Lettera ai contadini sulla povertà e la pace

Jean Giono

Jean Giono (1895-1970)

Io sono i libri che ho letto“, pare abbia dichiarato una volta Borges. Se davvero così fosse, io dovrei essere allora moltissime cose, visto che di libri ne ho letti davvero tanti. E, quando si hanno all’attivo tantissimi libri, viene spontaneo domandarsi quale sia stato quello più importante, quello cioè che ha aperto il maggior numero di orizzonti, quello che ha lasciato la traccia più profonda, quello che si vorrebbe che tutti i propri amici leggessero… Bene, per quel che mi riguarda, questo libro è “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace“, scritto da Jean Giono nel 1938, ma che – per moltissimi aspetti – sembra sia stato scritto ieri l’altro. Non a caso, questo piccolo manifesto dello scrittore francese, di umilissime origini italiane, è stato il primo libro che ho proposto nella rubrica “Letture consigliate” di LLHT. Non aggiungerò altro, se non alcuni brevi estratti dalla prefazione (di Carlo Petrini), dalla stessa Lettera e, infine, dalla postfazione (della curatrice Maria Grazia Gini), lasciando ai lettori di LLHT il piacere della scoperta di un messaggio senza tempo che, naturalmente, coincide al cento per cento con le idee di questo blog. Separatore Dalla prefazione di Carlo Petrini:

[…] La realtà è che i processi che Giono deplora – la sottomissione al denaro, la perdita del senso della misura, la mercificazione del lavoro che estranea dalla vera vita – sono stati portati al loro eccesso. […] Il progresso, per come lo intendono coloro che si sono arricchiti con questo sistema, ha ampiamente dimostrato che non ha più “nulla a che fare con la gioia di vivere”. Viviamo infatti una crisi che non è soltanto finanziaria o economica. Perché è anche in crisi l’uomo, e come è avvenuto per tutte le altre grandi crisi storiche – momenti di transizione da una paradigma vecchio, usurato e insostenibile, a uno nuovo, di rinascita – ci toccherà ripartire da qualcosa che non sia il consumismo, il libero mercato globalizzato, il denaro sempre più inafferrabile, ma sempre più strumento di potere. […] Abbiamo bisogno di comunità in cui ci sia un sentimento di reciprocità, in cui il gesto del dare non sia per ottenere qualcosa in cambio, né per carità. Ci dovrà essere un ritorno alla terra da parte dei giovani, perché in molti Paesi la mancanza di contadini comincia a essere preoccupante. [Occorre] sentirci parte della Natura e non suoi dominatori; avere il senso della misura nelle attività che svolgiamo o finanziamo; non credere che il consumo possa essere la nostra unica ragione di vita. […] Ne va della vostra – della nostra – felicità. Si tratta di avere vite che valgano la pena di essere vissute e di costruire qualcosa di nuovo, creativo, appagante: un nuovo Umanesimo.

Selezione di estratti da “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace”:

[…] I tempi moderni hanno creato un’agiatezza che rende servizio al corpo dell’uomo solamente attraverso il denaro. I politici mi accuseranno ancora di voler tornare al Medioevo; lasciamoli perdere. Hanno solo l’importanza che si danno. […] Solo la parte di proprietà commisurata ai bisogni del suo proprietario s’adatta a questo proprietario; tutta la parte in eccesso a tale misura può soltanto adattarsi al sociale e non è più contadina. I due grandi sistemi sociali moderni – il capitalismo e il comunismo – sono sistemi di dismisura. Entrambi distruggono la piccola proprietà contadina. Il contadino non può accettare l’uno o l’altro senza diventare da una parte un capitalista e dall’altra parte un operaio. In entrambi i casi, smette di essere un uomo. [Oggi] la meta del contadino non è più vivere, è costruire  un capitale. Lui crede che vivere significhi costituire un capitale. Crede che il capitale gli concederà una magnificenza irraggiungibile con la sola vita. E’ che non cerca più di mangiare, cerca di vendere. La prova el suo errore è che non riesce più a vendere. La prova dell’errore della vendita, in generale, è che il lavoro dell’uomo applicato logicamente al desiderio di vendere distrugge da sé la possibilità di vendere. E’ come un nodo scorsoio. L’uomo che non compie più gesti di vita non deve stupirsi se la vita si allontana da lui. Avete piantato il chiodo in una trave, avete attaccato la corda, ve la siete annodata al collo, avete quasi rovesciato lo sgabello e ora gridate: “Mi strangola!”. Di cosa vi stupite? Per vivere, ci si comporta diversamente. Cosa volete? Le gioie dell’aldilà del denaro, il paradiso che vi promettono i soldi, oppure la vita di quaggiù? Bisogna scegliere, e non reclamare una cosa quando s’insegue l’altra. […] Avete subordinato la vostra vita al denaro; il denaro è il prodotto del Governo; perché stupirvi di essere subordinati al Governo? Se per vivere dipendete da altri, oltre a voi stessi, perché stupirvi che questi altri siano padroni della vostra vita? […] Ecco che voialtri, contadini, come gli operai, ora non avete il diritto di parlare della guerra. Non avete più il diritto di rifiutare la guerra. Si è fatta l’unanimità. Seminare frumento è divenuto un atto di guerra. E non crediate che l’atto di guerra sia la trasformazione operata dai chimici sul frumento. No, l’atto di guerra è quando un uomo possiede seicentomila chili di frumento, mentre gliene bastano seicento per cibarsi; è quando non regala il superfluo. Voi mi dite che seicentomila chili di frumento costano molta fatica e che non è giusto regalare una fatica tale. La verità è che non è giusto farla, quella fatica! La pace è la qualità degli uomini misurati. […] Quel che il sociale chiama povertà, per voi contadini è misura. Attualmente siete gli ultimi a poter vivere nobilmente con misura. E ciò vi dà una tale potenza che se accettate di vivere nella misura dell’uomo, tutto, intorno a voi, acquisirà la misura dell’uomo. Lo Stato diventerà quel che deve essere: il nostro servitore, non il nostro padrone. Avrete liberato il mondo senza battaglie. […] Si vive una volta sola. Se ci si sa fare, la vita vale la pena di essere vissuta. La povertà vi insegnerà subito a saperci fare. Voi sciupavate la vostra vita per produrre un’eccedenza che nelle annate migliore riuscivate a scambiare col denaro dello Stato, ovvero con niente. Voi davate un po’ della vostra persona per niente. Insisto: niente. E non faccio per dire. E’ esattamente, matematicamente… niente!

