Grandi comunicatori

Paul-Watzlawick1

Paul Watzlawick,
il padre della comunicazione

La prima legge della comunicazione è: “Non possiamo non comunicare”.

Con questo, si intende che ognuno di noi non può fare a meno – anche a sua insaputa – di trasmettere qualcosa agli altri. Anche non aprendo bocca. Anche, paradossalmente, non… essendoci. Pensateci: oltre a quello che diciamo, il nostro modo di muoverci, il modo di gesticolare, di vestire, di utilizzare gli occhi… sono tutti atteggiamenti che, a un attento osservatore, comunicano inevitabilmente qualcosa, sia verbalmente che non.

La seconda legge della comunicazione è meno intuitiva. Per certi aspetti, anche indisponente. Il suo contenuto, indipendentemente dalle diverse formulazioni della legge, è questo: “Se il messaggio comunicato giunge a destinazione distorto, la responsabilità non è mai di chi lo ha ricevuto, ma sempre di chi lo ha emesso”.

In altri termini, l’onere del corretto trasferimento del messaggio è sempre di chi lo trasmette, mai di chi lo riceve. Chi comunica deve pertanto fare uno sforzo in più, cercando di capire “a chi” sta comunicando e adottare quindi tutti gli espedienti necessari affinché il messaggio giunga intatto e coerente con le sue intenzioni. Per questo, non è mai simpatico ammonire il nostro interlocutore con un lapidario “Non hai capito”. E’ invece assai più consigliabile utilizzare espressioni come “Forse non mi sono spiegato bene” oppure “Aspetta, provo a ripetere…”.

La comunicazione può avvenire su più livelli (di solito tre).

La comunicazione di primo livello è quella che usiamo praticamente sempre nella vita quotidiana, per trasmettere informazioni in modo diretto, esplicito e con una ragionevole certezza di essere compresi. Facciamo qualche esempio: se vogliamo comunicare che abbiamo freddo, diciamo “Ho freddo”. Oppure, se vogliamo comunicare che vorremmo quel giornale, diciamo “Vorrei leggere il giornale”. Oppure, se vogliamo comunicare che una in una minestra c’è poco sale, diciamo: “Questo piatto è insipido”. Comunicazione, insomma, diretta.

In questi casi, difficilmente il messaggio arriva distorto all’interlocutore. Le sensazioni avvertite dal comunicatore saranno, con ogni probabilità, perfettamente comprese dall’ascoltatore: il freddo, la voglia di informarsi, la mancanza di sale.

Passiamo alla comunicazione di secondo livello, che è una delle più in voga nel mondo del lavoro (e, come vedremo più avanti, anche in politica). In questo caso, non viene mai detto ciò che realmente si vuole comunicare, ma ci si affida a un’espressione che, indirettamente, alluda al contenuto del messaggio. Sarà poi compito dell’interlocutore – reputato quindi in grado di farlo – cogliere l’allusione e, con essa, il vero oggetto del messaggio. Difficilissimo? Per niente! Basta solo esercitarsi un po’. In realtà, infatti, capita assai spesso che si utilizzi la comunicazione di secondo livello anche nella quotidianità, magari senza rendersene conto. Anche in questo caso, con qualche esempio il concetto sarà più chiaro: “Chiudi la porta per favore?” oppure “Non so mai niente di ciò che succede nel mondo!” oppure “Mi passi il sale?”.

Facile, no? I tre esempi sono i corrispettivi, di secondo livello, delle tre casistiche di prima. Come vedete, le sensazioni avvertite da chi comunica, in questi tre casi, non sono espresse in modo chiaro e diretto, ma sono lasciate intendere con domande o esclamazioni allusive…

La comunicazione di terzo livello è invece assai più difficile. Anche l’esercizio, in questo caso, potrebbe non essere sufficiente, in quanto essa dipende tantissimo anche dall’abilità dell’interlocutore (che non sempre può essere data per scontata). Il terzo livello ha la particolarità di nascondere l’allusione stessa dietro a un linguaggio criptato, spesso riferito a situazioni e contesti addirittura estranei a quello in cui ci si trova. I soliti tre esempi, questa volta al terzo livello: “Anni fa, al Polo Nord, passai la notte in un igloo…” oppure “Certo che… l’ignoranza è proprio una brutta bestia!” oppure “A te non piacciono granché i cibi saporiti, vero?”.

