Money for nothing

Quanti di voi lo sanno? Quanti canali mainstream ve l’hanno detto? Quanti blog vi hanno invitato a riflettere su questa iniziativa?

Dopo il referendum dello scorso marzo che ha approvato il tetto agli stipendi dei manager (vinto con il 67% dai “sì”, che inoltre – per la prima volta nella storia della confederazione elvetica – hanno trionfato trasversalmente su tutti i 26 cantoni), la Svizzera continua a stupire l’Europa con un’iniziativa a dir poco sensazionale: due venerdì fa, il 4 ottobre, un gigantesco camion ribaltabile ha raggiunto la piazza del Parlamento di Berna e – davanti a una folla di cittadini increduli – ha scaricato a terra otto milioni di monetine da 5 cinque centesimi (pari a circa 325mila Euro). Obiettivo: regalare simbolicamente 5 centesimi a ogni abitante della confederazione.

PaperoneIn previsione di una prossima consultazione popolare in merito, l’iniziativa ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica svizzera (e, per estensione, dell’intera comunità europea, qualora qualcuno si degnasse di metterla in risalto…) sul cosiddetto reddito di cittadinanza, tema tanto di moda e, per questo, “accarezzato” di questi tempi anche da tanti politici nostrani. Nuovi e meno nuovi.

Come al solito, avendo questo tema ripercussioni assai empiriche su quella che io definisco “vita low” (un reddito di base, garantito incondizionatamente a chiunque, aprirebbe infatti prospettive inimmaginabili, in termini di stili di vita adottabili), proverò ad affrontarlo percorrendolo con le istanze da sempre care ad LLHT. Andiamo con ordine…

Come qualcuno di voi forse sa, i dieci italiani più ricchi possiedono una ricchezza equivalente a quella dei tre milioni di italiani più poveri (lo dice la Banca d’Italia, non Vanity Fair…). Se, come da decenni ci insegnano le dottrine neoliberiste, la ricchezza e il successo sono il metro di misura del valore, potremmo bellamente liberarci di decine di milioni di italiani, guadagnandone in qualità e prestigio! Come? Semplice. Ad esempio:

  • Adottando – come è già avvenuto in tutto l’Occidente – misure sempre più inclini ad aumentare le sperequazioni distributive;
  • Concentrando il potere nelle mani della finanza internazionale e di spregiudicati oligopolisti;
  • Estromettendo dalle grandi decisioni socio-politiche intere popolazioni (come è infatti stato, ad esempio, per la creazione dell’Unione Europea, sulla quale nessun cittadino europeo ha finora potuto esprimersi).

money from the skyNon la farò molto lunga, a questo punto. Anche perché, più che in altre circostanze, vorrei che foste principalmente voi a far sentire la vostra voce sulla questione. Non esitate a esprimere opinioni che potrebbero sembrarvi anche fuori tema o inadeguate: in fondo anch’io, sulla questione specifica, so di non avere le idee chiarissime e – anche seguendo i consigli di alcuni di voi emersi in risposta all’ultimo post – sto quindi solo provando a disegnare, in base alle mie conoscenze e ad una qualche forma di intuito, quello che potrebbe essere un futuro plausibile per le politiche economiche e sociali europee.

Ispirandomi sempre agli attualissimi e intramontabili postulati di Ivan Illich e di Zygmunt Bauman, lo scollamento (a cui si è assistito nell’intero dopoguerra) tra i bisogni primari dell’individuo (nutrirsi, curarsi e riprodursi) e i fabbisogni indotti dal sistema capitalistico (fondato sul consumismo compulsivo, foraggiato dalla seduzione di bisogni essenzialmente illusori), ha implicitamente avviato una divaricazione sociale senza precedenti: una divaricazione che, se inizialmente è sempre stata “solo” socialedecisionale e professionale, ora sta diventando – ed è questo il suo stadio terminale – anche economica, cioè di sussistenza.

Come argomenta il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, dagli anni Settanta ad oggi la produttività del lavoro (in America e in tutto l’Occidente) è cresciuta molto più rapidamente dei salari reali. Il problema è tutto qui, è facile da capire: per soddisfare un medesimo livello di “fabbisogni”, si è via via reso necessario un minor numero di lavoratori. E’ di una ovvietà sconcertante…

Capirete dunque allora perché:

  • da qualche decennio, il mercato si sta dannando per inventarsi continuamente nuove seduzioni commerciali con cui irretirci e intrappolarci (marketing virale, obsolescenza programmata, digital-economy…);
  • una disoccupazione giovanile del 40% (non solo qui, ma in tutto il mondo) non è da considerarsi un’emergenza, ma un fenomeno strutturale, con buona pace di Letta, Alfano, Renzi, Squinzi e delle loro struggenti dichiarazioni deamicisiane…;

Il quadro è allarmante, non sto dicendo il contrario! Allora, tornando al tema principale di questo post, cioè il reddito di cittadinanza, io credo, molto semplicemente, che:

  1. Esso NON sia la soluzione per risolvere il problema del sostentamento di milioni di cittadini italiani ed europei. Quei soldi, infatti, da qualche parte dovranno pur provenire e, a meno che i grandi potentati economici riscoprano improvvisamente una loro natura filantropica, tale soluzione non è percorribile. La soluzione, a mio modo di vedere, potrà solo passare per una radicale ripianificazione dei paradigmi consumistici occidentali.
  2. Qualora invece l’introduzione di un salario minimo garantito (e incondizionato) si renda prima o poi possibile, credo che l’impatto sociale di medio-lungo termine non potrà che essere quello di emarginare ancora di più i cittadini dai processi decisionali, relegandoli a una dimensione di sussistenza programmata e innocua per il Vero Potere. In quanto, come ripete a sfinimento e a mò di mantra lo stesso Bauman, la Politica è locale, il Potere è globale. In altre parole, se il capitalismo selvaggio (prima mercantile e ora finanziario) ha prodotto le ben note sperequazioni distributive che conosciamo (si veda il solito “La misura dell’anima“), consentendo a dieci individui di detenere la ricchezza di tre milioni di connazionali, credo che un istituto come quello del reddito di cittadinanza, potrebbe avere l’effetto – alla lunga – di “istituzionalizzare” questa sperequazione, sancendone in qualche modo i princìpi di esclusività da un lato, di emarginazione sociale dall’altro lato e, in ultima istanza, spianando ulteriormente la strada alle elite tecnocratiche dominanti.

