La vita agra

Luciano Bianciardi (1922-1971)

Luciano Bianciardi (1922-1971)

Nel nostro mestiere occorre staccarli bene da terra, i piedi. E ribatterli sull’impiantito sonoramente. Bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere – una nube di polvere, possibilmente – e poi nascondercisi dentro.

Non è come fare il contadino o l’operaio. Il contadino si muove lento, perché tanto il suo lavoro va con le stagioni, lui non può seminare a luglio e vendemmiare a febbraio. L’operaio si muove svelto, ma se è alla catena, perché gli hanno contato i tempi di produzione, e se non cammina a quel ritmo sono guai. Ma altrimenti l’operaio va piano, in miniera per esempio non si mette mai a battere i piedi e il falegname se la fa con calma, la sua seggiola o il suo tavolino, con calma e precisione, e l’imbianchino ti resta in casa una settimana solo per scialbare una stanza.

Ma il fatto è che il contadino appartiene alle attività primarie, e l’operaio alle secondarie. L’uno produce dal nulla, l’altro trasforma una cosa in un’altra. Il metro di valutazione, per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi all’ora, se il podere rende.

Nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono né primari, né secondari. Terziari sono, e anzi oserei dire addirittura “quartari”. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura.

Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo.

In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra Stato e Stato, tra fazione e fazione, ma interna allo Stato, interna alla fazione.

Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio sarà quello. Sei diventato vescovo? No? Allora vatti a riporre. La concorrenza? Che t’importa della concorrenza? L’importante è fare le scarpe al capoufficio, al collega, a chi ti lavora accanto.

Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere.

[…]

Ma il guaio è dopo, perché in quel vuoto (ipotetico vuoto di potere causato da una rivolta, ndr) si ficcherebbero automaticamente altri “specialisti della dirigenza”. Non puoi scacciarli, perché questo è il loro mestiere, e si sono specializzati sugli stessi libri di quelli che dirigono adesso, ragionano con lo stesso cervello di quelli di ora, e farebbero le stesse cose. Lo so, sarebbero più onesti – dici tu – più seri, ma per ciò appunto più pericolosi. Farebbero crescere le “medie” (indicatori di efficienza, ndr) sul serio, la produttività, i bisogni mai visti prima. E la gente continuerebbe a scarpinare, a tafanarsi, più di prima, a dannarsi l’anima.

No, ora so che non basta sganciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.

Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha.

La rinunzia sarà graduale, iniziando coi meccanismi, che saranno aboliti tutti, dai più complicati ai più semplici. Dal calcolatore elettronico allo schiaccianoci.

Poi eviteremo tutte le materie sintetiche, iniziando dalla cosiddetta plastica.

Quindi sarà la volta dei metalli, dalle leghe pesanti e leggere giù giù fino al semplice ferro.

Né scamperà la carta. Eliminata carta e metallo, non sarà più possibile la moneta, e con essa l’economia di mercato, per fare posto a un’economia di tipo nuovo, non del baratto, ma del “donativo”. Ciascuno sarà ben lieto di donare al suo prossimo tutto quello che ha e cioè – considerando le cose dal punto di vista degli economisti d’oggi – quasi niente. Ma ricchissimo sarà il dono quotidiano di tutti a tutti nella valutazione nostra, nuova.

Saranno scomparse le attività quartarie e anzitutto i grafici, i PRM e i demodossologi.

Spariranno quindi le attività terziarie, e poi anche le secondarie.

E’ ovvio che a questo si arriverà per gradi, e non senz’arresti o inciampi. Agli inizi formeremo appena delle piccole comunità, isolette sparute in mezzo allo sciaguattare dell’attivismo, e gli attivisti ci guarderanno con sufficienza e dispregio.

Avremo eletto per nostra dimora le zone meno abitate, cioè quelle che hanno clima migliore.

A poco a poco, vedremo la nostra isola crescere, collegarsi con altre isole fino a formare una fascia di territorio ininterrotto.

[…]

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata, che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla.

Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?

