Non sarà una passeggiata

Adoro la perentorietà e la determinazione di Roberto Napoletano (direttore del “Sole 24 Ore”), nel trascurare ciò di cui potremmo realmente avere bisogno nel prossimo futuro, cioè delle esequie di quel cadavere ormai putrescente che ha nome capitalismo. Ma ancor più ostinatamente convinto che lo stimolo agli ignari esecutori di quel disegno neoliberista e paneuropeista sia l’unica terapia ancora in grado di ridare una prospettiva all’Italia. Come se qualcuno ci credesse ancora. Come se il male potesse essere anche la cura…

Adoro la sua apparentemente incrollabile fiducia del gioco del Monopoli, parafrasi ludica del neoliberismo economico. E adoro il modo in cui si affanna a pungolare un altro appassionato giocatore da tavolo, questa volta di subbuteo: Enrico Letta. Cercando quasi di persuaderci che i fili che muovono il Presidente del Consiglio non provengano, come invece fanno, da Bruxelles. E lo fa, ancora una volta con quella magistrale sontuosità del fondo dei giorni scorsi “L’IMPEGNO TRADITO DI LETTA“, che vi inviterei quasi a leggere.

L’irrinunciabile dedizione di Confindustria a questo giochino inventato quasi tre secoli fa da Adam Smith (che per primo argomentò come il perseguimento dell’interesse individuale generi sempre e comunque una ricaduta favorevole sull’interesse collettivo) è stucchevole. Tanto che, già lo scorso febbraio, subito all’indomani delle elezioni politiche, e mentre si trovava in evidente stato confusionale, gli dedicai un breve ma intensissimo articolo,  che – questo sì – vi invito a riprendere un attimo in mano (“La discontinuità immaginata“), nel quale provavo a persuaderlo che, invece, avrebbero potuto essere ben altre, le leve da muovere. Cioè, prima di tutto, assuefarsi una buona volta all’idea che il capitalismo, che dal 1989 – dopo la scomparsa del suo contrappeso economico – si è naturalizzato nella Storia, potrebbe non essere l’unica soluzione. Certo, oggi è l’unico “mostro” che si agita in campo, ma ciò non deve precludere la preconizzazione di nuove, e magari inimmaginabili, “categorie di pensiero”. Anche economico. Quindi, morale.

Ma non c’è niente da fare: Enrico Letta, Roberto Napoletano, lo stesso neo-eletto segretario del PD Matteo (lo chiamo solo per nome, perché oggi fa molto cool…), per non parlare dei loro presunti avversari di sempre… pare non capiscano. Pare non ne abbiano i requisiti: date un occhio qui, se volete farvi un’idea…

Separatore

Qualcuno di essi, quelli che hanno persino studiato un paio di manuali di comunicazione strategica, hanno cominciato da un po’ a parlare di piani industriali su orizzonti pluriennali. Hanno sentito che lo faceva Grillo (prevalentemente sul versante energetico) e adesso loro, prontamente, si sono accodati. Così, ve lo anticipo, sentirete parlare ancora a lungo di obiettivi al 2020, al 2030 o anche al 2050. Anche questo, nel campo della comunicazione politica, fa molto cool. Perché trasmette, implicitamente, un’idea di responsabilità sociale intertemporale, animata da una forma di affettività intergenerazionale che… piace, piace molto. Inutile negarlo. La gente si appassiona e tende a credere a chi ostenta una preoccupazione per il futuro. Soprattutto la persone che, nonostante tutto, continuano a popolare certi salotti radical-chic…

Mani di Renzi

Mani che hanno prevalentemente parlato

Quello che serve, invece, è un chiaro obiettivo quantitativo di rottura col passato. Un obiettivo che, pur non piacendo di primo acchito, include invece una reale prospettiva di trasvalutazione di valori e di prassi comportamentali. A cosa mi riferisco? Ne riparleremo presto, credo. Intanto, però, vi do qualche anticipo. Per stilare un qualsiasi piano strategico credibile, occorre infatti affrontare (senza pregiudizi) tre questioni preliminari:

1) Qual è il contesto di riferimento.

2) Dove si vuole arrivare, stante quel contesto.

3) Qualora esistano strade per arrivarci, quale di esse si intende imboccare.

Fornisco, per ora, tre rapide risposte. Che, in un prossimo futuro, proveremo ad approfondire:

Occupati per SAE dal 1861

Percentuale di occupati per settore di attività, dall’unità d’Italia ad oggi

1) Il contesto è questo: (a) la gente comincia ad avere fame e (b) il bene primario per sfamarsi è il frutto di un’attività economica (nella fattispecie, del settore Primario) il cui valore aggiunto, oggi in Italia, non arriva al 2% del totale! Solo a titolo di cronaca, ricordo che nel 1861 – anno dell’unificazione – l’agricoltura occupava il 70% della forza lavoro nazionale. Oggi ne occupa meno del 4%. Settanta contro quattro! E sto parlando di un bene primario, accidenti. Non di un servizio di personal-training per ridurre i cuscinetti adiposi…

2) Si vuole arrivare all’autosufficienza alimentare e a una migliore qualità della vita. Per farlo, occorre sfruttare al massimo – in modo rinnovabile – la risorsa principale di tutte: la terra. Tra il 1970 e il 2010, la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) è calata in Italia di quasi il 30%, passando da circa 18 milioni di ettari a meno di 13. Che, conti alla mano, rimane comunque una superficie pari a quella di Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna messe insieme. Come in troppo pochi sanno, oggi l’Italia produce circa il 75% del suo fabbisogno alimentare. Cioè: il 33% dei legumi che servirebbero, il 34% dello zucchero, il 69% delle patate, il 64% del latte, il 72% delle carni e oltre il 100%, invece, di riso, frutta, ortaggi, pomodoro e uova. Complessivamente, per quello che è a tutti gli effetti un bisogno primario, siamo – per circa un quarto delle nostre esigenze – dipendenti dall’estero.

3) Dove si vuole arrivare? Entro quando? Come lo si vuole fare? Questo, mi aspetterei che ce lo dicessero i nostri politici! Ma, visto che nessuno di loro lo fa (nemmeno Matteo, che continua però a preoccuparsi della legge elettorale… con la quale, notoriamente, non si mangia), dobbiamo pensarci noi. Dobbiamo arrivare a un ribaltamento totale dei parametri visti sopra! Dobbiamo stilare un vero e proprio PIANO NEORISORGIMENTALE, attività alla quale, nell’arco dei prossimi mesi, proveremo ad adoperarci (magari, con l’aiuto di qualcuno di voi). Nel piano, dovranno esserci pochi indicatori, ma massimamente espressivi di un cambiamento radicale del nostro modo di vivere. Un piano che non esito a definire… spaventoso! Occhio, però: meravigliosamente spaventoso! Un piano che – faccio solo un esempio – porti l’incidenza del valore aggiunto del settore agricolo sul totale dell’economia, dall’attuale 1,8% al 10% nel 2020 e al 20% nel 2050. Parziale ritorno alle origini. Sì, senza paura di dirlo: a testa alta! Un altro indicatore che dobbiamo introdurre (e monitorare) è la quota di ricchezza nazionale indotta dal Turismo e dalla Cultura. Nei prossimi trent’anni, tale quota va necessariamente almeno triplicata.