Fantasociologia? Vedremo.

Truck dumps five cent coins in the centre of the Federal Square during event organised by Committee for initiative Grundeinkommen in Bern

Come sempre, se lo fate girare potrebbe essere utile… Ciao.

PS. La clip integrale dell’iniziativa è consultabile qui.

SeparatoreQuesto articolo è stato pubblicato anche da AriannaEditrice e da Borsa Forex Trading e Finanza, che ringrazio.

4 risposte a “Money for nothing

  1. Io, considerata proprio la sperequazione dei redditi e il fatto che, come cittadini, ci impegnamo a far parte di una comunità, sono a favore del reddito di cittadinanza: va inteso come una sorta di risarcimento per essere parte di un sistema già di per sè iniquo. E’ chiaro che però non è il caso di farne uno strumento di controllo sociale ma solo un sistema di solidarietà all’individuo che, nello stato di cose odierno, viene già al mondo immerso in una competizione falsata (che vede alcuni attori partire avvantaggiati o addirittura muoversi secondo un diverso set di regole). A chi si preoccupa che questo diventi, come ho detto prima, un modo di anestetizzare il disagio del disoccupato rispondo che il reddito di cittadinanza è insostenibile senza un valido programma d’occupazione (perchè estenderlo ad una parte considerevole della popolazione sarebbe economicamente proibitivo: resti per casi “residuali” e d’emergenza o, come ha detto Marica, per singoli periodi difficili nella vita di una persona). Il punto non è neanche il mezzo ma il fine di imporre ai grandi ricchi di risarcire (non contribuire, proprio risarcire, perché il loro comportamento è di fatto predatorio) la società per i dissesti e la diseguaglianza provocata. Il tetto massimo di reddito e la redistribuzione di ricchezza tramite il fisco sono metodi alternativi al reddito di cittadinanza: significherebbero più fondi al pubblico e dunque più misure a sostegno della collettività (per non parlare della tutela dei lavoratori, che non è gratis e su cui oggi le aziende risparmiano cercando ogni mezzo legale per mettere in forse la relativa voce di spesa)

    • Appunto, Marco. La risposta te la sei in parte già data tu. Al di là del fatto che del reddito di cittadinanza non solo “non è il caso di fare uno strumento di controllo sociale” (ovvio che non nasce con questo scopo), ma che esso inevitabilmente degenera in una forma surrettiziamente istituzionalizzata di classismo, la vera questione è appunto quella che dici giustamente tu nella seconda parte del commento: che esistono cioè altre forme per arginare le disuguaglianze sociali, e che potrebbero cioè passare per un concetto – perdonami la banalizzazione – diametralmente opposto: anziché dare qualcosa ai tanti che hanno poco, io dico, sarebbe molto meglio togliere tanto ai pochissimi che hanno moltissimo. O, agendo preventivamente, far loro capire che… non è il caso! (Mi pare tra l’altro di ricordare che qualcosa del genere fosse già in auge in una certa foresta di Sherwood… ;-))

      Le formule ci sono. E sono note. Una su tutte, di cui vorrei parlare prossimamente, è la fissazione (per legge) di un limite massimo al gap percentuale tra la retribuzione del vertice e quella di un neoassunto della stessa azienda. Un tema scottante e impronunciabile, che però aprirebbe di fatto la strada a un nuovo modo di concepire il lavoro, l’arrivismo sociale e, conseguentemente, insinuerebbe nel tessuto produttivo l’idea che – più che la competizione – è utile la cooperazione.
      Ma è un tema delicato, su cui occorrerà tornare con calma…

      Ciao.

  2. Non ho capito bene chi ha raccolto quei soldi e per chi. In ogni caso sono contraria al reddito di cittadinanza. Dare a pioggia e a chiunque non ha mai risolto niente e, anzi, nei paesi dove questo avviene, diventa di estremo comodo per i governi che appoggiano queste iniziative.

    La gente si addormenta e finisce per aspettare di essere imboccata. Anche quel poco, quel minimo per vivere alla fine se lo fa bastare. E finisce per credere che sia giusto così. Facile per chi dà in questo modo avere il consenso e fare nel frattempo, indisturbato, tutti i suoi comodi…

    E invece ci vorrebbe il sostegno alle proprie iniziative, l’incoraggiamento a fare semplificando, aprendo, accogliendo le idee, supportando le intelligenze e stimolando le menti invece di assopirle.

    Un reddito di cittadinanza lo vedrei giusto solo a tempo determinato e per alcuni casi particolari in cui questo fosse necessario: donne madri sole che non sanno come andare avanti, quelle che hanno perso il lavoro e hanno bisogno di assistenza temporanea, persone che si trovano in stato di difficoltà,
    chi è malato e non ha tutele come la malattia assicurata, chi ha bisogno di una casa ma non può permettersela…

    • Sono d’accordissimo con forme di assistenza mirata e condizionata. Quello di cui parlavo nel post, invece, era appunto il reddito di cittadinanza incondizionato. Con tutti gli effetti collaterali descritti…
      Ciao.

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