E’ vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dir molto una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti.

Eppure, proprio perché mediocre, a me sembra che valesse la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato: il “miracolo italiano”.

Separatore

E’ possibile che qualcuno di voi abbia riconosciuto la provenienza di questa lunga citazione, essendo infatti tratta dalla proposta di lettura di questo mese: “La vita agra” di Luciano Bianciardi (scritto nel 1962, non ieri l’altro).

Ad essere sinceri, questa volta avevo inserito l’attuale libro del mese prima di averlo letto (cosa che non faccio mai); tuttavia sapevo di procedere sul velluto, in quanto l’autore grossetano viene spesso citato e suggerito anche da Simone Perotti, che in lui individua – a ragione – uno dei primi e più autorevoli interpreti italiani della corrente di pensiero che s’ispira a quegli stili di vita innovativi, alternativi e salvifici, felicemente abbracciati dall’espressione “downshifting”. Scalare marcia, appunto: correre di meno e vivere di più.

Non ho ovviamente molto altro da aggiungere a quanto dice Bianciardi. Se non che, per una curiosa coincidenza spazio-temporale, mi sono trovato a “divorare” questo libro durante un mio soggiorno a una manciata di chilometri cioè dal paesino di Ribolla, che nel 1954 fu teatro della carneficina da cui prende le mosse proprio la vicenda narrata nel testo: lo scoppio cioè di una miniera di lignite (causato dall’incuria dolosa, e in cui persero la vita 43 persone), che ha scatenato le ire del protagonista contro la mentalità turbocapitalistica concomitante alla promessa del “miracolo italiano”, appunto.

Le vicenda è antica. Le prassi, invece, sono purtroppo attualissime. Denaro: “da”, “con” e “per” qualsiasi cosa.

Il miracolo italiano ha mantenuto, sì, le sue promesse. Ma solo per un paio di generazioni, forse meno. E oggi, chi dobbiamo ringraziare per questa promessa non mantenuta?

Quel modello non è più applicabile. Oggi le pensioni non ci sono più. I giovani laureati non trovano lavoro. Gli imprenditori si suicidano (anche se, da quando abbiamo il governo Letta, non finiscono più sui giornali…). Questo è il futuro che ci attende, a noi trentenni e quarantenni degli Anni Zero.

Chi dobbiamo ringraziare? Il piano Marshall? I fiumi di denaro che ci hanno versato, in cambio della fedeltà politico-istituzionale (sudditanza?) all’american-dream per le decadi successive? E’ facile, troppo facile liquidare la cosa così semplicemente…

No, quel modello è stato piuttosto un inganno. Cinicamente e lucidamente studiato a tavolino. Hanno prima fatto in modo che ci credessimo, ci hanno adulato e sedotto con il libero mercato. Ma soprattutto con i finti bisogni e le merci che ci hanno raccontato servissero a soddisfarli. Senza raccontarci, però, l’altra metà del film! Che quel paradigma, cioè, non sarebbe potuto durare in eterno. Ma che ci avrebbe presto condannato, privandoci del futuro, a un presente ieri di disillusioni e disincanti, oggi di incertezza e paura. E oggi, infatti, ne stiamo puntualmente e profumatamente pagando il conto, come era ampiamente prevedibile. Come sostiene lo stesso Latouche,

non c’è nulla di peggio di una “società della crescita” che non cresce più.

E, come sostiene l’intera corrente di pensiero ispirata alla Decrescita,

chi crede che una crescita infinita sia possibile in un mondo dalle risorse finite, può essere solo un pazzo o un… economista.

Queste cose erano evidentemente chiarissime, almeno alle personalità più spiccate, già nel 1962… So che spesso molti di voi seguono le mie proposte di lettura. Bene, non fatevi scappare “La vita agra” allora! Se siete qui, su LLHT, siete i primi in assoluto a meritarvi questo piccolo capolavoro.