Quindi, ripeto: pochi obiettivi macroeconomici-chiave. Ma dirompenti. Rivoluzionari. Come detto, spaventosi (per lo stravolgimento delle nostre abitudini che implicheranno). La salvezza, per l’Uomo prima che per la Tecnica, passerà da qui.

Separatore

Come invertire la rotta? Facile, facilissimo! Facendo quello che LLHT sostiene dal giorno della sua nascita: cambiando modo di vivere. “Cambiare” e basta non significa niente: il cambiamento, da solo, è una parola vuota. Che, come tale, sta infatti piacendo a molti politici, specie i più giovani. Quelli che, per intenderci, hanno le chiappe bene al caldo…! I famosi otto punti del presunto accordo Bersani-M5S erano infatti stati definiti “per il cambiamento”. Non c’è frase di Renzi che non comprenda questa parola. Il cambiamento è troppo… cool.

Cosa significa cambiare? Ve lo spiego io. Aiutandomi con il cosiddetto modello degli stadi del cambiamento, teorizzato e sviluppato negli anni Ottanta dai sociologi Di Clemente e Proschaska. In base a tale impianto, il cambiamento dallo stadio iniziale a quello finale prevede l’attraversamento di almeno cinque fasi:

  1. “Precontemplazione”: capisco che è necessario cambiare;
  2. “Contemplazione”: aumento la volontà e diminuisco le resistenze al cambiamento;
  3. “Preparazione”: mi impegno e pianifico;
  4. “Azione/Realizzazione”: attivo il piano/faccio;
  5. “Mantenimento”: integro e assimilo il nuovo stile di vita.

Non illudiamoci di essere troppo avanti, in questo processo! Oggi, in Italia e – per estensione – nell’intero occidente civilizzato, non ci troviamo neanche a metà della fase 2: di strada da fare ce n’è ancora tanta…! Non basta sbandierare la parola magica “cambiamento”, come fanno i nostri politicanti da bancarella.

Hardworking-Hands

Mani che hanno prevalentemente lavorato

Oggi “cambiare” significa stravolgere le nostre abitudini, rinunciare ai privilegi (e qualche comodità) a cui ci hanno abituati cinquant’anni di progresso tecnologico e tecnocratico; significa redistribuire la ricchezza tra chi ha campato per decenni sulle spalle degli altri e chi, invece, vorrebbe rimboccarsi le maniche e prendere attivamente in mano il proprio destino; significa segmentare l’accesso ai servizi in base alle rispettive dotazioni patrimoniali, senza indugiare su presunti meccanismi di equità ormai privi di senso (i ricchi devono pagare sanità, istruzione e servizi in misura paurosamente superiore ai più bisognosi: i ricchi non devono “piangere”, come recitava un infelicissimo manifesto elettorale del 2007, devono oggi “solo”… aprire il portafoglio: anzi, spalancarlo!); significa defiscalizzare completamente le attività agricole, tutelando chi sceglie di dedicarsi alla conservazione e alla valorizzazione del suolo; significa, per usare un slogan, “meno iPad e più zappe!”. Si facciano finalmente da parte, gli alfieri del Terziario e i paladini della digital-economy ad ogni costo! Meno servizi, più fagioli! Meno beauty-shop, più calli sulle mani. Sarà questo, il new-deal…

Fanno tremare i polsi, queste soluzioni? Avete paura? E di che cosa? Della vostra essenza? Della vostra stessa natura primordiale, archetipica?

Lo sa Renzi, per esempio, che cosa sia un giunto cardanico? Lo sa, come si cambia una lametta della trincia? Conosce il lavoro manuale, oltre quello – prevalentemente giocoso – che si apprende nelle pattuglie scout? Ai miei occhi, quasi tutti gli esponenti dell’attuale classe politica costituiscono una élite piccolo-borghese, composta da bravi oratori (questo è innegabile), ma quasi sempre con mani di fata bianche e perfettamente levigate. E, come tali, piacciono a quelli che hanno mani come le loro. Cioè a quelli che preferiscono parlare, lasciando che a fare sia qualcun altro…

Prima di dare fiducia a qualcuno, guardategli sempre le mani: se sono troppo perfette, prendete tempo.

Non sarà una passeggiata, no. Ma la strada esiste. Basta convincersi, trovarla e… incamminarsi.

33 risposte a “Non sarà una passeggiata

  1. … in questo nuovo commento vorrei partire dall’immagine di questo articolo, le mani di un uomo che ha lavorato duramente, probabilmente sotto la pioggia, il freddo, il ghiaccio, la neve, il caldo torrido, la sete, forse anche la fame …


    In questi giorni sono spesso al telefono con una persona conosciuta alcuni mesi fa, senza fissa dimora che, dove aver avuto qualche settimana fa un ictus, dimesso dall’ospedale, ha cercato di sopravvivere come “ospite” dentro un’auto di un amico rischiando di morire assiderato.
    Ha forzato la porta di una casa del Comune chiusa da molto tempo e dopo qualche giorno i vigili lo hanno prelevato intimandogli di evitare cose del genere.
    L’assistente sociale alza le mani dichiarandosi impotente e senza mezzi per aiutarlo.
    Ho cercato varie volte di offrirgli la ns. disponibilità familiare, per un pasto, un posto dove dormire e qualcos’altro ma forse, sapendo anche delle ns. difficoltà, fino ad ora ha sempre rifiutato.
    Ha 55 anni e non smette di lottare, vuole vivere e cerca uno spazio in questa società …
    —.
    Riporto, per chi non l’avesse letto, l’articolo del Blog di Beppe Grillo dal titolo “La peste non esiste” che, mi ha fatto ricordare quante volte, nei mesi passati, ho ripetuto queste cose alla gente che incontravo: “questo è solo l’inizio, il peggio deve ancora arrivare …”.
    La peste non esiste.
    E’ diventato normale. Ogni giorno qualcuno è colpito dalla peste.
    Persone insospettabili che in tutta la loro vita non avevano mai avuto un qualunque sintomo cadono all’improvviso in preda della malattia.
    Un tuo amico, un parente, il marito della custode, la madre del compagno di scuola di tuo figlio.
    Il cerchio si stringe e tu, che avevi sempre ritenuto la peste come una malattia d’altri tempi e ti sei sempre considerato immune, solo gli altri potevano esserne colpiti, la percepisci sempre più vicina.
    Nella buca delle lettere. Nello squillo del cellulare. Sai che potrebbe toccare a te perdere tutto.
    E’ sufficiente una lettera di licenziamento, la tua azienda che chiude, delocalizza, va in bancarotta.
    Se hai dei risparmi cominci a fare i conti, per quanto tempo potrai sopravvivere con la tua famiglia, qualche mese? Due anni? E poi?
    Se non hai nulla guardi nel vuoto e cerchi, con poche speranze, un’occupazione qualunque.
    Lo Stato, questa entità che tutto presiede, di cui nessuno è mai responsabile, un dio moderno al di là del bene e del male, non ti potrà aiutare, non è nella sua natura.
    Ti fermi a riflettere, a pensare se forse, questa peste che dilaga e abbatte con lentezza, implacabile, le certezze di una vita, distrugge ogni protezione sociale, non sia in parte colpa tua.
    Ti chiedi se tu, per anni, hai svolto, inconsapevole, indifferente, la funzione del piccolo untore e questa peste, questo contagio che corrompe la società non sia dovuta anche al tuo delegare (a chi poi?), al crederti invulnerabile.
    “Era, quella, una peste profondamente diversa, ma non meno orribile, dalle epidemie che nel medioevo devastavano di quando in quando l’Europa. Lo straordinario carattere di tal nuovissimo morbo era questo: che non corrompeva il corpo, ma l’anima. Le membra rimanevano, in apparenza, intatte, ma dentro l’involucro della carne sana l’anima si guastava, si disfaceva. Era una specie di peste morale, contro la quale vi pareva non vi fosse difesa alcuna. Tanta era l’iniqua forza del contagio, che prostituirsi era divenuto un atto degno di lode, quasi una prova di amor di patria, e tutti, uomini e donne, lungi dall’arrossirne, parevano gloriarsi della propria e della universale abbiezione” ( La pelle – Curzio Malaparte).
    Dagli schermi della televisione arrivano, come ogni sera, messaggi rassicuranti: “La peste non esiste!”.
    Fino a ieri ci hai creduto, forse ci hai voluto credere, ora non puoi più e pensi a quelle persone vendute che mentono dietro al piccolo schermo e ai loro burattinai con i volti di plastica e le risposte piene di vuoto.
    Anche loro, pensi, si sentono immuni. Per quanto durerà?
    Quando la campanella dei monatti suonerà per tutti?