Qui è estremamente ardua, lo ammetto. Per certi aspetti può essere anche molto divertente, ma in ogni caso è comunque anche assai pericolosa: il rischio di incomprensioni è infatti altissimo e, se entrambi i soggetti non  sanno maneggiarla con disinvoltura, è facilissimo far saltare tutto quanto!

Bene, dopo questa breve dissertazione sulla teoria della comunicazione, facciamo un esercizio. 😉 Provate a guardare questa dichiarazione di Mario Monti e cercate di capire che tipo di comunicazione sta adottando (concentratevi sulla prima metà della clip, cioè il solo primo minuto):

I lettori più attenti di LLHT ricorderanno che questa dichiarazione, oltre a essere riportata nella rubrica “Uova di gufo”, è stata utilizzata in un precedente post per denunciare le vere, pericolosissime finalità del progetto unificatore delle oligarchie tecnocratiche europeiste. A un certo punto, infatti, l’attuale premier ammette candidamente che “i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parte delle sovranità nazionali degli stati membri”. Esercizio: che comunicazione è questa? Secondo livello? Terzo livello? No: primo. Banalissimo, primo livello. E’ infatti una semplice definizione: Monti ci sta semplicemente trasferendo una verità in effetti scontata (a mio parere inammissibile, ma questo è un altro discorso…).

Il passaggio chiave della comunicazione è però quello successivo, quello cioè in cui Monti spiega che le crisi hanno la capacità di indurre nella popolazione la convinzione che il costo politico e psicologico di non cedere la propria sovranità nazionale all’Europa sia superiore al costo della cessione. Questo è, a tutti gli effetti, un “terzo livello” da manuale!

Il nostro attuale premier, nonché leader di un “nuovo” partito politico alleato con il cattolicissimo Casini (che tende però a dimenticare come l’Europa abbia rifiutato di inserire nella propria Costituzione il riferimento alle proprie radici cristiane…), ci sta informando che le crisi “servono” all’unificazione europea, che le crisi sono cioè… uno strumento. Le crisi, misurate dal “termometro” dello spread, a sua volta determinato dalle scelte speculative oppure conservative sul mercato internazionale dei capitali (fatto da PERSONE, non da entità astratte), sono quindi degli strumenti per trasmettere abilmente ai cittadini la percezione dell’utilità salvifica dell’Europa unita!

Non so se è chiaro…! Forse, è il caso di riformulare in altro modo: da una cinquantina d’anni, il progetto di una Europa unita è stato portato avanti, ignorando la volontà dei cittadini, da parte di una ristrettissima elite di tecnocrati e imprenditori europei (non mi dilungo qui: chi volesse conoscere tutta la storia, con la necessaria documentazione, può trovarla nel contributo di Paolo Barnard, tra le conferenze della Cineteca). Queste oligarchie, trovandosi da qualche anno di fronte a un dissenso sempre meno carsico e sempre più urlato, stanno in pratica ricorrendo alle crisi per indurre nelle popolazioni europee la (falsa) convinzione che solo con una Europa unita le cose potranno sistemarsi, necessariamente passando per le politiche di austerity imposte dalla cosiddetta troika (BCE, UE, FMI). Questo è il vero, incredibile contenuto dell’affermazione di Mario Monti!

In questa dichiarazione, Mario Monti si è lasciato scappare, nonstante fosse ben criptata al terzo livello, un’informazione il cui grado di pericolosità lo lascio giudicare a voi: la crisi è utile, fa cioè comodo al progetto europeista.

