Il mondo non è finito. L’Italia sì.

Come ho avuto modo di scrivere recentemente (1861-2012: parabola di uno Stato sovrano), l’Italia ha formalmente cessato di essere una nazione meno di quattro mesi fa, esattamente il 6 settembre 2012.

Le argomentazioni di allora sono sinteticamente riconducibili al piano di salvataggio proposto/imposto dalla BCE agli Stati Maiali (i cosiddetti PIIGS) che – articolato in 14 chiarissimi punti – sancisce la sudditanza politica ed economica di ogni Paese della Comunità Europea che, in procinto di fare default, potrà evitarlo soltanto piegandosi all’intervento di sostegno da parte del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), il cui prezzo consiste, appunto, nell’accettazione di un trasferimento di governance.

La legge di stabilità 2013-2015, approvata dal Parlamento italiano venerdì 21 dicembre 2012 (per ironia della sorte e della Storia, lo stesso giorno dell’interruzione del calendario Maya…) e le cui principali novità sono riassunte in questa tabella, avvia il dannato ed irreversibile processo di dismissione della sovranità nazionale italiana.

Come lo stesso Mario Monti ebbe a dichiarare qualche mese fa, infatti, “i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parte delle sovranità nazionali.”

Io, da ingenuo quale (nonostante tutto) sono, ero convinto che l’Europa fosse concepita per valorizzare le specificità locali. Invece quest’uomo, intorno al quale (per raccattare il consenso di tutti gli elettori) sta venendo artatamente tessuta un’astutissima campagna di amore-odio da parte dei partiti che ci hanno portato allo sfacelo, questo “esorcista” inviatoci dalle plutocrazie sovranazionali – dicevo – ci spiega chiaramente come il prezzo da pagare per il biglietto dell’Europa sarà la rinuncia della nostra autonomia decisionale. Non solo. Il prezzo di quel biglietto sarà pagato tramite il progressivo smantellamento del welfare, il ché si tradurrà in una macelleria sociale senza precedenti, le cui proporzioni ancora troppo pochi di noi sono in grado di intuire.

Siamo infatti arrivati sin qui grazie ad un inganno collettivo chiamato “consumismo” che – oltre a rappresentare l’endoscheletro del modello economico dominante – ha comunque consentito pressoché a tutti di soddisfare bisogni (benché presunti) indotti dal modello stesso in vigore: fin qui, dunque, più o meno tutti abbiamo potuto accedere a questa mangiatoia folle. Da adesso in poi, invece, questa mangiatoia si restringerà e sempre meno persone potranno mangiare a dismisura, mentre saranno sempre di più le persone che, ammansite per decenni dal metadone del “consumo facile”, si troveranno improvvisamente private di questa possibilità. Le conseguenze, come dico da mesi, saranno purtroppo drastiche: ipotizzare nuove forme di conflitti di classe non è – temo – soltanto un esercizio di fantasociologia.

Qualcuno, con un senso civico fino a ieri (curiosamente) sconosciuto, sostiene a testa alta: se siamo arrivati a questo punto, è perché per anni ci siamo abbandonati ad un tenore di vita che non potevamo permetterci; quindi, adesso è giusto tirare la cinghia! Vero. Ma solo in parte.

Le obiezioni fondamentali sono infatti almeno tre:

  • Obiezione civica. Innanzitutto, è giusto che a tirare la cinghia sia effettivamente solo chi ci ha effettivamente portato fin qui. Mi riferisco principalmente a due segmenti di persone: da un lato, il segmento “privato” (ma non solo) degli evasori fiscali; dall’altro lato, il segmento “pubblico” (ma non solo) dell’esercito degli amici degli amici, cioè tutti quei beneficiari di favori, clientele, baronati e via dicendo ai quali – nei decenni in cui l’economia tirava – è stato scientificamente consentito di occupare posti di potere e/o di influenza sulla cosa pubblica, immolando così i concetti di equitàmerito ed efficienza sull’altare dell’opportunismo politico e clientelare.
  • Obiezione democratica. Indipendentemente da quale sia la strada giusta da imboccare, è assolutamente necessario – visto che i nostri rappresentanti amano riempirsi la bocca della parola “democrazia” – che l’europeizzazione degli stati membri passi attraverso una consultazione, diretta ed esplicita, di tutti i loro cittadini! Non è sufficiente sostenere, come fanno in troppi, che l’adesione all’idea di Europa unita sia implicita nelle elezioni dei governi nazionali (a loro volta dichiaratisi a favore dell’Europa); né è sufficiente argomentare che le prime elezioni del Parlamento Europeo (giugno 1979) abbiano di fatto rappresentato l’accettazione, da parte dei popoli, di questo organismo per la governance degli stati membri (che all’epoca, ricordo, erano nove). Le tappe dell’unificazione europea, che trovate riassunte qui, non lasciano spazio a interpretazioni: si tratta di una ininterrotta sequenza di firme e di trattati dai quali la cittadinanza è rimasta completamente (e intenzionalmente) esclusa, se non – a bocce ferme – dopo molti anni. Forse pecco soltanto di una forma di Romanticismo tardivo, ma è inaccettabile che la propria terra e le proprie tradizioni possano così sbrigativamente e autoritariamente essere sacrificate, solamente nel nome e per l’attuazione di un progetto (dis)economico che si ripercuoterà negativamente su milioni di persone: non voglio intenzionalmente scomodare una terminologia eccessivamente “nazionalistica”, pretestuosa e – per questo – foriera di umilianti degenerazioni dello spirito umano, ma… credo che in ballo ci sia qualcosa di più che una patria.
  • Obiezione antropologica. Tirare la cinghia è infine un imperativo categorico non certo a partire da oggi e non certo perché ce lo impone l’economicidio che sta preparandoci l’Europa. Semmai, tirare la cinghia è la condizione innata dell’uomo, da millenni abituato a (soprav)vivere in un ambiente ostile e costituito da risorse naturali scarse, di non sempre facile approvvigionamento. Non dimentichiamo infatti che la plurimillenaria storia dell’Uomo, solamente da un paio di secoli (un’inezia, se ci pensiamo!) lo sta illudendo che tutto sia invece immediatamente a portata di mano e che, soprattutto, ciò possa avvenire senza eccessivi contraccolpi ambientali. Come recita quel vecchio adagio… chi crede che una crescita infinita sia possibile in un mondo finito, può essere soltanto un folle oppure un… economista! Quindi, ostinarsi nell’illusione che entrare in Europa potrà consentirci ancora a lungo questa infinita rincorsa al benessere sempre crescente è indice di una miopia eco-storica senza precedenti.

Una vita consapevolmente “low” rappresenta l’unica via d’uscita ancora a disposizione.

Fare e ricevere montagne di regali di Natale (e qui c’è la spiegazione del perché di questo post, proprio oggi), ostinarsi nella cieca e malriposta fiducia nel potere salvifico di una tecnocrazia sempre più incurante dei reali bisogni dell’uomo, digitalizzare forsennatamente le relazioni che tessono la nostra vita, intensificare all’impazzata la quantità di cose che si possono fare in un giorno (proprio “grazie” alla tecnologia), sono tutti esempi di pratiche nocive e deviate che, nel medio periodo, non potranno fare altro che allontanarci – dopo avercelo fatto smarrire – dal reale scopo della nostra esistenza: la felicità, in una dimensione microcomunitaria.