    Su ANSA oggi ho letto 3 articoli che considero l’esempio, il “metro” di come si stia percedendo la drammatica situazione sociale italiana:
    – Saccomanni, Ministro dell’Economia: ”Abbiamo avuto una lunga crisi ma credo che ne stiamo uscendo ma bisogna avere fiducia e non reagire sempre vedendo le cose in modo negativo.”
    – Il deputato del Pd Khalid Chaouki è barricato da questa mattina nel Centro di prima accoglienza e soccorso di Lampedusa per protestare contro le condizioni in cui si trovano i migranti … Chaouki sostiene che non intende desistere dalla sua protesta fino a quando gli ospiti della struttura non saranno trasferiti.
    – Il Papa ai Forconi: “Seguire via del dialogo … Respingere le tentazioni dello scontro e della violenza, difendendo i diritti”.

    Quando una persona, una famiglia perde la casa, dove va ?
    Quando una persona, una famiglia hanno sete, fame, freddo e non hanno nulla da bere, da mangiare, con cui riscaldarsi, cosa deve fare ?
    Quando una persona, una famiglia sono ammalati e non hanno i soldi per le medicine come devono curarsi ?
    … ma ci dicono di avere fiducia e non reagire sempre vedendo le cose in modo negativo … ci dicono di respingere le tentazioni dello scontro e della violenza …
    Quando ognuno di noi, con i frigoriferi belli pieni, ha fame non diventa forse un pò, dico solo un pò nervoso, impaziente ?
    Ma è cos’ì anche quando si ha freddo, o si è stanchi, o … si desidera, si vuole, interrompere quella che stiamo vivendo come una sofferenza.
    Chi soffre, sta male e umanamente non vuole soffrire: se nessuno lo ascolta e lo aiuta, cosa deve fare ?
    Deve autoeliminarsi per eliminare il problema ?

    Quando una persona sta male non si guarda, meglio, non si dovrebbe guardare il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la lingua, la religione … (Gesù ne è stato un esempio, faceva il bene a chiunque, anche il Sabato) … il vero Amore non ha confini.
    Forse quel deputato del PD si dimentica che nel 2011 (questi sono i dati ISTAT del 2011 e sono quelli più aggiornati, chissà quali saranno nel 2015 quelli del 2013 …) le famiglie in condizioni di povertà relativa sono l’11,1%: si tratta di 8,2 milioni di individui poveri, il 13,6% della popolazione residente … la povertà assoluta coinvolge il 5,2% delle famiglie, per un totale di 3,4 milioni di individui.

    Questa mattina all’ospedale S.Eugenio di Roma è morto l’uomo di 51 anni che giovedì scorso si era dato fuoco in Piazza S.Pietro. Nella sua giacca lasciata in piazza San Pietro gli agenti hanno trovato un biglietto che indica le motivazioni del gesto: «Sono stanco e non ho un lavoro». Sullo stesso biglietto il numero di telefono della figlia.

    Tutte queste parole, e chiedo scusa di questo lungo articolo, per dire che il “neoRisorgimento” che io spero possa sbocciare presto in questa Italia martoriata e sofferente, sia la riscossa umana di tanti uomini e donne che con coraggio, forza e volontà vogliono costruire un futuro dignitoso e sincero dove il rispetto reciproco sono la base del vivere quotidiano.
    La sofferenza può portare alla violenza, ma può portare anche alla stanchezza e chi è stanco vuole riposare, anche con la morte !
    I miei figli mi donano ogni giorno la gioia di vivere, anche nei momenti più difficili e intensi, perchè mi insegnano ogni giorno cosa significa Amare.
    Credo che il “neoRisorgimento” possa nascere e crescere dallo spirito solidale e amorevole di chi non pensa solo a sè stesso, ma desidera condividere e unire la propria vita a quella delle sorti del mondo che è la nostra prima casa.
    Forse, prima di volare egoisticamente da qualche altra parte del mondo, voglio prima cercare persone qui in Italia che come me non vogliono smettere di lottare e vogliono essere artefici di questo “neo Risorgimento”.
    Mi dai una mano Andrea ad “innescare” i primi contatti ?
    Un caro saluto a tutti, Ciao.
    Lauro

    • E’ un commento molto lungo e articolato; mi sento di dire la mia solo su due punti.

      – Secondo me il “Nuovo Risorgimento” non ce lo possiamo aspettare dai “Forconi”, almeno per come si sono presentati: non hanno uno straccio di programma, se non il generico “cacciamoli via” (salvo lasciare aperta una finestra di dialogo…); ma chi si pone “contro”, deve presentare una proposta alternativa: questi invece sono quelli che tu stesso hai definito “piccoli untori”, adesso si agitano come matti, dopo aver votato – per i loro porci comodi – lo schifo che adesso ci ritroviamo al governo; però quanto a fare autocritica e responsabilizzarsi, non sanno nemmeno cosa significhi.
      Col tempo, forse, ne verrà fuori qualcosa di buono: ma indirettamente, se questo vittimismo si saprà trasformare in qualcosa di costruttivo nel piano della solidarietà, o se riuscirà a innescare ciò in altre persone, altre situazioni operanti nel sociale.

      – Non ho capito quale critica stai muovendo a quel deputato: sei perplesso perché si sta esponendo per i migranti, anziché per gli italiani, viste le colpe che verso questi ultimi ha il suo Partito? Se è così, dovresti ben sapere che le due cose – le due situazioni, cioè la povertà loro e degli italiani – sono collegate: loro sono qui (e trattati in questo modo), perché noi siamo andati là per i nostri sporchi interessi.
      Di lui posso avere dubbi sulla sua buona fede (trattandosi di un parlamentare PD), della qual cosa ci si potrà rendere conto a breve; e naturalmente del fatto che il suo Partito possa strumentalizzare a proprio favore questa vicenda: il che, come logico, è un altro paio di maniche.