Ciao, Andrea

14 risposte a “La vita agra

  1. Come ti ho gia’ anticipato in altri post, da un anno a questa parte la nostra vita (la mia per prima) ha preso una nuova direzione. In aggiunta scegliamo meno e bio. Niente piu’ tranelli di 2×3 etc negli supermercati e tranne qualche bevanda gassata, tutto il resto e’ tutto fatto da noi. Ho creato la pasta madre cosi’ la pizza e qualche volte il pane lo faccio io. Le verdure ci arrivano da un contadino che (decidendo di dare una svolta alla sua vita) si dedica alla coltivazione bio con la famiglia e qualche aiutante, poco fuori dalla cittadina dove viviamo. La frutta arriva da un distributore che raccoglie i prodotti da contadini locali, tutto rigorosamente bio. Di fronte alla svolta netta che ha preso la nostra vita mi chiedo come hanno preso in giro i nostri nonni quando hanno fatto credere loro che abbandonare le loro buone abitudini di contadini era un segno di progresso, mentre rifilavano loro prodotti fatti con materie prime scadenti e prodotte industrialmente senza piu’ potere nutritivo naturale. ah il punto e’ prenderne coscienza e cambiare rotta e come dici in un tuo commento, senza restare fermi, consapevoli che le nostre scelte hanno delle ripercussioni!

    • Complimenti, davvero!
      Le tue prassi esprimono davvero quella che è una condotta a impatto-zero.
      Quanto alle credenze che hanno demolito ai nostri nonni, sostituendole con prospettiva assai più allettanti (ma illusorie), credo possa valere la stessa citazione di Ivan Illich che ho riportato nella risposta a Marco, poco prima della tua.
      Quanto invece alla tua ultima considerazione, è verissima: le nostre scelte HANNO delle ripercussioni, se non altro in chi le osserva. Perché, se non stiamo parlando di persone completamente prive, almeno, della capacità di osservare, la domanda fatidica se la faranno eccome: “Perché lo fa?”
      Ciao!

      PS: fai benissimo a leggere quel libro; se può interessarti, nella nuova rubrica “Letture Consigliate” (a cui puoi accedere dal menu Multimedia), puoi verificare che, se lo si ordina entro metà agosto, viene proposto adesso a un prezzo particolarmente conveniente.

  2. La generazione degli attuali cinquantenni poteva ancora svoltare e a volte l’ha fatto ma un quasi-trentenne come me, adolescente quando ancora la regola era il posto fisso e poi studente non troppo fortunato nella bolla della “licealizzazione” umanistica quando avrebbe dovuto insistere e procurarsi una competenza tecnica, come può fare a combattere un presente che non ha (più) bisogno di certe figure, cresciute in sovrannumero quando lo Stato c’era e finanziava? La mia generazione è stata educata, quasi addestrata ad un mondo che, anche se sembra vivo, ora è morto ed è morto in poco tempo delle sue contraddizioni e, anche, del suo ottimismo. Scusa lo sfogo, spero di non aver semplicemente generalizzato una condizione personale.

    • Marco,
      premetto che quando ho scritto questo post… sì, in effetti mi aspettavo ritorni di un certo spessore, ma quelli che sto osservando stanno andando al di là delle mie più rosee aspettative! Questo, tra l’altro, mi conferma come LLHT stia davvero riuscendo a coagulare intorno a sè una comunità di testimoni di primo livello sui temi che tratto: non sapete quanto la cosa mi faccia piacere!

      Ma vengo alle questioni che sollevi. Prima di tutto, non ho considerato il tuo intervento uno sfogo, ma una riflessione amaramente vera e attuale. E rispondo subito alla tua domanda: noi oggi stiamo pagando una politica economica sciagurata, avviata nel Dopoguerra grazie – da un lato – ai soldini che ci hanno fatto avere gli americani (a certe condizioni) col Piano Marshall, e – dall’altro lato – aderendo e immergendoci fino al collo nella sabbia mobile del consumismo.

      Sai cosa sostiene, a questo proposito, colui che non mi stancherò mai di citare (Ivan Illich), in una delle sue più riuscite diagnosi della società industriale moderna e del ruolo della cosiddetta “economia formale” (che ha eclissato quella “di sussistenza”)?