Il discorso del Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica alla Conferenza Internazionale di Rio de Janeiro del 24 giugno di quest’anno, davanti ai rappresentanti di 139 Paesi, è un intervento che in questi giorni sta girando parecchio, sul web: se per caso non lo conosceste già, ve lo propongo (sottotitolato) insieme ai miei più sinceri auguri per un 2013 all’insegna della speranza e della reciprocità:

PS. Per i più scettici, aggiungo che l’Uruguay chiuderà il 2012 con una crescita del fantomatico PIL pari al +3,5%, mentre per il 2013 è prevista una crescita del +4,0% (l’Italia chiuderà rispettivamente i due anni con varazioni del -2,5% e del -1%); l’inflazione si aggira in Uruguay intorno all’8% e la disoccupazione oscilla tra il 6% e il 7% (in Italia siamo invece con una disoccupazione complessiva superiore all’11%, mentre quella solo giovanile sfiora il 37%). Intendentibus pauca…

16 risposte a “Il mondo non è finito. L’Italia sì.

  1. Una analisi assolutamente condivisibile e che infatti condivido, benché io creda che il consumismo non sia stato un inganno, ma un “autoinganno”. Ciò che sempre mi interessa di fronte alla necessità del cambiamento è capire come favorirlo individualmente. Credo che per troppo tempo, cullati dalle nostre false sicurezze consumistiche, abbiamo deciso di accantonare il pensiero che il lavoro più importante da fare fosse quello su noi stessi. Oggi ci troviamo ad affrontare un’epoca che rischia di dividere nettamente gli indifesi da chi si sarà mosso per tempo, allo scopo di dotarsi di strumenti, idee, consapevolezze e strategie di uscita.
    Credo che sia fattibile agire per una vita diversa, e che questo rappresenti il Buon Compattimento della nostra generazione, ma vedo ancora poca consapevolezza che non basta demonizzare questo modello di sviluppo, bisogna avere la capacità di viverci, di stare al suo gioco, di ottenere i propri risultati… per poi dire no con fermezza e serenità. Ammiro i decrescenti, in particolare se hanno saputo essere “crescenti”.
    Vorrei che dopo esserci concentrati sul nemico esterno, iniziassimo a combattere quello interno. E’ lì che Monti e questa idea di Europa non arriveranno mai.

    • Molto, molto, molto interessante quello che scrivi. Soprattutto, quando affronti il tema della capacità di viverci dentro, a questo sistema, stando al suo gioco, capendolo intimamente, facendosene anche sedurre, se il caso. Sono d’accordissimo su questo punto. Nessun urlo. Nessun fanatismo. Nessuna ideologia. Sapere dire di no “con fermezza e serenità”. Credo proprio che la massima autorevolezza e la massima credibilità possano essere attribuite proprio, come dici tu, ai decrescenti ex-crescenti.
      Vale in generale, ma solo chi ha conosciuto il “male” può sconfiggerlo. Non occorre conoscere Sun Tzu. Basta un po’ di buon senso.
      L’unica mia perplessità, a onor del vero, riguarda il rischio di autoreferenzialità da parte dei “decrescenti della prima ora”: ogni comunità, ogni gruppo è istintivamente portato (e anche a ragione, credo) a guardare con molta diffidenza i nuovi adepti, sentendosi in un qualche modo il depositario della “propria” verità. Ammetto che, refrattario come sono anch’io alle mode (passeggere per definizione), faccio fatica a biasimare questo atteggiamento esclusivo.
      Ad ogni modo, Flavio, hai toccato uno dei temi che mi stanno più a cuore: quello delle possibili sinergie tra mondi fino a ieri estranei (in alcuni casi, conflittuali) e da oggi potenzialmente complementari. Mi interesserebbe molto il tuo punto di vista, in merito: cosa intendi, infatti, per “nemico interno”? Ti riferisci proprio alla nostra innata preclusione ad accettare il nuovo arrivato?
      Ciao,
      Andrea