Vorrei che a questo punto qualcuno provasse a porre a se stesso una domanda: la morte di Giuseppe Burgarella e, con la sua, quella di decine, centinaia di altre persone… a chi è utile, invece?

PS. A chi, come ho fatto io per un istante, si domandasse l’attinenza di questo articolo ad LLHT, ricordo che – quale che sia la strada che imboccherà l’Italia fra due settimane – ci attendono ancora diversi anni… molto “low”: il paradigma europeo sta infatti lentamente sgretolandosi. E’ proprio di ieri la firma del Piano di Bilancio UE 2014-2020 che, ancora una volta, pone l’Italia in condizioni di sudditanza rispetto ai partner d’oltralpe: nonostante i trionfalismi propagandistici di Monti per aver portato a casa una promessa di risarcimento per i danni del terremoto, l’Italia resta infatti uno dei Paesi che versano nelle casse europee più di quanto ne ricevano e, complessivamente, il piano di sostegno alla crescita appena approvato ridimensiona sensibilmente i fondi per l’aiuto alle economie periferiche (tra cui la nostra), delegando ai singoli Stati l’attuazione di politiche ulteriormente restrittive per conseguire il pareggio di bilancio.

7 risposte a “Grandi comunicatori

  1. L’europa vera non è quella economica, ma politica. E quest’ultima è ancora in fasce. Non solo: l’europa economica non ha legittimità popolare senza la possibilità del cittadino di votare non più i leader nazionali ma direttamente i leader europei. Niente tasse senza rappresentanza.

    Quanto alla comunicazione, ho sempre odiato chi fa intendere invece di essere chiaro: i livelli di lettura, teoricamente infiniti, vanno bene per la letteratura ma nella vita comune e ancor più in politica sono marketing e cattiva fede. I simboli, certo, sono cose meravigliose, l’eredità viva del pensiero degli altri, ma usare un simbolo come se fosse un paio di baffi finti è avanspettacolo. Comunicare per arabeschi non è sempre un progresso da parte degli umani e meno che mai da parte di un certo tipo di italiano nutrito ad intrighi simil-rinascimentali. Un politico che dice cose come “ho imparato che nella vita ci vuole sacrificio” e in realtà vuole dire “penso sia giusto aumentare le tasse per ridurre il debito pubblico” dovrebbe far seguire, esplicitamente, la seconda frase alla prima. Tanto si capisce lo stesso, almeno ci risparmierebbe quell’amaro sapore di ambiguità che ho avuto modo di sentire quando Bersani escluse Vendola perchè Vendola escludeva Monti. Evidente che vuole includere Monti nel governo del PD. Lo dica e non ci prenda per scemi.

  2. Quando penso all’ Europa, mi vengono in mente i giorni passati in interrail, l’anno della maturità.. una delle vacanze più belle che ho fatto!
    Tornato a casa mi sentivo più Europeo… e l’Italia mi sembrava una realtà locale periferica ed inefficiente, che poteva trarre solo beneficio!

    Ho pensato allora e per molto tempo: che figata l’Europa!
    Davanti all’atroce spettacolo della nostra politica e nello specifico di vent’anni di Berlusconismo… ho desiderato solo che un governo teutonico ci commissariasse!!!

    Dovrei essere contento oggi… Ma non lo sono. Non sono sereno. Mi sembra che il sacrificio di tanti cittadini d’Europa sia stato sprecato.