Dalla postfazione di Maria Grazia Gini:

La figura di Giono è quella di un personaggio che si staglia contro l’orizzonte delle ideologie in maniera netta, forte di una selvaggia indipendenza. […] Giono sa perfettamente che questa indipendenza lo renderà solo e sospetto: se da destra verrà malvisto per via del suo antimilitarismo, da sinistrà sarà considerato troppo poco ortodosso. […] Giono è sempre stato refrattario alle cariche, ai discorsi in pubblico, alle grandi assemblee. E’, in sostanza, un anti-intellettuale, un anti-sociale.

Separatore Un paio di post affini (e… scritti da me!) sono: “La natura della felicità” e “Il prezzo della libertà“. Ciao.

6 risposte a “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace

  1. condivido molto di quello che ho lettosopra . vorrei ribadire che tutto cio` che l`uomo fa, lo deve fare sempre a sua misura. se strafa` per ambizione personale, senza saperlo si sta danto la zappa sui piedi. da qui nascono tutti i suoi problemi.

  2. Caro Andrea. Sempre più i “pensieri” di Giono sembrano coincidere con le mie esperienze di vita.

    Riporto questa frase:
    “Si vive una volta sola. Se ci si sa fare, la vita vale la pena di essere vissuta. La povertà vi insegnerà subito a saperci fare.” … ecco il punto di partenza, la sobrietà, la rinuncia a ciò che siamo abituati sia ovvio, utile, necessario.
    Non nascondiamoci di fronte al “sarebbe bello, però …” perchè dietro a quel però c’è il nostro fallimento di uomini !
    Non è questione di coraggio, è questione di essere noi stessi, di guardarci allo specchio e smetterla di lamentarci o trastullarci con bei principi, belle letture, begli obiettivi.
    Prima, che poi, è tempo di fare, di muoverci, di cambiare: questo vale per tutti.

    Dalla prefazione di Carlo Petrini riporto le ultime due frasi che sintetizzano ancor più in maniera perfetta ciò che intendo dire:

    […] Abbiamo bisogno di comunità in cui ci sia un sentimento di reciprocità, in cui il gesto del dare non sia per ottenere qualcosa in cambio, né per carità. Ci dovrà essere un ritorno alla terra da parte dei giovani, perché in molti Paesi la mancanza di contadini comincia a essere preoccupante. [Occorre] sentirci parte della Natura e non suoi dominatori; avere il senso della misura nelle attività che svolgiamo o finanziamo; non credere che il consumo possa essere la nostra unica ragione di vita.

    […] Ne va della vostra – della nostra – felicità. Si tratta di avere vite che valgano la pena di essere vissute e di costruire qualcosa di nuovo, creativo, appagante: un nuovo Umanesimo.

    Lo ripeto, il tempo del “fare” è già davanti a noi: basta solo darsi da fare !
    Un Abbraccio ed un Caro Saluto, Ciao.
    Lauro

  3. Giono e Illich, li ho conosciuti un poco anch’io, anch’io insieme, leggendo “Disoccupazione Creativa” del secondo casualmente insieme a “L’uomo che piantava gli alberi” del primo. Quello che forse non dici, probabilmente perchè sottinteso, è che i due autori arrivano alla medesima conclusione, dato che appunto lo Stato si fa voce non della ragionevolezza ma di un’ideologia di parte. Quella conclusione è che l’uomo libero, per non essere ricondotto ai dogmi della dipendenza dai mille artifici della vita moderna, deve forzarsi ad essere non solo autosufficiente ma anche anarchico.