      • Caro Andrea,
        ha detto qualcuno che è troppo facile professare la rinuncia, se non sai raggiungere i tuoi risultati. Il nemico interno è dentro ciascuno di noi. In chi si crede migliore perché ha una bella macchina, ma anche in chi lo fa perché la macchina non la compra, ma non per scelta… di fatto, solo perché in tutta la vita non è riuscito a permettersela, pur desiderandola. La strada del cambiamento non credo che passi per l’essere alternativi per principio. Preferisco un peccatore redento a un santo senza macchia e senza esperienza del mondo. Sono convinto che gli schemi di pensiero che portano una persona a raggiungere risultati nel mondo del capitale, del consumo, nell’esiziale sistema economico della crescita, siano (debitamente adattati) gli stessi che ci potranno traghettare verso nuovi obiettivi. Ci occorrono rigore, impegno, responsabilità, coraggio, fiducia… ci occorre una “ecologia del sé” (un concetto sui cui sto lavorando), da fare nostra perché il cambiamento esterno sia una conseguenza di quello interno. Il tuo high thinking mi pare molto simile alla mia idea.

  2. Per quanto durerà la transizione… ? Per quanti anni ce la dovremo sorbire col rischio che divenga parte integrante delle riflessioni e dei ricordi perpetui della nostra vita?
    Questo processo lo vivremo e la nostra generazione lo rammenterà allo stesso modo in cui i tedeschi di una generazione fa continuano a parlare ancora del Muro di Berlino, perché anche da abbattuto é rimasto eretto dentro di loro. Come peraltro da noi le persone che hanno combattuto la guerra continuano a fare dei paragoni per ogni cosa a quel periodo così radicato nel loro vissuto.
    Quanto ce lo porteremo dietro tutto ciò? C’ é quel proverbio tedesco che recita: “Meglio una fine orribile che un orrore senza fine!”

    • Ciao Red,
      magari avessi una risposta alla tua domanda e sapessi per quanto tempo durerà questo stato delle cose! Quello che posso dire, come ripeto da quando ho dato vita a questo blog, è che ritengo più opportuno inquadrare l’attuale situazione come un “declino”, piuttosto che come una “crisi” (come peraltro fanno saggiamente già tutti i movimenti orbitanti intorno al tema della Decrescita). La crisi fa pensare a qualcosa di transitorio, rimanda a quella che gli economisti chiamano “doppia W”, cioè un andamento sinusoidale dell’economia. Quello che sta avvenendo in Italia e in molti paesi della vecchia Europa, invece, è un andamento a gradini (ovviamente in discesa).
      Che fare? Ricordo anni fa di aver letto un pensiero di Blaise Pascal, che recitava più o meno così: “Affinché la passione non ci nuoccia, facciamo come se ci restassero soltanto otto giorni di vita.”
      Non dico che si debba fare altrettanto, ci mancherebbe! Ma credo possa essere salutare fare come se domani non potremo più vivere come ieri. Una costruttiva abitudine alla rinuncia, come l’ho più volte definita. Resta inteso che questo approccio potrà essere adottato da chi, comunque, ha la pancia ancora un po’ piena. Perché dico questo?
      In Italia circa l’80% degli immobili sono di proprietà. Le pance, credo, resteranno mediamente piene ancora per un bel pezzo. Piene rispetto a come le avevano mediamente i nostri nonni, intendo. Certo è che, qualcuno che non riesce più a riempirla come solo dieci anni fa, già c’è, del resto. Credo che il vero punto di discontinuità sarà raggiunto quando a sentire i primi morsi della fame saranno proprio quelli che, con la pancia piena oggi, neanche s’immaginano quello che stia per accadere. Quando loro, inaspettatamente, cominceranno a capire che a qualcosa si deve pur rinunciare (costrizione a cui la vita non li ha mai addestrati), ecco… credo che quello sarà il vero punto di svolta. Non prima, purtroppo. E allora, ma solo allora, temo che il tuo parallelismo col Muro di Berlino si rivelerà tragicamente veritiero…
      Ciao.

  3. Mi ricorda molto quello che guardavo l’altra sera: quell’intervista al filosofo Paolo Becchi. Sicuramente tu lo conosci già ma io l’ho trovato per caso… Molto bello e inquietante.