    Penso al secondo dopoguerra, come la migliore occasione che abbiamo avuto, per mettere da parte le divergenze nazionali, e costruire una vera identità collettiva europea, politica e sociale…
    Invece siam partiti alla rovescia, facendo una comunità economica.
    Ora, riguardando ai cittadini del mio paese, penso a come potranno mai essere cittadini d’Europa, se non sanno riconoscere neppure nelle loro radici di cittadini italiani una identità, ed un senso di collettività…

    Non riesco a smettere di domandarmi: è sbagliato pensare più in grande? E’ dopo tutto scontato quello che dice Monti… la forza che può avere un’istituzione Federale, sovranazionale, passa per forza per una cessione di sovranità da parte delle comunità locali.
    Di per se questo non sarebbe un problema insormontabile per me, salvo due condizioni:
    – che ci fosse veramente un’unità politica europea, mentre non è così;
    – che ci fossero realmente politici in grado di rappresentare e tutelare i nostri diritti a livello nazionale e locale… anche in questo caso mi sembra che siamo distanti…

    • Non so se lo hai visto (era sul blog di Grillo ieri), ma in questo intervento potresti trovare qualche risposta alle tue perplessità:

      Ti segnalo anche questo grafico (fonte: Eurobarometer), che traccia in modo abbastanza netto (concentrati sulle curve blu e rossa) come l’idea di Europa stia inesorabilmente perdendo terreno proprio nei cittadini europei…

      Ciao

      • Aggiungerei un paio di cose, cominciando dal fatto che, se si fa una federazione di Stati, è ovvio che ciascuno di essi dovrà delegare un po’ della propria sovranità. Tanto per capirci, il Texas, i Grigioni e l’Uttar-Pradesh – che fanno parte appunto di altrettante federazioni di Stati – non battono moneta, ma nessuno da quelle parti vive ciò come un problema.

        Credo poi che, a voler parlare di “Europa dei popoli”, si debba prima di tutto interrogarci (cioè, dovremmo interrogarci come popolo, se gli italiani avessero nella loro maggioranza tale dignità), se l’Italia sia una nazione europea – nel senso di “continentale” – o mediterranea. Nel qual caso, capisci che tutti i rapporti con l’estero sarebbero da rivedere.

        Insomma, siamo veramente a un punto di arrivo di tutto il sistema europeo così concepito, cioè così come è stato concepito dagli organismi finanziari. Che cosa nascerà da questo punto d’arrivo, cosa (ri)partirà, non ne ho idea: ma mentre immagino che certi Paesi (a cominciare quelli scandinavi) possano avere le idee chiare al riguardo, se appena il giocattolo dell’Euro si dovesse rompere, non so proprio se questo ragionamento possa valere anche per gli italiani. Temo un “andare avanti in ordine sparso”, che finirebbe per fare il gioco di qualche altro di quei poteri, che di tutto si occupano, meno che del benessere dei propri popoli.

  3. Piccola correzione, Andrea: gli italiani non sono individualisti, perché un individualista mette il proprio, vero interesse prima di qualunque altra cosa, nel bene e nel male. Se vuoi andare a trovare degli individualisti, devi andare in Scandinavia; gli italiani sono più semplicemente degli irresponsabili.

    Quindi la vera sfida consiste nel responsabilizzare le prossime generazioni, visto che con quelle attuali (compresa una buona fetta di quelle giovanili) temo che non ci sia granché da fare. Temo anche che ci sarà poco da fare pure con le prossime, visto lo stato in primis della scuola; ma qui divagherei.

    Però non è questione di primo, secondo o terzo livello: perché – molto più semplicemente – non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare; la “trasmittente” c’entra fino a un certo punto: perché è la ricevente che si deve sintonizzare, anche se è vero che chi trasmette può farlo su tante frequenze differenti.