      Questo è il significato dello sviluppo: cominciando con il racchiudere in un recinto le pecore del signore, per arrivare a delimitare strade destinate esclusivamente alla circolazione delle automobili e a restringere l’accesso agli impieghi “desiderabili” a coloro che abbiano almeno dodici anni di educazione scolastica. Lo sviluppo ha sempre significato la VIOLENTA ESCLUSIONE di coloro che sopravvivevano mediante i valori d’uso dell’ambiente, senza dipendere dal consumo.

      Capisci? Non è la tua formazione umanistica, che ti esclude dal mondo del lavoro. Non è la tua mancanza di competenze tecniche. Quando, come tu dici, lo Stato c’era e finanziava… che cosa stava finanziando, in realtà? Finanziava questo perverso meccanismo di produzione, consumo e sperpero. Non finanziava la costruzione di una società equa, basata sui bisogni veri e sulle reali capacità di soddisfarli.
      Per questo motivo, mi altero quando parlo di “ipnosi consumistica”: il consumismo non è l’EFFETTO di un sistema studiato a tavolino, ma ne è la CAUSA. Il consumismo è stata una specifica “terapia sociale”, capace nel medio periodo di creare occupazione (effimera), per soddisfare dei bisogni (indotti) tramite la produzione di merci (perlopiù inutili).

      Io, oltre ad avere qualche anno più di te, ho una formazione specialistica, in una scienza considerata “dura”. Ma, come vedi, mi sto dedicando sempre più all’approfondimento di tematiche sociali (che sono invece “soft”). Puoi quindi desumere che il possesso di una laurea scientifica sia in grado di immunizzare le persone di buon senso dallo spettro dell’imminente fallimento del sistema? Io sto rischiando qualcosa, scrivendo questo blog. Sto rischiando proprio quello che dice Ivan Illich: la violenta espulsione da questo sistema.

      Ma ti confido una cosa: se non lo facessi, se privassi il mio cervello di questa facoltà espressiva, priverei il mio presente di un mio (vero) bisogno! E, pensa un po’, mi sentirei morto. Più morto di questo

      mondo che, anche se sembra vivo, ora è morto ed è morto in poco tempo delle sue contraddizioni e, anche, del suo ottimismo.

      Spero che il messaggio sia arrivato. Ciao e non mollare mai.

  3. Andrea è sempre un piacere leggere i tuoi post, mi fanno riflettere … molto. Coincidenza ho appena iniziato il libro pochi giorni fa , un motivo in più per continuare a leggerlo.Ciao laura

    • Grazie, Laura!
      Come una volta mi ha scritto un altro lettore, capisco che a volte possa risultare quasi “retorico” fare i complimenti a un articolo. Lui – ricordo – diceva che è meglio dissentire piuttosto che assentire, in quanto solo da posizioni divergenti possono nascere nuovi stimoli. Vero, verissimo.
      Però… quanto fa piacere ricevere messaggi come il tuo! Che iniezione di fiducia!
      (Anche perché esaudiscono al cento per cento quella che è la mission di LLHT, sempre là, nella pagina di benvenuto e scolpita nella pietra – anzi: nel legno – da quasi un anno!)
      Ciao

  4. Caro Andrea, ho letto “La vita agra” qualche anno fa e ne ho sottolineato tanti passaggi che ora ricordo quasi a memoria. Vorrei segnalare anche “Shock economy” di Naomi Klein (come una delle risposte alla tua domanda “Chi dobbiamo ringraziare?”).
    Questa settimana finirò di traslocare per il mio downshifting; debbo dire che il trasloco fatto per andare a vivere con meno è terapeutico. Per dire, ho regalato interi scatoloni di libri a biblioteca, accademia di belle arti e amici. Ho venduto al mercatino dell’usato, ho portato alla stazione ecologica, ho regalato. E dire che erano anni che i miei consumi si erano ridotti all’osso…
    E’ stata un’occasione per riflettere sull’accumulo, sugli oggetti e perché no, sui beni e sul bene in senso più ampio.
    Buona estate,
    Francesca

    • Grazie per il suggerimento, Francesca. Lo leggerò sicuramente (nel frattempo, vale il “solito” discorso: se hai voglia e tempo, sentiti liberissima di scrivere un pezzo/recensione sull’autrice di NoLogo da pubblicare qui sopra… nel caso, lo potremmo poi anche inserire come Proposta di Lettura del mese).