    • Collettivamente, non se ne uscirà. Il disegno è molto più “alto”, capillare, perfettamente orchestrato di quanto tu ed io possiamo lontanamente immaginare. Le animosità (definiamole così…) delle popolazioni europee scivolate nel declino vengono mantenute “drogate” dal consumo e dall’egemonia informativa del mainstream. Dunque, se assisteremo con ogni probabilità a nuove forme, per lo più striscianti, di frizioni interclassisite, non credo che dovremo aspettarci barricate. Almeno, non a breve.
      Quel che è certo, ripeto, è che collettivamente non se ne uscirà.
      La via d’uscita, come non mi stancherò mai di ripetere, può e deve essere trovata esclusivamente su un piano individuale. Dimentichiamoci leader e movimenti, per carità! Il cambiamento annunciato da Beppe Grillo, che tu hai citato qualche commento fa, è destinato a sfumare nell’ennesima illusione. Non nego di ammirarlo e di esserne rapito, ma più da un punto di vista sociologico che non politico, in quanto incarna davvero una minaccia per lo status quo. Solo per questo. Il suo compito, come dico sempre, dev’essere quello di fare paura, di costringere gli altri a tenere alta la guardia. Nulla di più. Non aspettiamoci che sia davvero in grado di cambiare qualcosa. Quel che è certo, è che rappresenterà un polo aggregante per gli altri (quelli che ci hanno portato fin qui): guarda cosa sta già accadendo, che cioè ormai sono TUTTI coalizzati contro di lui, sotto l’algida guida di Mario Monti. Deprimente. Uno sfregio della democrazia! La Politica che abdica per la Tecnica, che a sua volta si onora di essere assurta al rango di Politica: una nemesi infernale! Che però, come già sta avvenendo, compatterà tutti i suoi oppositori, legittimandone le scelte e determinando in ultima istanza una pericolosa accelerazione del processo di liquefazione sociale.
      L’unica cosa che ci resta da fare è cambiare noi per primi. Solo questo.
      E il cambiamento passa innanzitutto per la drastica riduzione dei consumi da parte di chi, potendoli ridurre, ancora non lo fa: questo comportamento è mille volte più potente di una croce su una scheda elettorale.
      Ciao,
      Andrea

      • Provo a inserirmi, se non è troppo tardi: visto che è stato citato Grillo, del quale Movimento faccio parte.

        Anch’io sono perplesso su diverse cose (per esempio il “Programma” è di un massimalismo sconcertante ed è facilmente attaccabile proprio per questo: possibile che “menti fini” come Grillo e Casaleggio non se ne siano rese conto?), non è che mi tiri indietro nel criticarlo.

        Però, come tu dici – Andrea – che se ne uscirà non collettivamente ma singolarmente, io vedo la possibilità di una via di mezzo: quello che si può fare a livello di Comuni. A questo livello, credo che il M5S abbia grossissime potenzialità; anche come esempio da prendere da parte di altri, che vogliano mantenere certi “paletti” che sono stati messi dal Movimento, qualora questo si dimostrasse un fallimento a livello nazionale.

        In altre parole credo che le “prese di coscienza” individuali possano – magari se i Comuni di cui sto parlando sono piccoli – fare da motori, da guide per modifiche al tessuto sociale locale, anche significative.

        • Ciao Alberto, non è mai troppo tardi!
          Dalla stanza dei bottoni (che WordPress mi mette a disposizione) vedo infatti – con mio immenso piacere – che sono moltissimi i lettori che continuamente spulciano anche e soprattutto i vecchi post. Nonostante anche qui, ovviamente… panta rei, è comunque un dato che davvero mi riempie di orgoglio, proprio perché sottrae LLHT alla inevitabile “liquidità” del web, attestandolo come spazio capace di invogliare molti utenti a soffermarsi anche su interventi e commenti di qualche mese prima.