  2. Che qui sia arrivato il momento di inventarci qualcosa è evidente. Il bollettino di guerra quotidiano dei licenziamenti mi pare in accelerazione esponenziale, si respira vento di nordafrica e credo che soffierà per molto tempo ancora. Non sarà una passeggiata e già non lo è. Il ritorno alla terra è una promessa che dobbiamo coniugare con la capacità di stabilire un rapporto diverso con noi stessi. Tu sai quanto tenga a questo tema. Giusto ieri pomeriggio ho lavorato intensamente con una psicologa che ci sosterrà nel seminario che sto preparando. Non è facile, perfino fra me e lei si è aperto un dibattito (costruttivo).
    Che cosa possiamo fare? La mia risposta è ancora una vota unirci, fare comunità. Una comunità, però, di persone consapevoli e che non devono necessariamente votarsi alla terra. Definirlo neo-Risorgimento… perché no? Avremo bisogno di nuovi ideali, ma di certo il ritorno a uno stile di vita più vicino ai bisogni primari, se fa sognare alcuni, inorridisce altri. Costoro hanno diritto di aspirare ad altro e di altro ci sarà bisogno in questo neo-Risorgimento.
    Il momento di unire qualcosa di più delle menti, mi pare sempre più vicino.

    • Su che cosa si è aperto, il dibattito tra te e la psicologa? (Se si può dire…)

      Quanto al tuo accenno alle diverse reazioni a uno stile di vita basato sui bisogni primari, occorrerà assai presto aprire una parentesi, sul tema. Forse, non del tutto piacevole. Infatti, ci sarà come minimo da chiedersi se occorrerà assecondarle, le persone che rifiutano un ritorno a un simile stile di vita, oppure se occorrerà invece – come penso io – in un qualche modo ricondurle ad esso. (Esattamente come loro, in questi decenni, hanno indotto chi non la pensava come loro a uno stile di vita basato sui bisogni terziari e persino… quartari.)

      A mio parere, la tutela e la salvaguardia di chi ci ha portato a questo punto (e dei loro fallimentari stili di vita) non deve necessariamente essere un prerequisito del cambiamento. Anzi.

      Ciao.

      • Con la psicologa si parlava di quale atteggiamento avere nel lavorare su “se stessi”. Se talvolta abbassare la testa e lavorare sodo anche sobbarcandosi momenti di fatica e sopportazione in vista di una meta premiante o se assecondare sempre e comunque ritmi più rilassati. Lei contrapponeva questi ultimi all’andamento parossistico tipico delle più deleterie scuole motivazionali, io trovo invece un valore anche nella tenacia che ti fa stringere i denti e non penso che sia obbligatoriamente parte di quel mondo ipertrofico che sta tramontando, dentro e fuori gli uffici delle multinazionali.

        • Scusa, Flavio; ma la “tenacia”, per come l’hai proposta tu, mi sembra rischi di fare il paio con “il fine giustifica i mezzi”. Io preferisco: “i mezzi usati condizionano, in campo etico, il conseguimento dei fini”.

          C’è, insomma, tenacia e tenacia: stiamo ascoltando l’ultimo CD di Rita Pavone, che ci ha messo 50 anni a realizzarlo: questa è tenacia “buona”, visti anche i risultati. La tenacia di chi fa carriera cannibalizzando gli altri, non mi sento di definirla allo stesso modo…

          Tenacia o no, credo che alla fine ognuno dovrà semplicemente – scusa la frase fatta – assumersi le proprie responsabilità. Chi dovesse riuscire a mettere in piedi una situazione socialmente solidale, si troverà a doversi chiedere, se togliere il pane di bocca ai propri simili, per darlo a qualche miserabile che ha fatto il possibile per realizzare questo sfascio; e non sto parlando, temo, solo metaforicamente.

          Parimenti, chi ha impostato la propria vita sullo sfruttamento altrui, potrà dovere farsi carico di trovarsi una porta chiusa in faccia, proprio al momento del bisogno. Chiaro che farà leva sul fatto che chi lo sta rifiutando, dovrebbe “essere buono”; se chi sta dietro all’uscio terrà bene in mente, che per quella persona “buono” è sinonimo di “fesso”, quella porta rimarrà provvidenzialmente chiusa, si rimarrà dentro i confini dell’etica…

          Al momento, “segni di ravvedimento” non ne vedo; che poi si dovrebbe dire “segni di responsabilizzazione”: questa grande novità, il “Movimento 9 Dicembre”, non parte da un’autocritica, ma chiede genericamente che “i politici se ne vadano”, dopo che li hanno votati per anni, ben sapendo cosa stavano facendo; fatto salvo che poi è disposto a parlarci assieme, per vedere che soluzioni propongono alla crisi. Gente che s’è svegliata dal sogno cadendo dal letto: e che adesso non capisce più nulla e si agita, senza sapere se sia meglio tornare a letto, o che altro fare.

          Poi, sì, da tutto questo può nascere condivisione e, a sua volta, una nuova coscienza civica, una nuova solidarietà. Ma per quanto lo scenario che ho descritto in apertura sia ben fosco, meglio esser pronti anche a questo.

        • Alberto, sinceramente non capisco come la “tenacia” possa essere associata con l’idea che il fine giustifichi i mezzi, a meno che non si continui ad abbinarla mentalmente a una certa tipologia di persona, cosa che, però, ci porta nel campo delle equivalenze personali, e allora è di questo che si dovrebbe parlare. La tenacia, per quanto ne so, può portare sia a risultati positivi che negativi, a seconda di dove sia diretta. Bisogna sempre fare i conti con i mezzi e con l’eticità delle proprie azioni, ma certo riconoscerai che figure come Mandela, tanto per citare un personaggio di stringente attualità, hanno avuto tra le loro risorse anche la tenacia.

        • Mah, credevo di essermi spiegato… Infatti sono perfettamente d’accordo con te, che Mandela sia un ottimo esempio di tenacia, applicata a un fine positivo. Anche i grandi capitalisti che ci stanno impoverendo, peraltro, quanto a tenacia non scherzano.

  3. Andrea, hai dimenticato – in partenza – un altro punto fondamentale, per programmare un cambiamento:

    4) Valutare le proprie forze a disposizione.

    Non è una battuta, né una cosa ovvia da dare per scontata: la maggior parte delle persone che abbandonano la lotta e ripiegano su posizioni di compromesso (o iniziano percorsi ben peggiori a livello personale), lo fanno a seguito delle frustrazioni, che derivano dall’aver sopravvalutato le forze proprie e delle persone che avevano, o pensavano di aver, coinvolto.

    Lasciando perdere “espressioni strategiche” e volgendo lo sguardo alla saggezza dei proverbi: “Mai fare il passo più lungo della gamba”.

    • Sì, hai ragione Alberto: è un aspetto importante. Tuttavia, consideravo il tuo quarto punto come implicitamente incluso nel primo, cioè nella valutazione del contesto di riferimento, essendo noi di fatto parte di quel contesto. Ma forse sarebbe bene isolarlo, in effetti…
      Ciao.

  4. Tornare indietro non si può, è tutto difficile, per fare le cose non c’è tempo, pensare a queste cose è pura utopia, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera… E ancora eccetera. Lo facciamo diventare un mantra e finiamo per convincercene.