    Ti dirò anche che mi sto convincendo, che la maggior parte degli italiani non vuole QUESTI POLITICI, non QUESTA POLITICA: cioè pensa semplicemente a trovarsi qualcuno che cavi le castagne dal fuoco, prendendosi quelle responsabilità delle quali – invece – dovrebbe farsi carico ciascun cittadino. E’ (anche) per questo che Grillo otterrà molti consensi, perché molti lo vedono – e vedono quelli che si son fatti avanti finora nel Movimento – come coloro che “risolveranno tutti i problemi”. A questo punto, quello che a me fa paura, è che nessuno che io sappia afferma che voterà Berlusconi: incrocio le dita, ma conoscendo appunto gli italiani, sembra sempre più il favorito…

    Credo anche – ma l’avrai già capito – che la partita la vedo fra quelli che Euro o non Euro, si sono staccati dai modelli di consumo dominanti, o che sono pronti a farlo; e quelli che non accetteranno mai questa via d’uscita, per non vedersi specchiate davanti agli occhi e per sempre le proprie responsabilità.

    Per rispondere, infine, alla tua ultima domanda, proprio partendo dal significato di ciò che ha detto Monti, le morti che dici in realtà non servono a nessuno; sono solo “dannicollaterali”: è la crisi che serve e agli occhi degli europeisti, questi inciampi, qualche “caduto per fuoco amico” (pensa alla vicenda MPS), ci stanno nel conto.

    Del resto, proprio Monti ne parlò non molto tempo fa: rammaricandosene, ma ricordando che senza i suoi interventi i suicidi sarebbero stati molti di più, come in Grecia. Un vero altruista salvatore della patria, insomma…

  4. Ciao Andrea, non so se c’entra qualcosa, ma se noi uscissimo dall’euro (potremmo farlo?) sarebbe davvero così disastroso come ci vogliono far credere? E’ vero che sarebbe la fine e il tracollo? O invece riappropriarsi della propria economia in toto ci aiuterebbe, insieme a un cambiamento e a una svolta sostanziale nella direzione che abbiamo preso, ci porterebbe ad uscire dalla crisi? Sempre che poi si voglia definitivamente capire che in un mondo di risorse limitate non ha alcun senso parlare di crescita come la intendiamo adesso… Ma se per ipotesi facessimo queste due cose contemporaneamente…

    • Ciao Marica, non è assolutamente vero che sarebbe la fine e il tracollo! Sarebbe la fine e il tracollo di un perverso progetto destinato a rovinarci, questo sì.
      La mia personalissima opinione è che dalla crisi non si uscirà né mantenendo, né abbandonando la moneta unica. Chi dice che, uscendo dall’Euro, si ripristinerebbero le condizioni precedenti all’entrata in vigore della moneta unica, mente sapendo di mentire.
      La mia posizione – del tutto allineata a quella di famosi e autorevolissimi economisti e studiosi (penso a Jacques Sapir su tutti, ma non solo) – è quella che prevede, oltre al taglio del cordone ombelicale che ci lega alla troika, la nascita di un nuovo senso di identità nazionale fondato su valori comunitari, prima che umanitari. Penso cioè a vere politiche redistributive; penso all’abolizione dei privilegi (al diavolo la terrificante locuzione dei “diritti acquisiti”: se sono acquisiti ma dannosi, vanno eliminati, altro che storie!); penso al coinvolgimento diretto dei dipendenti negli organi collegiali delle imprese; penso cioè a tutte quelle forme di cooperazione “sul territorio” che possano ridare alla popolazione il senso di appartenenza al territorio e, con esso, la motivazione e lo slancio verso un vero e proprio impegno civile, proiettato alla costruzione di qualcosa e non al mantenimento di uno status quo che, nel lungo periodo, si è rivelato nocivo.
      Coniugare queste prospettive con l’innato individualismo degli italiani è la vera, enorme sfida, occorre esserne consapevoli: gli italiani non sono naturalmente inclini alla condivisione, anzi!
      Ed è proprio qui che devono entrare in gioco, secondo me, le teorie della Decrescita e, più in generale, un approccio alla vita ispirato al downshifting. Solo dimostrando coi fatti che “di più non necessariamente è meglio”, credo si possano abituare i cittadini a un sentiero di crescita sostenibile che non abbia necessariamente a che fare con i logori e fallimentari concetti di accumulo ad ogni costo. Ciao.

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