          Nel merito, invece, nutro anch’io da sempre una enorme fiducia nel potere salvifico dei localismi (che tu identifichi, credo correttamente, nei Comuni) o – per estensione – di tutte le forme di aggregazione e coazione a matrice comunitaria: il dualismo comunitari/liberal, introdotto da Marcello Veneziani* nel già citato pamphlet del 1999 (in risposta al precedente “Destra e Sinistra” di Bobbio) introduce pionieristicamente i nuovi perimetri (anche, ma non solo, politici) che l’alba del terzo millenio sarà costretta a registrare e, inevitabilmente, marcare.
          Come te, credo quindi moltissimo – su un piano politico almeno – nella forza rigenerante delle comunità e dei localismi.

          Su un piano etico, invece, credo che sia l’individuo l’unico e vero motore. Il mio pedante inneggiare al potere dell’individuo ha proprio questa unica chiave di lettura: l’Uomo non potrà mai attendersi dalla comunità (per quanto ristretta e attiva) la spinta decisiva al proprio cambiamento.
          Solo e soltanto all’Individuo spetta il compito di trovare, esclusivamente in se stesso, le motivazioni fondanti del proprio nuovo destino. Se invece vorrà attendere dall’altro da sè la spinta al cambiamento, questa potrà chiamarsi in un solo modo, temo: stato di necessità.
          E non credo ci farà molto piacere, quando si presenterà a bussare alle nostre porte…
          Ciao

          (*) Una nota che, ne sono certo, su LLHT è del tutto superflua (ma che mi offri lo spunto per chiarire a tutti): la mia dichiarata ammirazione per la capacità diagnostica e profetica di Marcello Veneziani (come di chiunque altro) è del tutto avulsa dalle scelte editoriali che, suo malgrado, lo scrittore è costretto a fare. Più in generale: con tutti i difetti che ho, non ho però infatti mai avuto la miopia intellettuale di considerare buone o cattive le idee soltanto in funzione della loro presunta collocazione politica.

  4. Ciao Andrea,
    quello che sembra così chiaro ad alcuni di noi, come mai secondo te non è chiaro a chi ricopre posizioni di potere? Questi giorni, con molta più attenzione di prima sto ascoltando cosa dicono i politici, i portavoce, i candidati, ecc… alcuni mi piacciono, altri no. Alcuni mi convincono un po’ di più, altri meno. Ma… Ma non sento nessuno, nessuno parlare di queste cose. Nessuno. Tutti parlano di crescita. Tutti dicono che l’obiettivo è quello. Come mai Andrea? Come mai? Come è possibile?

    A parte Grillo, che però poi mi lascia perplessa per altre cose, come è possibile che nessuno sappia, che nessuno abbia la coscienza o la percezione che sia necessaria una svolta diversa da quelle che propongono? Come mai se riesco a capirlo io, non lo capiscono loro? Non riesco a capire se sia ignoranza, malafede, ingenuità… Che cos’è? Che cos’è esattamente? E come mai intorno a me tutto mi sembra addormentato, tutte le persone incanalate in un tunnel da cui non pensano neppure di uscire? Come è possibile che la crisi (se lo è stata per me) non sia un’enorme sveglia, una grandissima opportunità, dolorosissima certo, ma un’opportunità.

    Quando vedo Monti in qualche intervista o altri politici in qualche talk show e ascolto sono lì che tutto il tempo mi chiedo: “ma perché non gli domandano questo? Ma perché non gli fanno quella domanda che gli farei io? Ma che cosa c’entra domandare quello? Perché non parlano di vita reale, di economia reale e della gente reale? Ieri sera su you tube mi sono messa a cercare video di scienziati, economisti, scrittori su questi temi. E ce ne sono. Ce ne sono tanti che parlano, che dicono queste cose, che informano, che si pongono domande ed interrogativi. Come li guardo io ed hanno l’effetto su di me di una frustata, di un imput necessario e immediato a fare qualcosa a cominciare da me, come mai non hanno effetto sulle persone che conosco?