    E invece si può. A cominciare dal piccolo e dal piccolissimo dentro e intorno a noi. Si può e si può anche con zero. Basta desiderare davvero, pensare quello che ci sembra impossibile ma giusto. Io ne sono la dimostrazione e come me ce ne sono migliaia che ci credono.

    Non è necessario avere le competenze e gli studi di Andrea. Quello che mi muove non è Bauman o Latouche sebbene io sia molto contenta di averli conosciuti. Quello che mi muove è un’intuizione. Un’intuizione naturale, umana, in fondo semplicissima, primordiale: e cioè che così stiamo male e che il modo in cui viviamo e abbiamo vissuto negli ultimi decenni fa male a noi, al pianeta, alle nostre relazioni, alla nostra salute fisica e mentale. E’ un modo che produce infelicità a tutti i livelli e in tutte le latitudini. Un modo cieco che in nome di un benessere finto non guarda che cosa succede oltre il proprio naso.

    La dimostrazione è che chi anche nel suo piccolo prova a farsi qualche domanda e a tentare una strada anche provando e andando a tentoni, comincia a sentirsi già meglio e sente che quella è la strada giusta.

    Tra continuare verso il baratro e provare a tornare indietro sapendo che non sarà facile, preferisco la seconda possibilità.

    Cambiare si può, tornare indietro si può, pensare diversamente si può. Tutto si può…

  5. Ciao Andrea, Ciao a TUTTI.
    Ho tante cose da dire ma voglio, data l’importanza, io credo, degli argomenti che hai aperto, procedere passo passo per meglio, spero, condividere i pensieri ed i propositi, le idee ed i commenti di quanti vorranno partecipare alla discussione.
    Parto dal link su Youtube

    Presa diretta “Terra e Cibo” RAI 3 puntata del 9 / 10 / 2011, una trasmissione di poco più di 2 anni fa, che la dice lunga su come, la globalizzazione da una parte ed i ns. “cari” (li mortacci vostra … ) politici, meglio politicanti, dall’altra stanno facendo per mettere in ginocchio ovvero distruggere l’agricoltura italiana .
    La domanda, dopo la visione del video, è d’obbligo: come possiamo, in queste condizioni, far decollare l’agricoltura in Italia e di seguito creare le condizioni per l’autosufficienza alimentare ?
    Ci sentiamo al prossimo commento, Ciao.
    Lauro

    • Basta vietare gradualmente le importazioni, Lauro. Impossibile? Che cosa è davvero impossibile? Io non lo so. Tu lo sai? No, non lo sai neanche tu. Ne sono strasicuro!

      Quella nave che si vede all’inizio del video (interessantissimo: grazie!) non è un cargo mercantile: è una nave… da guerra. Guerra alimentare.
      E’ lunga duecento metri e porta l’equivalente di millecinquecento TIR di grano. Questo, solo per tenere bassi i prezzi, costringendo migliaia di imprese agricole italiane a chiudere i battenti perché non ce la fanno a competere contro la globalizzazione. Sempre in tema di grano, tu credi che Barilla se la sia proprio lasciata scappare, quella battuta sulle famiglie omosessuali? O che invece abbia preferito farsi regalare, da un circuito mainstram al collasso, due settimane di pubblicità gratuita, comprensiva di attacchi e, ovviamente, pubblica ammenda? Vogliamo confrontarli, i bilanci 2012 e 2013 di Barilla? Io il post-it di promemoria, sulla scrivania, me lo sono messo…!

      Parlare di protezionismo, in questo malconcio paese, suona come una bestemmia. Perché ricorda esperienze autarchiche che non si possono neanche pronunciare. Guarda caso, però, proprio questa settimana si sono viste delegazioni di Casa Pound sfilare e manifestare con i centri sociali! Ci rendiamo conto?
      Nella più totale e indisponente indifferenza dei media, stiamo assistendo a fenomeni SOCIALI che farebbero rabbrividire qualsiasi coscienza, se – in questi anni – ci avessero insegnato ad… esercitarla!

      Qualcosa sta cambiando. Con una violenza e, soprattutto, con una velocità che i nostri politicanti da quattro soldi non riescono – non dico a prevedere – ma neanche a comprendere. Stanno per essere travolti da qualcosa di cui anch’io, per il momento, faccio fatica a distinguere il contorno…
      Ma è nell’aria, si respira. E potrebbe non essere bello.

      Ciao.

      • Basta – prima di tutto – cominciare dal piccolo: dal proprio privato o dalle persone attorno. Scrivo questo non per persone come voi due (che conosco benissimo e so che siete più avanti di me, tanto per cominciare), ma per quelli che si stanno accostando da poco a questi problemi.

        Pensare a porre limiti alle importazioni, in questo momento storico, è utopia, perché non ci sono politici in grado di prendere decisioni simili; e sarebbe anche da fare un pensierino su se, sempre in un momento come questo, volendolo, potrebbero porre in atto un progetto del genere. Invece stanno partendo, specie in Centro Italia, mercatini di prodotti agricoli come logico clandestini. Mi fido più di queste iniziative, che di quelle politiche.

      • Premessa – I miei commenti non vogliono essere polemici, cercano solo di descrivere il panorama che abbiamo davanti (molto complesso) che io stesso sto cercando di capire, come credo te, nonostante il caos che viviamo giorno per giorno sempre più, con l’obiettivo di “disegnare” una possibile alternativa di vita -.

        Magari Andrea, magari si potessero vietare grudualmente le importazioni.
        Provengo dal settore abbigliamento – calzature e tutti sappiamo dov’è finita quella produzione industriale.
        Per quanto riguarda il settore agricolo, dove sono inserito da circa 5 anni, le grandi corporazioni come Monsanto da una parte, la GDO – Grande Distribuzione Organizzata dall’altra, e chiaramente la politica (per noi la UE) stanno facendo di tutto per combattere, contrastare e distruggere le economie locali (produzione e vendita) ed i prodotti a Km. 0.
        Ti allego il link http://www.agricolaperozzo.it/pagine/monti_contro_km0.pdf che un caro amico allevatore ha inserito sul suo sito e che parla di ciò che Mario Monti ha fatto contro la sovranità nazionale e la ns. sovranità alimentare.
        Ti consiglio fortemente, se non l’hai già fatto, di acquistare o vedere il film documentario “L’Economia della Felicità” al link http://www.mymovies.it/film/2011/leconomiadellafelicita/ che non si trova purtroppo più su Youtube.
        Dell’autrice, Helena Norberg Hodge, una donna che sta dando la sua vita allo studio dei comportamenti umani e sociali nelle economie rurali, in quelle industriali e oggi, in alternativa, nella proposta di economie locali, trovi su Youtube un’intervista in inglese al link http://www.youtube.com/watch?v=VumLGfpQReQ

        Sono daccordo con te che … “Quella nave che si vede all’inizio del video non è un cargo mercantile: è una nave… da guerra. Guerra alimentare.”.
        Infatti SIAMO IN GUERRA !
        Non è la prima volta che vedo oscurato un sito, tolto un video, un documento o altro che parla di questi argomenti.
        Questo non mi piace per niente e deve farci molto riflettere.
        Credo che in Italia una possibile e concreta via di uscita, di soluzione, sia il modello dell’AGRIVILLAGGIO di cui allego alcune note estrapolate da un intervista all’ideatore del progetto, l’imprenditore agricolo Giovanni Leoni.