    E quando dico anarchico intendo dire che deve muoversi sulle proprie gambe ignorando la legge quando essa confligge con le regole dell’equilibrio naturale (il chè include anche l’economia sana in quanto legge di misura). Nulla di più lontano, insomma, da bombe e volantini, da ricatti e da movimenti clandestini:solo una sorta di trasparenza di fronte alla macchina burocratica e fiscale che non è nemmeno inadempienza od evasione.Difatti il vero uomo autosufficiente non compare proprio agli occhi di chi ragiona per bisogni indotti (fra di essi la corsa alla certificazione, che si tratti di libertà d’impresa, di istruzione o di bisogni primari come casa ed energia) e tramite il denaro come unica misura.

    Rimane solo, almeno a me, il rimpianto di dover constatare che lo Stato, da voce sana della comunità, si sia piegato a questo ruolo di impositore di falsi vincoli e smorzatore della iniziativa individuale non riducibile a schemi prefissati. Così facendo esso, persino quando è stabile (figuriamoci quando è nullafacente e vacuo come il governo attuale) costituisce un’ostacolo a qualunque “nuovo” che non sia la riproposizione dei medesimi rapporti di forza sotto altro nome.

    Proprio per questo tuttavia non mi sento fino in fondo di appoggiare completamente questa anarchia nè il ripiegamento sulla piccola scala, che pure è un motore essenziale del cambiamento possibile: oltre all’iniziativa dei singoli e proprio per valorizzare tale iniziativa, a mio parere serve una riforma istituzionale radicale. A meno di non pensare che si possa sperare nell’inefficienza del sistema (come fa, quasi inconsapevolmente, il piantatore abusivo d’alberi) o addirittura nella possibilità di scelta, nel bivio ancora concesso (che Illich propone perchè scrive in un altro tempo, sempre e comunque consapevole che quel bivio si sarebbe presto richiuso in un’unica via obbligata)

    • Wow, Marco! Intervento di raro spessore, il tuo. Che – sebbene forse involontariamente – mi rincuora parecchio dalle mie perplessità per alcune mie recenti… scelte editoriali, diciamo così! 😉 (Mi riferisco alla mia controversa decisione di essere appena approdato su Facebook.)

      Quanto alla conclusione a cui secondo te arrivano i due “colossi” del Novecento (che cioè l’uomo, per difendere la propria libertà dal giogo della vita moderna, deve necessariamente farsi anarchico), penso che un’interpretazione altrettanto adeguata possa essere il primato dell’individuo sulle seduzioni negative operate dalla collettività. Sostenere la possibilità di un’affermmazione dell’individuo non è, implicitamente, contrapporsi alla società, rifiutandola a priori. E’, invece, il trionfo dell’uomo, inteso come variante speculare e gotico-decadente del superomismo niciano.

      Credo che l’uomo, se dotato di saggezza (dote non innata, ma acquisibile), possieda tutti i requisiti per non farsi soggiogare. La scommessa deve essere fatta sull’Uomo, non sul suo aprioristico rifiuto della Società. Perché, in questo caso, l’uomo ne sarebbe un’antitesi. Invece, io credo che l’uomo possa essere la tesi.

      Più in generale, devi comunque sapere che quando scrivo queste cose non ho mai un secondo fine, men che meno ascrivibile alla “promozione” di posizioni ideologiche che non siano quelle di un pieno e armonioso ripristino dell’equilibrio uomo-natura e di un possibile egualitarismo terreno. La politica ha smesso di interessarmi da tempo (salvo ogni tanto concedermi qualche irrispettosa deviazione per commentare le buffonate che sanno regalarci i nostri amministratori). Scrivo di getto, senza pensare a cosa penseranno i lettori. Mi piace condividere. Sia i miei pensieri che le cose che leggo o che vedo. Mi piace stimolare riflessioni e farmene stimolare dagli altri, esattamente come hai fatto tu.

      Quanto al tuo approfondimento di Jean Giono e di Ivan Illich, bè… che dire? Complimenti! E… diffondi il verbo! 😉

      ‘Notte

      • Sostenere l’egualitarismo, purtroppo, come qualsiasi posizione riguardante la società, è già politica. Difficile non farne. Ovviamente non è bassa politica: quella è un pretesto per allungare il brodo, molto di moda di questi tempi

        • Mi trovo abbastanza d’accordo con chi dice che, così come non possiamo “non” comunicare, non possiamo nemmeno “non” fare politica, in ogni cosa che facciamo o diciamo. Dunque, se “questo” modo di interagire con la polis produce buoni frutti… perché no? 😉

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