    Che cosa sono, Andrea? Sono profeti, visionari, folli (proprio di follia si parlava in questi giorni nel blog di Simone), utopisti? Ma davvero siamo arrivati a considerare follia ciò che mi sembra così chiaro, semplice, naturale, perfino ovvio? Ma come mai Andrea? Perché facciamo così fatica? E’ vero che è un processo doloroso, ma non c’è solo il dolore in questo processo. C’è qualcosa di più, di più profondo, genuino, vero, bello… Non dovrebbe essere bello tornare a noi stessi, alla realtà, alla natura dell’essere umano?

    Come mai mi sembra tutto fuori luogo, fuori sincrono? Come immaginare una grande folla che va in massa verso una direzione e andare nella direzione opposta tra gli spintoni, le cadute e gli sguardi attoniti di chi ci guarda andare “follemente” al contrario…

    Marica

    • Ciao Marica,
      devo dirti la verità: non credo che quello che è così chiaro ad alcuni di noi (sempre di più, a onor del vero) non sia altrettanto chiaro a chi ricopre posizioni di potere…!
      Ho da sempre la sensazione, invece, che chi ha il compito di decidere per noi sappia benissimo quello che davvero ci servirebbe. Ma che, non essendo questo funzionale al suo disegno, opti per le soluzioni alternative che tutti conosciamo.
      Più volte, da persone con i capelli bianchi, mi sono sentito ripetere questo ritornello: il capitalismo e il modello economico neoliberista, con tutti i loro difetti, hanno però avuto l’innegabile pregio di aver saputo garantire all’Occidente il più lungo periodo di prosperità e, soprattutto, senza guerre.
      Vero. Ma purtroppo questo pregio (innegabile, va detto) non è più sufficiente! Se non altro, per due motivi: le guerre, in realtà, non si sono svolte all’interno del perimetro dei paesi occidentali, ma al loro esterno (guerre di conquista alimentate dal neoimperialismo alla continua ricerca di risorse). Quindi, come minimo, quel ritornello va riadattato. In secondo luogo, il ritornello non tiene conto del “costo sociale” del modello neoliberista: costo in termini di logorìo della popolazione, di sfilacciamento delle dinamiche sociali e, last but not least, di danno irreversibile procurato all’ambiente che ci ospita.

      Quindi, dicevo, per me quella specie di mantra non è più sufficiente a giustificare la bontà del modello economico occidentale!

      Visto che ti muovi su youtube con disinvoltura, ti segnalo due chicche che potresti apprezzare. La prima, che probabilmente già conosci, è l’ultima intervista di Mario Monicelli: un testamento tragicamente veritiero, ma molto difficile da deglutire… Rivedendolo, poco fa, ho come avuto la sensazione di stare masticando un enorme boccone di sabbia e segatura: impossibile da mandar giù, ma assolutamente – come dire – indispensabile.
      L’altro video che ti segnalo è un po’ più lungo, ma lo ritengo eccezionale, per offrire nuove e diverse chiavi di lettura alle tue perplessità: si tratta della presentazione completa del lavoro di Paolo Barnard, “Il più grande crimine”. Barnard è un giornalista-economista d’attacco, nonché il promotore in Italia della Modern Money Theory, una teoria economica (supportata da premi Nobel ed economisti di spessore internazionale) che afferma il primato del Debito Pubblico (sì: hai letto bene!), quale unico motore per il sostentamento di un’economia. E’ una teoria che, soprattutto di questi tempi, è a dir poco rivoluzionaria. Ma credo che, di fronte a mali estremi, occorrano estremi rimedi. Inoltre, nel filmato, circa a metà se non ricordo male, viene offerta una documentatissima dissertazione sulle REALI origini dell’Europa unita e su quali alchimie, in quali stanze furono scritti i trattati e apposte le firme che, nei decenni successivi, avrebbero segnato il destino di noi tutti.

      Se ti capita, spendici un’ora del tuo tempo. Poi mi saprai dire.
      Ciao

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