        “Quella di Giovanni Leoni e dell’AGRI-Villaggio di Vicofertile, in provincia di Parma, è una visione di vita in comunità basata sulla condivisione, sulla sostenibilità e sull’autosufficienza energetica ed alimentare.
        Che, a differenza degli ECO-Villaggi, presenta una novità: l’integrazione di agricoltura ed urbanistica, portando l’alimento al centro di tutto.
        Giovanni Leoni afferma:.
        • Nessuno degli ECO-Villaggi parte dall’alimentazione.
        • Tutti improntano la loro ricerca sulla socialità e la spiritualità dei rapporti: in parole povere mettono al centro di tutto l’uomo.
        • Questo perché la maggior parte di essi è nata negli anni ’70/’80, anni di grande fermento politico e sociale: le difficoltà di quel ventennio erano differenti da quelle odierne; oggi è il problema alimentare ad aver guadagnato l’attenzione generale.
        • Tutti ci siamo accorti che le risorse naturali da cui attingiamo indiscriminatamente non sono infinite, e continuando di questo passo presto si esauriranno.
        • L’obiettivo dell’AgriVillaggio è quello di produrre per l’autosostentamento di 500 persone (60 abitazioni n.d.r.); il surplus di prodotti, invece, sarà destinato alla vendita nel negozio, aperto a tutti, che sarà situato all’interno dell’azienda agricola.
        • Un occhio di riguardo è riservato anche alla formazione dei più piccoli: “Se le verdure fanno bene alla salute e i bimbi non le mangiano è solo un problema culturale, non genetico. È la formazione che porta i bambini a preferire la cioccolata alle carote. In questi anni di attività di fattoria didattica, ogni volta che le scuole elementari sono venute a trovarci, ho portato le classi a raccogliere carote direttamente dal campo, poi tutti assieme le abbiamo pulite e mangiate. I bambini si sono divertiti e non le hanno rifiutate”.

        Infine una proposta, una dichiarazione d’intenti: a quanti condividono queste idee e questi obiettivi che credo concreti, attuali e di saggia preveggenza per una dignitosa futura sopravvivenza offro la mia disponibilità e la mia esperienza a “costruire” insieme un progetto di AGRICILLAGGIO,
        Cosa dici Andrea: ci proviamo ?

        • Ciao Lauro, rispondo per punti:

          • Non ho mai considerato polemici i tuoi interventi, ci mancherebbe. Forse, l’incipit della mia risposta è apparso “ruvido”, proprio perché volevo enfatizzare come né tu né io siamo abituati – perché non dobbiamo esserlo – a non considerare nulla come “impossibile”!

          L’economia della felicità è un film-documentario stupendo, che è stato per un anno e mezzo in cima alle proposte video di LLHT (menù Mutimedia); quando siamo andati a vederlo al cinema, nella sala eravamo in quattro: mia moglie, io e un’altra coppia… deprimente, eh? Fu quello il motivo per cui, dopo averlo anche comprato in dvd, ne suggerii la visione anche dal blog, recuperandolo da YouTube (almeno, finché è stato disponibile).

          • L’Agrivillaggio, come forse ricorderai, è una realtà che conosco molto bene: l’ho visitato personalmente, ho conosciuto i suoi ideatori e sono in stretto contatto con chi lo gestisce. Per chi volesse approfondire, inoltre, il suo link compare anche tra i preferiti di LLHT, nella colonna a destra.

          • La tua ultima proposta, infine. Condivido ovviamente il tuo entusiasmo (compatibilmente con quelli che sapevo essere i tuoi prossimi impegni), e sottoscrivo l’invito a tutti gli amici di LLHT. Per quel che mi riguarda, avendo l’Agrivillaggio “vero” a due passi da casa, ed essendo io ormai “incanalato” in tutt’altra direzione, faccio molta fatica a prendermi ora, in pianta stabile, l’impegno per un simile progetto. Ma, nel caso i tuoi piani fossero variati e decidessi di proseguire in questa direzione, fammelo sapere: LLHT sarà a tua completa disposizione (se non altro, anche per innescare i primi contatti…)!

          Ciao.

        • Ciao Andrea,
          Trovo solo ora il tempo di commentare questo tuo articolo, su cui però, ho già avuto modo di soffermarmi spesso a ragionare.
          Questa idea di progettare un ritorno all’agricoltura e di incentivare di più il turismo, è molto interessante e la condivido molto, a partire dal piano emotivo. Ho guardato con partecipazione il video di Presa Diretta, postato fra i commenti. Ho parlato con alcune persone, più o meno impegnate nel settore primario… Tutti concordano nell’ affermare che l’agricoltura è una scelta che non paga, anzi sempre più spesso spinge le piccole-medie imprese a fare una montagna di debiti.
          Paradossalmente per chi vuole dedicarsi ad aprire un’impresa agricola, servono grossi capitali… Dipende da quello che vuoi fare…ma data la bassa redditività specifica (€/ettaro) delle produzioni, devi avere grossi fondi, per spuntare quello che serve al sostentamento di una famiglia…tolti i costi di gestione ordinaria, che comunque ci sono e sono alti.

          Come si può combattere contro un sistema che mina per principio la redditività della base del nostro benessere (la produzione alimentare, appunto)?
          Anche qua non credo che possiamo permetterci il lusso di fare del protezionismo! Saremmo esclusi o penalizzati sul mercato internazionale nell’acquisto di materie prime ed energia…che non abbiamo (e comunque il trattore di gasolio ne beve)!!

          L’unica è spingere sul consumo responsabile, sull’acquisto a km 0… Ma è una politica dei piccoli passi, che mal si sposa ai progetti di respiro collettivo!
          La gente deve capire che prima di far economia su quello che mette in tavola, può sacrificare qualcosa in vestiti, elettronica, cosmesi… Il problema di questo messaggio è che non viaggia su digitale terrestre!

          Saluti,
          Simone.

        • Per volontà o per necessità, Simone. È questa, l’unica differenza.
          Nel primo caso, sarà un pò più indolore.
          Nel secondo, temo invece, sarà parecchio più scomodo.
          Poi, è come dici tu: se il ROI per ettaro dovrà essere salvaguardato, è evidente che occorrano politiche comunitarie adeguate.
          Certo, non promosse da Ministri dell’Agricoltura che credono che la lontra sia un uccello…

          Occorre tempo. Ma la strada sarà quella.
          Ciao.