      Quanto al resto, mi fa un piacere immenso che stiate ultimando il vostro percorso! Ricordo che mi avessi detto di come aveste intenzione di spostarvi in una zona meno civilizzata di quella dove stavate prima… posso chiederti dove siete ora? E, soprattutto, se davvero continui a ritenerla “meno civilizzata” o se, piuttosto, non lo sia invece – paradossalmente – di più? 😉

      Ricordo che, quando l’Alpino spiegò, a me cittadino, come il lasciar crescere nell’aia alcuni particolari arbusti selvatici avrebbe distratto i falchi dalla predazione dei conigli e delle galline (vedi “La natura della felicità“), ho pensato che la verà civiltà non era saper imboccare la metro di Milano dal lato giusto…

      Ciao

      • Hai ragione Andrea, ho usato il termine “meno civilizzata” in modo improprio: è più corretto dire “meno urbanizzata”, che meraviglia! La casetta è nelle Marche, vicino al Parco regionale della Gola della Rossa (grotte di Frasassi), dammi tempo per aprire almeno un paio di scatoloni e qualche sedia poi l’invito a pranzo da noi è assicurato.
        Per quanto riguarda la recensione a “Shock economy” mi ci metto d’impegno, promesso e rilancio consigliando a quanti seguono questo blog anche il libro di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”, non ricordo se l’hai già segnalato. A proposito, perchè non fai una sorta di finestra dove poter trovare i libri che consigli ogni mese?
        Grazie ancora per gli spunti sempre interessanti,
        Francesca

        • Grazie a te, Francesca. Sia per l’invito a pranzo, che per l’idea di creare una sezione con il repertorio delle letture consigliate: davvero ottima! Così ottima, anzi, che ho già creato la finestra dedicata (nel nuovo menu “Multimedia”, che va a rimpiazzare – arricchendola – la vecchia Cineteca).
          Nei prossimi giorni, recupero la lista delle letture segnalate su LLHT e la compilo.
          A presto, ciao!

        • Gola della Rossa? Wow! Serra San Quirico è sempre stato uno dei paesi nei quali vorrei abitare, mi ci sento davvero di casa.
          Andrea, se passerai da quelle parti, non perderti la passeggiata del borgo, sotto ciò che rimane delle antiche mura. Ristorante raccomandato (possibile che se fai il mio nome ai proprietari, si commuovano e ti rilascino la “Patente di Salnitraro)): “Le Copertelle”, appunto.

  5. Segno del destino?
    Quando quattro anni fa abbiamo deciso, io e mia moglie con i nostri due figli, di lasciare Brescia, siamo finiti ad una manciata di chilometri da Ribolla.
    Personalmente non sono ancora riuscito a trovare la quadratura del cerchio.
    Mi auguro presto …
    Non mancherò di approfondire la lettura del mio ora … quasi … compaesano!

    • Alessandro, ma che coincidenza, davvero! Ad ogni modo, mi fa piacere che tu abbia scoperto così la tua quasi conterraneità di Bianciardi (nemmeno io sapevo essere di Grosseto, prima di aver affrontato il libro).
      Quanto alla “quadratura del cerchio”, stai pure tranquillo: nemmeno io, a volte, sono tanto sicuro che si tratti di un cerchio da quadrare, oppure – più verosimilmente – di un quadrato da arrotondare. L’importante, credo, è che ci si dia da fare (sia per quadrarlo, che per smussarlo…).
      L’importante è non stare fermi. Perché è questo, che qualcuno vorrebbe.
      Ciao,
      Andrea

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