Puntinismo (primo tempo)

Qualche premessa:

  • Sia il titolo che l’immagine di copertina di questo post erano nati, martedì scorso, grazie agli stimoli offerti dalla risposta di Giovanna al mio articolo precedente. Articolo che, ne approfitto per segnalarlo, è stato poi ripreso e pubblicato anche da Arianna Editrice, che ringrazio.
  • E’ proprio da martedì scorso, infatti, che dedico il mio (pochissimo) tempo libero all’approfondimento della corrente pittorica del “pointillisme” e dei suoi principali esponenti: Fénéon, Seurat e Signac. Tuttavia, per i motivi che capirete fra poco, ho deciso di sospendere la trattazione di tale argomento, dovendolo sostituire con uno assai più urgente.
  • Circa alle due di una notte qualsiasi dell’agosto 2012, in una casa isolata e incastonata al centro di una vallata dell’Appennino, avvinghiata in quell’occasione da una tenebra più buia del solito, tre persone – separate soltanto da una bottiglia di nocino – discutevano animosamente di Ivan Illich, di lavoro, di occupazione, di scolarizzazione primaria e di altri astutissimi fabbisogni della modernità. Una delle tre persone era un professore universitario di Sociologia Generale, conosciuto poco prima a una festa paesana; un’altra era mia moglie, che prendeva diligentemente e avidamente appunti su un bloc-notes; la terza persona era ovviamente il sottoscritto. A un certo punto, dopo un ultimo bicchierino, ricordo di essermi assentato un attimo e, tornato in sala dopo aver prelevato un volumetto dalla libreria in camera, ricordo di averlo appoggiato sulla tovaglia. “E di questo, che mi dici?” domandai al docente, porgendoglielo. Lo fissò per un istante. Sorrise. Poi, appoggiandolo sul tavolo, in un misto di gravità e ironia aggiunse: “Dico che non puoi continuare a fare la vita che fai, se leggi questa roba qui: devi smetterla. O scegli una strada, o l’altra.” Sul tavolo, fra di noi, si trovava la Lettera ai contadini sulla povertà e la pace di Jean Giono.
  • Meno di due mesi dopo quella nottata per certi aspetti Felliniana, questo blog ha preso vita…

Perché non parlerò di puntinismo, quindi?

E perché non scriverò quell’articolo che avevo in mente? (Che era anche piuttosto ben congegnato, stavolta!)

Perché c’è una cosa più importante, di cui parlare prima. Ed è giusto che i lettori di LLHT la sappiano prima degli altri. Una cosa grave, purtroppo. Molto grave. Talmente grave che – sono pronto a scommetterci – quasi nessun altro ve la racconterà, nei prossimi giorni. Talmente grave che, prima di scriverla, ho voluto farmi un altro paio di quei bicchierini. Ma… alle sei di un luminosissimo venerdì pomeriggio, stavolta! Perché, in fondo, credo che non ci sia nulla di più sensato da fare, quando si scopre – sebbene fosse ampiamente prevedibile (e previsto) – che il proprio Paese è stato… commissariato. O, se preferite, che i destini della propria patria siano realmente finiti nelle mani di qualcun altro.

Prima di scoprire qui che cosa sia il Two-Pack, provate a chiedervi cos’abbia voluto dire – un paio di giorni fa – il nostro primo ministro Enrico Letta, quando si è sentito in dovere di avvertire (apparentemente senza alcuna ragione):

io e il Presidente della Repubblica non possiamo essere gli unici parafulmini.

Chiedetevi a cosa si stesse riferendo. Se non trovate una risposta convincente (non è per nulla facile stavolta, lo ammetto: si trattava infatti di una comunicazione di terzo livello), ve lo dirò brevemente io. Brevemente, perché – come ho detto poco fa – credo che per adesso la cosa migliore da fare sia affidarsi all’alcool: non ho tempo, né voglia, di dilungarmi su una cosa tanto grave, quanto irreparabile.

Vi ricordo inoltre che, esattamente un anno fa (“1861-2012: parabola di uno Stato sovrano“), anticipai come l’Italia avesse formalmente cessato di essere uno Stato indipendente, nel momento in cui l’Eurotower (sede della BCE), con le parole del “nostro” Mario Draghi, aveva esposto i 14 punti tramite i quali l’Europa si sarebbe presa cura degli stati maiali, cioè i PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

Con il termine Two-Pack ci si riferisce infatti ai due regolamenti, approvati lo scorso 13 maggio dal Consiglio europeo, aventi come obiettivo quello di introdurre, per i paesi dell’eurozona, più coordinamento e vigilanza nel processo di formazione delle politiche fiscali nazionali. Come dico ormai un giorno sì e l’altro pure, non essendo riusciti a compattare un continente utilizzando una moneta, ora ci stanno riprovando (anzi: ci sono già riusciti, e in modo molto più incisivo e violento) con l’imposizione di una politica fiscale unitaria e incurante delle specificità nazionali. L’esito non potrà che essere uno soltanto, lo conosciamo ormai tutti. Si tratterà solo di capire con quale intensità e in quali forme.

A mio modestissimo parere, Enrico Letta stava mettendo le mani avanti, comunicando che, essendo lui l’ultimo arrivato, non sarebbe stata certo sua intenzione sobbarcarsi la responsabilità storica della capitolazione dell’Italia.

E adesso, ve lo dico molto sinceramente, non ho più né la voglia, né la forza di scrivere. Punto.

Che l’Italia fosse destinata a seguire le orme della Grecia poteva prevederlo chiunque si fosse preso la briga di leggere un bollettino economico della BCE.

Posso solo augurare a tutti quanti buona fortuna. La via di fuga, credo anche questo di averlo ripetuto a sfinimento, può essere individuata solo in un radicale cambiamento che parta, individualmente e intimamente, da ciascuno di noi e dai suoi stili di vita. O, come profeticamente annunciò Luciano Bianciardi esattamente cinquant’anni fa,

[…] non basta più sganciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.

Da dove cominciare, state allora domandandovi?

Per esempio, chiedendovi il perché, al di fuori di qualche isolata voce controcorrente, nessun media del circuito mainstream, da quasi due anni a questa parte, vi stia raccontando quello che realmente accade. Per trovare una risposta a questa provocazione, vi rimando per un attimo al concetto di “shock culturale”, l’espressione riferita al motivo per cui, se dovessero mai sbarcare gli alieni sulla Terra, una delle prime regole da applicare sarebbe quella di non comunicarlo. Per evitare una crisi di panico. Che, a differenza delle conseguenze ignote dello sbarco dei marziani, avrebbe – questa sì – un effetto certo: cioè il caos.

Ora, voi potete reagire in due modi. Anzi, tre:

  1. Non credendomi, e buttandovi a fare le cose che avreste comunque fatto (è la soluzione più salutare, fidatevi), senza preoccuparvi di queste menate sociopolitiche, di questa decrescita, di questo fiscal compact, di questa crisi… Tanto, in fondo, tutto questo inutile allarmismo è come sempre destinato a rientrare…
  2. Credendomi e, con un ritardo ormai imperdonabile (e, aggiungo, irrecuperabile), cercare una via di fuga.
  3. Facendovi, insieme a me, un buon bicchiere…

PS. Ringrazio un’amica/lettrice che, tramite la segnalazione del post di un altro blog (Criticamente), mi ha messo al corrente dell’articolo sul “Sole” dell’ottimo Guido Gentili e delle parole pronunciate da Enrico Letta.

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