  6. Scusami (è il mio primo commento, qui) se esordisco con un critica radicale, ma il tuo non mi sembra un progetto molto logico, poiché:
    1. i contadini sono per solito individui molto conservatori, refrattari al cambiamento;
    2. perché fare in tanti ciò che si può fare in pochi, per avere l’autosufficienza alimentare?;
    3. il problema del valore aggiunto è anche un problema di prezzo-ricavo e di equazione del profitto (sua ripartizione tra i soggetti coinvolti): oggigiorno, in materia di prezzi dei prodotti agricoli e di distribuzione del relativo profitto la distribuzione fa la parte del leone;
    4 ammesso e non concesso che sia realizzabile, esso richiede tempi lunghissimi; nel frattempo che si fa?;
    5. io voto PD, ma non sono renziano, però a me sembra che Renzi sia coraggioso e tosto ed incline al cambiamento, anche se non ha le mani callose; criticarlo equivale – nell’attuale panorama non soltanto politico, ma socio-culturale italiano – a cercare il pelo nell’uovo, attività tipica dei conservatori;
    6. condivido, invece, la critica al direttore del “Sole 24 ore”, Roberto Napoletano, ma perché egli ciurla nel manico, poiché critica Letta facendo finta di non sapere che, come non si possono fare le nozze coi fichi secchi, così non si può finanziare la crescita senza prendere i soldi da quelli che, dopo ben 330 mld (cumulati) di manovre correttive della scorsa legislatura, addossate in grandissima parte sui ceti medio e basso, ora hanno i soldi: i ricchi;
    7. infine, mi pare che tu abbia simpatie per Grillo, e forse è per questo che hai omesso di dire che anche lui (per non parlare di Casaleggio) ha le mani poco callose e che, sulla base degli obiettivi politici dichiarati, persegue fini del tutto irrealistici, per solito attività tipica dei conservatori, anzi degli incompetenti (che sono ancora più dannosi).

    • Ciao Vincesko,
      innanzitutto, benarrivato! Non so da quanto tu frequenti LLHT (deduco, da alcune tue osservazioni, da non molto), ma proverò comunque a fare una rapidissima panoramica, trasversale ai tuoi 7 punti.

      Innanzitutto: questo spazio propugna l’adozione di chiavi di lettura della società e dell’economia aliene dalle interpretazioni omologanti veicolate dal circuito mainstream generalista.
      In parole più semplici: io non ho la tv, non leggo i giornali e le mie fonti d’informazione – così come quelle di molti miei lettori e commentatori – sono “classiche”, avulse cioè dai condizionamenti mediatici con cui cercano di ipnotizzarci. Qui sopra, su LLHT, si coltiva (forse un po’ pretenziosamente, lo ammetto…) l’ambizione di poter trovare alcune verità che altri non dicono, né insegnano a cercare. Di certo, non i politici nostrani!

      A costo di apparire snob (un’accusa che, sebbene infondata, mi sono sentito muovere spesso), ci tengo a ricordare che qui sopra si cerca di capire dove siamo e dove stiamo andando, mediante l’indagine e la messa in discussione dei messaggi con cui i grandi pensatori (sociologi, filosofi, economisti) degli ultimi due/tre secoli ci hanno stimolato. Mi riferisco a nomi come Bauman, Beck, Wilkinson, Sheldrake, Giono, Marx, Nietzsche, Terzani, Bianciardi, Keynes, Illich, Latouche, Hopkins, Stiglitz, Krugman. Nomi, per intenderci, al cospetto dei quali omuncoli del calibro di Renzi e – più in generale – di ogni esponente dell’attuale scena politica, impallidiscono teneramente…

      Qui si coltiva il Pensiero con la “P” maiuscola. O, almeno, ci si prova. Di conseguenza, come ho ripetuto più volte, non mi è mai interessato disquisire su tematiche contingenti della politica spicciola, quotidiana, prosaica: la seconda metà del nome del blog è un “marchio di fabbrica”. Chi cerca per esempio (non è il tuo caso, lo so bene) la polemichetta sulle esternazioni della Santanchè, può andarsela a cercare su altri blog: il web ne è pieno.

      Quanto alle tue critiche, di conseguenza, non le considero affatto “radicali”, anzi! Essere conservatori, aggettivo che – mi pare – tu consideri denigratorio, è in realtà una qualità dello spirito dei tempi. Se “conservare” significa mantenere istanze e prassi tipiche di un mondo autentico e incontaminato dalla modernità liquida, ben venga l’esserlo! E i contadini, di conseguenza, per forza lo sono! Ti consiglio al proposito un testo affascinante: “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace”, di Giono. Rimarrai sorpreso nello scoprire quanto è rivoluzionario, oggi, un aratro!

      Infine, faccio io a te una domanda: quanto e cosa conosci dei valori promossi dalla Decrescita? Te lo chiedo, perché da alcune tue considerazioni mi sembra che tu non abbia colto lo spirito anche di questo blog. A proposito di equazioni e disequazioni, infine ti chiedo: quanto condividi il motto “meno è meglio”? Perché, forse, il segreto sta tutto qui… 😉

      Ciao e grazie per il commento,
      Andrea

      PS. Quanto ai fini – che tu definisci “irrealistici” – di Grillo, bè… ti confido una cosa: mi affascinano proprio perché sono, da molti contemporanei, ritenuti irrealistici: cambiare, forse, significa prima di tutto “pensare irrealisticamente”…

      • Caro Andrea,
        Io, te lo confesso, sono piuttosto ignorante, aborro le teorie troppo sofisticate, mi considero soltanto uno specialista del 2+2.
        So poco delle teorie sulla decrescita, abbastanza di prassi della… decrescita, per cui condivido appieno il tuo assunto che “meno è meglio” (io, oltre a non avere la tv e a non leggere quasi i giornali cartacei, non ho e non uso da 7 anni neppure l’autovettura).
        Ma, su filosofi/professori e su Grillo, no, non sono d’accordo con te, poiché il raziocinio, l’intuito e soprattutto l’esperienza mi suggeriscono che i primi vanno presi con le molle ed il secondo non va preso affatto sul serio, poiché – detto francamente – è un buffone ignorante eterodiretto, che ha preso in prestito obiettivi anche condivisibili, ma irrealizzabili, nel suo caso, perché subordinati ad una condizione impossibile: la conquista del 100% (ora si accontenta del 50+1 %) dei seggi parlamentari.

        PS: Confesso che ero restio a risponderti, poiché – con tutto il rispetto! – mi date l’impressione di costituire – per ragioni più o meno simili – una setta di “visionari”, ed essendo io un individualista laico e miscredente ho in sospetto qualunque tipo di setta. Buone Feste a te e a tutti.

        • Sì, ciao Vincesko. Apprezzo molto la tua schiettezza. Davvero. E, soprattutto, la tua civile predisposizione al confronto. Tuttavia, mi limito a un invito: in generale, prima di appioppare delle etichette, approfondisci un attimo… Di Grillo, non prendo tutto. Ma qualcosa. Di Renzi, pure: prendo qualcosa (molto meno, per la verità). Sai chi è l’unico di cui prendo invece tutto? Me stesso…
          Forse non lo sai, ma io Grillo neanche l’ho votato. (Ammesso che una croce su una scheda conti ancora qualcosa…)
          Gli ho dato tempo. Perché, per la prima volta in vita mia, il voto ho deciso di darlo DOPO una dimostrazione di affidabilità, non PRIMA (pur essendo già allora propensissimo a credergli, istintivamente).
          Bene, sai cosa ti dico, a quasi un anno di distanza? Che ora, la mia fiducia, se la stanno invece pienamente meritando! Perché con certa gente, con certe “logiche”… non si scherza. E se davvero vogliamo cambiare qualcosa, in questa malconcia penisola, dobbiamo per forza fidarci di chi rappresenta davvero una discontinuità con il passato. Anche se pensa l’impensabile! Anche se appare un idealista (ammesso che AVER RINUNCIATO ai soldi dei rimborsi elettorali sia soltanto un’idea…).
          Soprattutto, quando invece Renzi, nonostante l’età biologica, è in realtà secondo me più vecchio di Napolitano. E sai perché? Perché TUTTI I POTERI FORTI sono con lui. E, visto che io invece sono debolissimo, me ne guardo bene!
          …Intendentibus pauca! 😉

          Ciao, buon Natale

        • Aggiungo qualcosa sull’argomento Grillo, per i motivi che ben sa chi legge i miei commenti da un po’ di tempo.

