povero individualista prigioniero di te stesso, anche se parli di decrescita o di cambiamento.  Per aprirsi basterebbe essere un pochino umili e soprattutto saper ascoltare, merce rarissima in un mondo dove tutti vogliono farsi ascoltare e per questo pochi sanno ascoltare. Separatore Fine della prima parte. La seconda parte dell’intervista sarà pubblicata mercoledì prossimo.

4 risposte a “Pensare come le montagne: il cambiamento tra cielo e terra (parte 1)

  1. Sempre tonico e coinvolgente Paolo Ermani, per cambiare non serve cambiare tutti, ma cominciare da noi stessi e raggiungere una certa massa critica. Del resto le campagne pubblicitarie che da anni studiano certe dinamiche (e i social networks costituiscono anche, in realtà, degli studi più approfonditi perchè misurano il propagarsi di idee, tendenze e gusti) non credo che puntino mai a convincere il 100% degli utenti, ma quel tanto che basta perchè il fenomeno si affermi.

  2. E’ molto importante il cambiamento individuale e molti di noi ci stanno riuscendo, ci provano o, almeno, si pongono il problema. Resta poi il problema di riuscire a condividere, di informare, di farsi testimoni, di superare l’individulaismo e mettersi a confronto con gli altri e fare comunità. Questa è una sfida importante che tutti dovremmo, e in ogni caso dovremo, affrontare.

  3. “Poi per una inversione di tendenza non è necessario che cambi immediatamente il 100% delle persone: ne bastano anche meno della metà, per coinvolgere a catena tutti gli altri.”

    Finalmente qualcuno che scrive chiaro e tondo, che per cambiare le cose, la democrazia non sia indispensabile.

    In Natura non c’è nulla – dagli atomi alle galassie – che funzioni secondo le regole democratiche: tutto funziona invece secondo il principio della massa critica. Che, in una comunità umana, equivale a un 30% circa degli individui che la formano.

    Questo ragionamento può aprirne altri sull’essere la democrazia un metodo di governo valido, oppure un’utopia. Magari li faremo, eh?

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