          Intanto, bravo Vincesko: sarai abile anche solo a fare 2+2, ma ti garantisco che sono pochi ad aver capito che il M5S NON è Beppe Grillo. Grillo è il portavoce, il garante del logo e ha sicuramente voce in capitolo nelle strategie del Movimento, ma non è l’unico e in più non c’è solo Casaleggio.

          Il Movimento va monitorato direi giorno per giorno; e ha ragione Andrea, quando scrive che si meritano tanto di cappello, per come si stanno muovendo in Parlamento; c’è stata una “scrematura” – dovuta all’emergere di interessi privati, inevitabili in qualcuno, in questo momento politico – e temo che la faccenda non sia chiusa lì. Però, al momento, meglio non potevano fare.

          La condizione del 50%+1 è una condizione che sarebbe raggiungibile, stante il forte senso di responsabilità presente in un popolo: e non è certo la situazione di quello italiano… Il dubbio riguardo le possibilità di successo del M5S è legato a questo punto: il Movimento dovrebbe puntare a basarsi su quella che io chiamo “massa critica” della popolazione (cioè appunto le persone responsabili e sufficientemente informate su quanto accade attorno a loro), che in Italia secondo me non supera il 30%. Questo sarebbe possibile a scala locale (col famoso referendum senza quorum), ma di molto più difficile applicazione a scala nazionale: perché ho i miei dubbi, che ora come ora, si andrebbe oltre, appunto, al 30%. Speriamo bene – visto che mi sbagliai a suo tempo, sulla previsione delle scorse nazionali – ma ci credo poco…

          Ad ogni modo “monitorare giorno per giorno” è proprio quello che dovrebbero fare gli appartenenti a un Movimento di base, giusto? E questo prima di tutto a scala locale: per esempio io non darò il mio appoggio alle prossime campagne elettorali del Movimento, finché non sarà risolta la situazione che c’è nella mia città. Un gradino alla volta: prima si sistema il locale e poi via a salire, se si è davvero un Movimento di base.

          Infine – sincerità per sincerità – guarda che anche gli individualisti sono una setta mica da ridere: te lo dico per esperienza personale, molto personale…

  7. Ehm, le mie mani sono lunghe, sottili e bianche, la pelle come carta velina. Ma come pretendere diversamente: tutto dalla mia famiglia alla mia educazione dice “piccola borghesia del terziario”. Ovvero: il campo non lo coltivo perché si è sempre ragionato in termini di stipendio mensile e non di possedimenti e autosufficienza. Il campo non ce l’ho, a momenti neanche il giardino. Se vivi in città e hai vissuto quando i servizi e la cultura liceale-umanistica andavano forte senti lo stesso la terra che ti si muove sotto i piedi ma sei con tutti e due i piedi nello stile di vita contemporaneo e non vedo come potresti tornare indietro quando la rinuncia alla sussistenza tradizionale, se c’è stata in senso forte, l’hanno fatta semmai i tuoi bisnonni, i nonni erano nel guado, i genitori ben inseriti nel “nuovo” del progresso postindustriale e tu…boh!
    Le mie unghie semmai hanno di tanto in tanto il nero della morchia: l’auto è un miraggio e persino i biglietti del bus li hanno alzati. E, ripeto, io non riesco nemmeno a coltivare una pianta di basilico (no terrazzo)

    • Alcuni processi sono individuali: empirici o solo intellettuali, poco importa. Ciò che importa è che nascano “dentro” di noi, che se ne senta cioè la necessità: è questo il primo, piccolissimo germoglio del cambiamento.
      Come vedi, ci sono purtroppo moltissime persone in giro che… neanche la contemplano, la possibilità (e la convenienza) di cambiare qualcosa.
      Ci sono quattro “livelli”, a mio parere:
      1) quelli che non vogliono proprio cambiare (sono i parassiti di questo ordine di cose, che lo hanno distrutto e ci si sono arricchiti);
      2) quelli che invece vorrebbero ma non credono si possa;
      3) quelli che credono che il cambiamento necessario sia solo quello esteriore, di superfice (quello che propagandano certi politici, per intenderci…);
      4) e quelli, infine, che fanno di tutto per realizzarla, quella svolta.
      Qui, su LLHT, ci rivolgiamo agli ultimi tre gruppi. Quelli del primo è meglio che non vengano neanche…

      Altri processi, invece, sono collettivi. E, in questi, l’individuo è spesso solo un’ignara comparsa.

      Lo sforzo che dobbiamo fare, credo, è che comunque la necessità, la possibilità di un cambiamento s’insinui dentro di noi, prima che ci coinvolga passivamente (e, in alcuni casi, violentemente) da fuori.

      Ciao, a presto.

  8. Ciao Andrea,

    ti leggo da tempo, ma questa è la prima volta che commento. Forse mi sono deciso perché sono stanco di comprare legumi che spesso vengono dall’estero!… Mi piacciono i tuoi articoli perché li trovo molto affini al mio modo di sentire e vedere il mondo, e perché sono solidi e ben fondati su basi anche teoriche. Vengo da una famiglia di mani che hanno lavorato e di persone che mi hanno insegnato ad usare bene le mie, senza paura di sporcarsele. Purtroppo però da troppo tempo le mie mani sono impegnate sulla tastiera di un PC in un ufficio di una grande azienda e in una grande città, e mi ritrovo in una situazione da cui voglio uscire al più presto. Diciamo che lo stadio di cambiamento in cui mi trovo è l’inizio della “preparazione”, forse per questo sono affamato di soluzioni “pratiche” avendo assimilato troppa teoria. Personalmente non ho paura di sperimentare il cambiamento su me stesso, è quello che sto per fare, ma diffido terribilmente di coloro che si oppongono a quello che tu chiami neo-risorgimento: sono troppi, troppo influenti, e guidano una tendenza che va in tutt’altra direzione.

    nogat

    • Ciao Nogat,
      grazie per le tue parole e grazie soprattutto per esserti esposto: sei sempre il benvenuto, qui.
      Hai ragione: il numero degli oppositori al… neo-risorgimento è effettivamente molto alto. Combattiamo insieme per abbassarlo, allora! 😉 Ciao.

  9. Tremendamente, e doverosamente, “tranchant” la prima parte, meravigliosamente propositiva la seconda, la terza per fare il punto.Mi piace: la seconda me la stampo e me la metto davanti al naso! Come credo molti, mi sento disorientata e un pò spaventata dal cambiare modo di vivere, ma nulla me lo potrà impedire (tranne una cara amica che è decisamente imprevedibile, ma mi troverà in piedi, o magari china a piantare i miei primi…, chessò, pomodori che vorrei mangiare con tanto, tanto, zenzero!)
    Besos

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